All’inaugurazione della mostra su Mario Schifano al Palazzo Esposizioni Roma, il 17 marzo 2026 — sei giorni prima della pubblicazione dei risultati del referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026 — il NO (1960) di Mario Schifano sembrava quasi anticipare la decisione del 53,7% degli italiani. Il dipinto — nel quale le due lettere non alludono in realtà all’avverbio di negazione, ma rimandano al marchio del vermouth Cinzano, diffusissimo nei bar dell’epoca — nasce all’interno diuna logica di appropriazione e slittamento semantico tipica della sua ricerca.
L’opera fa parte di una selezione di oltre 100 lavori dell’artista romano che il Palazzo Esposizioni Roma ospita fino al 12 luglio 2026: un numero consistente ma, al tempo stesso, quasi irrilevante se rapportato alla vastità della sua produzione.
Contenuti
Ventimila opere di Mario Schifano al Palazzo Esposizioni Roma
Secondo una stima attendibile, infatti, i dipinti esposti rappresenterebbero appena lo 0,5% della produzione complessiva di Schifano. Un dato che restituisce immediatamente la misura di un artista non solo estremamente prolifico, ma anche costantemente aperto alla sperimentazione e alla contaminazione.
Schifano lavorava spesso per gruppi omogenei, in una ricerca approfondita sulle possibilità della pittura. Prediligeva spazi di lavoro che fossero anche luoghi di vita: case-studio nelle quali viveva e lavorava, ospitando momenti di convivialità ed incontro.
Chi è Mario Schifano?
Mario Schifano (Homs 1934 – Roma 1998) nasce in Libia, dove il padre, archeologo e restauratore, è impegnato negli scavi di Leptis Magna. Nel 1941 la famiglia rientra a Roma e, già all’età di 17 anni, Schifano viene assunto come disegnatore presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, dove rimarrà fino al 1962. Parallelamente, avvia sperimentazioni materiche che gli consentono di ottenere in breve tempo i primi riconoscimenti.
Attività e opere negli anni ‘60
La Roma degli anni sessanta è il terreno ideale per la sua ricerca: una città attraversata dal boom economico, carica di energia, ottimismo e possibilità. In questo contesto nasce la cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo, di cui Schifano è tra i protagonisti insieme a Tano Festa, Franco Angeli, Giosetta Fioroni, Pino Pascali, Jannis Kounellis e altri. Più che un movimento strutturato, si tratta di una rete di relazioni, incontri e scambi che gravitano attorno al Caffè Rosati, luogo di ritrovo condiviso con intellettuali come Pasolini e Moravia.
Amicizie, amori, relazioni nella mostra di Mario Schifano
L’amicizia, spesso marginalizzata nelle narrazioni dell’arte contemporanea, emerge qui come una forza generativa: un sistema informale di influenze reciproche che alimenta le ricerche individuali. Anche l’opera di Schifano si sviluppa all’interno di questo tessuto vivo di relazioni, assorbendo stimoli e restituendoli in una pratica artistica in continuo mutamento.
Si considerino: la serie di 17 opere su carta Words & Drawings of Frank O’Hara Mario Schifano (1964); Ingegnere (1966), che ritrae il corpo di un uomo senza testa impegnato dietro a un teodolite e nel quale si riconosce, da una fotografia d’epoca, il padre di Renato Guttuso, agrimensore; Senza titolo (1978), un paravento composto da tre pannelli di legno dipinti e donato dall’artista a un amico; la gigantesca tela con cornice Il parto numeroso della moglie del collezionista (1984), nella quale è ritratta la moglie dell’artista, Monica De Bei, incinta — che partorirà Marco Giuseppe nel 1985; Le avventure dei giocattoli eccedenti (1992), costituita da 40 piccole tele smaltate, ognuna verosimilmente concepita per accogliere i giocattoli abbandonati del figlio.

Il parto numeroso della moglie del collezionista, 1984
smalto e acrilico su tela e cornice, 235 × 375 cm
Collezione Valsecchi
Foto Giorgio Benni
© MARIO SCHIFANO, by SIAE
© Archivio Mario Schifano
Rigenerazione della pittura: il filo conduttore della mostra su Schifano
La curatrice Daniela Lancioni individua come filo conduttore la “rigenerazione della pittura”, una chiave di lettura che attraversa i quarant’anni di ricerca dell’artista e che si riflette nell’articolazione del percorso espositivo: otto spazi — la rotonda e le sette sale del piano nobile — accompagnati da un ricco programma di eventi collaterali che contribuisce ad approfondire anche gli aspetti meno noti della sua produzione.
Il percorso espositivo è articolato secondo una dimensione temporale, così da evidenziare l’evoluzione artistica, i temi, le scelte, le tecniche e le influenze dell’artista.
Anni 1956-1960
La prima sala si apre con una biografia corredata da immagini e materiali archivistici, utile anche a delineare il contesto storico, culturale e politico coevo alla vita dell’artista. Seguono le prime opere risalenti al periodo 1956-1960: tre paesaggi (Senza titolo, Muri e Paesaggio) e alcuni lavori astratti dalle tonalità terrose, affiancati da sperimentazioni con cemento, sabbia e gesso. Cemento ferro 6 (1960) sembra già anticipare la propensione di Schifano a creare una cornice all’interno del quadro stesso: qui infatti la tela si sdoppia in un rettangolo (quasi quadrato) di metallo circondato da cemento, creando un effetto di profondità.
Anni sessanta
La seconda, terza e quarta sala, insieme alla rotonda, presentano lavori degli anni sessanta: dalle tele centinate ai grandi monocromi, dalle parcellizzazioni delle immagini ai metacrilati. Schifano sperimenta materiali, modalità e forme; inserisce parole, titoli, intere frasi sulle tele; viaggia; incontra e collabora con artisti stranieri. La ricerca sull’immagine lo porta a confrontarsi con fotografia e cinema, arrivando quasi a considerare la pittura “un linguaggio limitatissimo”.
Nel dittico Smalto su carta (1963), la superficie viene parcellizzata in forme che rimandano a fotogrammi: alcuni contenuti sono dipinti, altri appena accennati, come se la luce avesse bruciato l’immagine; uno è addirittura segnato con una croce rossa, come fosse sbagliato. Viene da chiedersi dove inizi e dove finisca il quadro, che riporta anche il titolo realizzato verosimilmente con una maschera normografica.
In Grande particolare (1963) ritornano le parole (“cielo”, “alberi”, “terra” e, più in basso, il titolo), realizzate con maschera normografica: sembrano suggerire al visitatore di completare il dittico — smalto, pastello e grafite su carta applicata su tela — con i soggetti evocati. Forse un ricordo imprecisato, la cui forma viene affidata a tre concetti.

Suicidio n° 1, 1965
smalto e grafite su tela, 300 × 250 cm, dittico asimmetrico
Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, Lugano
© MARIO SCHIFANO, by SIAE
© Archivio Mario Schifano
In Suicidio n° 1 (1965), il dittico diventa irregolare: la tela superiore è leggermente più corta di quella inferiore e la composizione appare quasi incompiuta. Smalto e grafite accennano a dettagli precisi — la finestra, la persiana in legno, la protezione in ferro battuto, il ficus, un pouf — mentre parte dell’opera rimane accennata e confusa, come se la realtà del ricordo si mescolasse a un mélange di emozioni indefinibili.

Camminare, 1965
smalto e grafite su tela, 200 × 300 cm, trittico
Collezione privata. Courtesy Gió Marconi Gallery, Milano
Foto Fabio Mantegna
© MARIO SCHIFANO, by SIAE
© Archivio Mario Schifano
In Camminare (1965), gli istanti che compongono il movimento di un uomo sono restituiti in modo evocativo, come in un fotogramma moltiplicato: gambe, scarpe, braccia, mani si ripetono, suggerendo non un singolo momento, ma la sequenza che costruisce l’azione. È difficile non cogliere un rimando alle esperienze futuriste, anche senza l’esplicito riferimento di Futurismo rivisitato a colori (1965). Le linee bianche e nere completano subliminalmente il trittico, richiamando ancora una volta fotografia e video.

Compagni compagni, 1968
Spray e perspex su tela, 141,5 x 141,5 cm
Collezione privata. Courtesy Gió Marconi Gallery, Milano
Foto Fabio Mantegna
© MARIO SCHIFANO, by SIAE
© Archivio Mario Schifano
In Compagni compagni (1968), la tela assume la forma dagli angoli arrotondati di una televisione; all’interno tre figure maschili appena accennate, con in mano falce e martello, sono sovrastate — in uno spazio arancione privo di profondità — da parole in maiuscolo: “Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno alla società.”
La quinta, sesta e settima sala sono dedicate rispettivamente ai lavori degli anni settanta, ottanta e novanta.
Anni settanta
Fotografia, video e televisione non sono più semplici rimandi, ma diventano parte integrante del linguaggio pittorico, modificando il modo stesso di vedere e rappresentare la realtà interiore e quella storico-politica. Il gigantesco quadro Era atomica ‘A’ (1970) è infatti costituito da una serie di immagini scattate alla televisione, stampate in bianco e nero ed applicate sulla tela emulsionata, come se fossero viste attraverso un monocolo. Le immagini in questione rappresentano personaggi chiave di momenti cruciali della recente storia dell’umanità. Lo sfondo scuro drammatizza ancora di più l’isolamento delle immagini, forse per sottolinearne la portata cruenta.
Lo sfondo scuro viene riutilizzato anche per Inventario (1973-1974), ma la forma di ciascuna delle 18 immagini di opere di Schifano si allarga e richiama lo schermo TV: da questo infatti sono state riprese, stampate ed emulsionate sulla tela. L’artista riproduce le proprie opere in una ulteriore.
Anni ottanta
Al 1982 risale la gigantesca tela di Orto botanico dal bordo bianco su tre lati all’interno della quale la parte superiore contiene tonalità di verde e blu che evocano uno spazio dominato dalla natura interrotto da sagome rettangolari bianche, mentre quella inferiore è segnata da linee di colore che appaiono come colature.
Anni novanta
Negli anni novanta, Schifano continua la sperimentazione che si apre al computer e alla stampa su PVC sulla quale interviene in minima parte: Palestina (1990), Ghiacciato (1990) e Meteomalato (1990) sono tristemente attuali e sembrano parlarci a distanza di 36 anni. Anche le tele affrontano simili tematiche di politica ed attualità: Campi profughi (1991) contrappone una mappa del mondo su sfondo scuro raggiunta da un filo spinato che delinea un’irregolare ed instabile casa bianca.
Schifano: la pittura come strumento per interrogare ciò che vediamo
La mostra restituisce l’immagine di un artista che non ha mai smesso di mettere in crisi la pittura e di sondarne le possibilità — e proprio in questa instabilità risiede la sua attualità. In un mondo saturo di immagini, il suo lavoro può essere letto in chiave critica come uno strumento per interrogare ciò che vediamo.
POST SCRIPTUM – oltre Schifano anche la mostra Anni Luce di Tirelli
Nel prezzo del biglietto è inclusa la mostra Anni Luce di Marco Tirelli (Roma, 1956), un ciclo pittorico di 42 dipinti in bianco e nero, che consigliamo vivamente di visitare per la loro suggestiva potenza ed impeccabile esecuzione. È stata allestita nelle sale dalla nove alla dodici, dietro la sala quattro.
MARIO SCHIFANO – la mostra, info, orari e contatti
Palazzo Esposizioni Roma
Via Nazionale 194, Roma
www.palazzoesposizioniroma.it
Facebook: @PalazzoEsposizioni
Instagram: @palazzoesposizioni
Twitter: @Esposizioni
ORARI
Dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 20.00, lunedì chiuso.
L’ingresso è consentito fino a un’ora prima della chiusura.
BIGLIETTI
Intero € 15,00 – ridotto dai 19 ai 26 anni e over 65 € 12,00 – ragazzi dai 7 ai 18 anni € 7,00
Ingresso gratuito per i bambini fino a 6 anni.
Il biglietto è valido per tutte le mostre in corso.
Primo mercoledì del mese: ingresso gratuito per gli under 30 (dalle 14.00 a chiusura).
ACCESSIBILITÀ
Palazzo Esposizioni Roma è accessibile alle persone con ridotta capacità motoria
o sensoriale da tre ingressi privi di barriere architettoniche.
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