Al Teatro Cantiere Florida di Firenze per la prima volta in scena, nell’arco di un’unica giornata, tutti i nove atti del progetto LIGHTHOUSE del Teatro dell’Elce. Nove titoli, nove temi fondamentali della nostra cultura civile — dal lavoro alla religione, dall’amore alla libertà, dall’arte alla scuola, dalla responsabilità alla questione alimentare, fino allo scontro di civiltà e di generazioni — che dal 2017 il Teatro dell’Elce aggiunge, anno dopo anno, come capitoli di un’unica ricerca in espansione. Ritrovarli uno accanto all’altro trasforma il progetto in una lunga traversata che il pubblico ha accolto, sostando per un solo atto o restando fino alla fine. Leggi su Gufetto del Teatro dell’Elce anche Cinquanta, Appunti di un pazzo, Il Nemico e Little Boy.
Contenuti
MARATONA LIGHTHOUSE: un gesto di coraggio
In un’epoca in cui il teatro contemporaneo sembra aver introiettato per legge non scritta la durata dei cinquanta minuti, come se esistesse una soglia invisibile oltre la quale l’attenzione dello spettatore fosse considerata illegittima, la MARATONA LIGHTHOUSE appare come un animale raro che rifiuta la gabbia del consumo rapido. Un teatro “per taglie forti”, perché richiede non solo disponibilità di tempo, ma anche una certa audacia, un coraggio condiviso tra chi offre e chi riceve. Formato XXL, indigestione programmata: più di un semplice spettacolo, un’esperienza immersiva, con il pregio – e il rischio – di chiedere allo spettatore un’attenzione lunga, una disponibilità fisica ed emotiva fuori dalla norma. Ci vuole coraggio a proporlo, ma altrettanto a restare fino alla fine: ed è proprio in questa sfida reciproca che la compagnia Teatro dell’Elce trova la sua natura più autentica.
Il salotto mentale di LIGHTHOUSE

MARATONA LIGHTHOUSE è un teatro dalla radicale semplicità della forma. Nessuna scenografia, nessuna costruzione drammatica, nessun artificio teatrale volto a creare un’illusione. Gli attori — Marco Di Costanzo, Stefano Parigi, Monica Santoro, Livia Gionfrida e Alessio Martinoli, alternati secondo i diversi titoli — siedono attorno a un tavolo, circondati dal pubblico disposto direttamente sul palco del Florida, quasi a formare una piccola assemblea civile. L’effetto è quello di entrare in un salotto mentale, dove il lettore/attore condivide testi di filosofi, antropologi, saggisti, scrittori come se stesse confidando una scoperta, una scintilla di pensiero. È teatro spogliato d’ogni orpello, che rinuncia alla narrazione per lavorare direttamente sul concetto; teatro che non racconta ma ragiona, che non chiede di credere, ma di pensare. Il pubblico si confronta con concetti complessi di Frederick Hartt, Carlo Francovich, Günther Anders, Guido Piovene, Don Lorenzo Milani, Carol Gilligan, David Graeber, Pier Paolo Pasolini, Michael Pollan. La lettura non è mai declamazione, la voce accarezza le parole e non ci affonda. È un modo di prendere per mano lo spettatore e accompagnarlo dentro pensieri spesso complessi con una cura che sfiora l’ascetismo. Gli attori si ascoltano, si guardano tra loro come in un dialogo intimo, e solo a tratti rivolgono lo sguardo verso il pubblico, in cerca di una complicità o di un tacito assenso. Lo spettatore, da parte sua, è invitato a un ascolto lento, profondo, quasi meditativo, che concede spazio alla riflessione personale: una condizione rara, oggi, non solo a teatro.
La musica: un universo sonoro
In questo paesaggio essenziale, la musica curata da Andrea Pistolesi diventa un elemento fondamentale. Non un commento, ma una presenza che accompagna e modella l’ascolto. Ogni atto ha un suo universo sonoro: lo swing americano degli anni ’40 per Under Fire, che racconta la corsa disperata per salvare l’arte fiorentina sotto le bombe; per Giovani, tratto dagli scritti corsari di Pasolini, le hit pop del 1975, l’anno del suo assassinio, un contrasto che rende ancora più pungenti le sue invettive; le melodie anni ’60 che accompagnano Cara Signora, creando una frizione tra la spensieratezza musicale e la durezza della denuncia sulla scuola classista italiana. In altri atti, la musica è un’insieme dissonante di suoni contrastanti come in Lettera ad Eichmann, o in Processo all’Occidente, dove diventa sottilissima, quasi impercettibile: un soffio che si insinua tra le parole e sottolinea l’impossibilità di una sintesi definitiva tra culture che da decenni, oggi più che mai, tentano di dialogare e di non fraintendersi.
Immaginare ciò che non è mostrato

Paradossalmente, l’assenza di messa in scena genera un immaginario potente. Le parole, restituite con rigore filologico, spalancano immagini più vive di qualunque scenografia: è la fantasia dello spettatore. In Noi ritorneremo! vediamo quasi materializzarsi i minacciosi volantini dei tedeschi per le strade di Firenze il 6 agosto 1944. In Under Fire ci sembra di scorgere la “Lucky 13”, la jeep del tenente Frederick Hartt e lo immaginiamo con il suo cappello alla Indiana Jones, attraversare la città in fiamme per proteggere i tesori dell’arte toscana. Sentiamo il crollo dei ponti sull’Arno, il vuoto improvviso lasciato dai quartieri devastati dell’Oltrarno. E quando il tavolo con i microfoni diventa la tavola rotonda del Convegno di Venezia del 1955 di Processo all’Occidente, è impossibile non immaginare il confronto acceso tra gli intellettuali islamici e quelli italiani: Taha Hussein, Francesco Carnelutti, Paolo Saraceno. Voci che riemergono dal passato, ma che interrogano l’oggi con una precisione impressionante.
Il passato che parla al presente
La forza dei capitoli di LIGHTHOUSE sta proprio nella sua capacità di rendere il passato una lente sul presente. Ogni atto unico, pur nato da testi storicizzati, vibra su questioni contemporanee. Le riflessioni di Hartt su cosa significhi difendere l’arte in tempo di guerra trovano eco nel lungo elenco di opere patrimonio dell’umanità oggi minacciate in Mali, in Congo, in Siria, a Gaza. Anders, in Lettera a Eichmann, parla della banalità del male e dell’incapacità dell’individuo di percepire le conseguenze della potenza delle macchine che lo sovrastano: parole che sembrano scritte per la nostra epoca di automazione e deresponsabilizzazione diffusa. Don Milani, con la sua radicale richiesta di una scuola che non faccia parti uguali tra diseguali, torna a mettere a nudo un sistema educativo che ancora oggi esclude, seleziona, separa. E certamente nelle parole di Pasolini, nei suoi giudizi durissimi sulla borghesia, sulla televisione che omologa tutto, si preconizza la società dell’immagine e del consumo che oggi ci appare così familiare da non essere più nemmeno percepita. Infine i più recenti Carol Gilligan, con l’analisi del piacere femminile come forza creativa, mette in discussione la struttura patriarcale dell’amore, ancora così radicata nei nostri rapporti familiari. Graeber, con i suoi “lavori senza senso” – portati al microfono come interviste di casi surreali – svela la miseria esistenziale di vite scandite da attività che non hanno ragione né scopo, tema che abbraccia tutti i tempi.
Fili di pensieri
Ogni atto unico è un lavoro di adattamento curato da Marco di Costanzo che estrae dai saggi la loro ossatura essenziale, facendo emergere riflessioni che raramente trovano spazio sulle scene italiane. La possibilità di assistere a tutti i titoli nella stessa giornata permette di coglierne le analogie e i numerosi punti di contatto, pur provenendo da epoche e ambiti tematici differenti. Under Fire e Noi ritorneremo! condividono la stessa matrice storica, coincidente nel tempo, simboleggiata nello storico suono della Martinella dell’agosto ’44, che accompagna la Liberazione di Firenze. La critica a una società borghese che preferisce rimuovere la povertà per favorire un’omologazione tra privilegiati risuona nelle parole dei ragazzi di Barbiana in Cara Signora, così come nella denuncia della visione imperialista in Processo all’Occidente, che affrontano il divario tra ricchi e poveri, tra nord e sud del mondo, in uno scontro su scale diverse. Interessante è anche l’intreccio tra temi apparentemente lontanissimi: Günther Anders, nella Lettera a Eichmann, riflette sulla crescente automazione in ogni campo; il pensiero ritorna nel rendimento tassativo del lavoratore di David Graeber, simbolo del movimento anti-capitalista Occupy Wall Street, da cui nasce Lavoro a senso indeterminato dove, nel finale, la macchina sostituisce gli attori stessi leggendo al loro posto. Questa riflessione sulla globalizzazione e sui suoi effetti, tanto ambientali quanto umani, è anche al centro dell’ultimo atto, All you can eat, che mette a confronto tre modelli di produzione alimentare tratti da Il dilemma dell’onnivoro di Michael Pollan. L’atto finale, che potrà essere meglio rodato nelle repliche, procede come un’inchiesta giornalistica alla ricerca della filiera produttiva, che ci ricorda Food for profit, lasciandoci l’amara consapevolezza della dominazione esercitata dai rapporti di forza del mercato globale, nelle coltivazioni di mais, nei fast food di McDonald, ma anche nelle produzioni biologiche.
La conquista della luce di LIGHTHOUSE
LIGHTHOUSE di Teatro dell’Elce ha la potenzialità di continuare ad espandersi con altri argomenti, trasformarsi in podcast o evolversi in una serie a puntate, non lo sappiamo. Quando si arriva al nono atto, si prova una stanchezza precisa, quasi fisica, che somiglia a quella delle lunghe camminate, dove il corpo protesta, ma la mente si apre. Si sente la densità delle parole accumulate, una stratificazione che lascia aperte le domande. Il tavolo al centro del palco, dopo dodici ore, appare davvero come un faro circolare: non illumina la strada, ma segnala la necessità di continuare a cercarla. Se la cultura civile è oggi un territorio frastagliato e incerto, questo gesto culturale non pretende di comprenderla definitivamente, ma mantiene la luce accesa: bassa, fioca, ostinata, quella che nella nebbia consente di non perdersi. E forse, in un teatro sempre più breve, iper-narrativo, la MARATONA LIGHTHOUSE offre al pubblico uno spazio collettivo e restituisce al pensiero un tempo raro.
Visto il 6 dicembre 2025 al Teatro Cantiere Florida, Firenze
MARATONA LIGHTHOUSE: 9 atti unici
produzione Teatro dell’Elce
con il sostegno di Regione Toscana – Settore Spettacolo,
Fondazione CR Firenze, Comune di Firenze, Città Metropolitana di Firenze

LIGHTHOUSE #1 UNDER FIRE
da “L’arte fiorentina sotto tiro” di Frederick Hartt
adattamento dei testi e regia Marco Di Costanzo
suono Andrea Pistolesi
voci Marco Di Costanzo, Stefano Parigi
LIGHTHOUSE #2 NOI RITORNEREMO!
da “La Resistenza a Firenze” di Carlo Francovich
adattamento dei testi e regia Marco Di Costanzo
suono Andrea Pistolesi
voci Marco Di Costanzo, Stefano Parigi, Monica Santoro
LIGHTHOUSE #3 LETTERA A EICHMANN
da “Noi figli di Eichmann” di Günther Anders
adattamento dei testi e regia Marco Di Costanzo
suono Andrea Pistolesi
voce Marco Di Costanzo
LIGHTHOUSE #4 PROCESSO ALL’OCCIDENTE
da “Processo dell’Islam alla civiltà occidentale” di Guido Piovene
adattamento dei testi e regia Marco Di Costanzo
suono Andrea Pistolesi
voci Marco Di Costanzo, Alessio Martinoli, Stefano Parigi
LIGHTHOUSE #5 CARA SIGNORA
da “Lettera a una professoressa” di Don Lorenzo Milani
adattamento dei testi e regia Marco Di Costanzo
suono Andrea Pistolesi
voce Marco Di Costanzo
LIGHTHOUSE #6 IL PIACERE
da “La nascita del piacere” di Carol Gilligan
adattamento dei testi e regia Marco Di Costanzo
suono Andrea Pistolesi
voci Marco Di Costanzo, Livia Gionfrida, Stefano Parigi
LIGHTHOUSE #7 LAVORO A SENSO INDETERMINATO
da “Bullshit jobs” di David Graeber
adattamento dei testi e regia Marco Di Costanzo
suono Andrea Pistolesi
voci Marco Di Costanzo, Stefano Parigi, Monica Santoro
LIGHTHOUSE #8 GIOVANI
da “Scritti corsari” e “Lettere luterane” di Pier Paolo Pasolini
adattamento dei testi e regia Marco Di Costanzo
suono Andrea Pistolesi
voci Marco Di Costanzo, Stefano Parigi
LIGHTHOUSE #9 ALL YOU CAN EAT
da “Il dilemma dell’onnivoro” di Michael Pollan
adattamento dei testi e regia Marco Di Costanzo
suono Andrea Pistolesi
voci Marco Di Costanzo, Stefano Parigi, Monica Santoro


