MARATONA CECHCOV – LEONARDO LIDI @ Arena del sole

All’Arena del Sole è andato in scena il Progetto Cechov per la regia di Leonardo Lidi. I tre spettacoli: Il Gabbiano, Zio Vanja, Il giardino dei ciliegi, sono i tre capisaldi della poetica teatrale dell’autore russo. Imperdibili e sempre precisi circa i sentimenti umani. La poetica di Cechov, assieme a quella di Lidi, incontra il pubblico dell’Arena del sole, in una maratona imperdibile che parte dal primo pomeriggio e finisce con la sera.

Di Maura De Benedetto e Giuseppe Armillotta

Maratona Cechov: Arena del sole

Anton Cechov è un drammaturgo, è nato nel 1860, a Taganrog, una città portuale della Russia meridionale.
L’arena del Sole è un teatro stabile di Bologna, inaugurata nel 1810, (cinquant’anni prima della nascita del drammaturgo russo), e si trova in via indipendenza n44.
Leonardo Lidi è un attore e regista, nato nel 1988 ( quindi 128 anni dopo la nascita del drammaturgo e 178 anni dopo l’inaugurazione dell’arena del sole), a Piacenza.
L’intersezione di questi elementi, apparentemente sconnessi e distanti anni luce sia anagraficamente che geograficamente avviene nel 2025 a Bologna, nel teatro inaugurato nel 1810, ma in realtà molto prima.
Le opere di Cechov bucano il tempo, ma per davvero, riconosciamo qualcosa di profondamente umano in quello che vediamo e sentiamo e ci accorgiamo che nelle opere tutto parte in un modo, sono mondi a sé, sconnessi o distanti, che si intrecciano violentemente e poi si rilassano per andare via, chiudere il sipario, aspettare un applauso.
Non sappiamo se nel 1810 qualcuno ha pensato al 2025 ed al fatto che quel teatro sarebbe stato ancora là
Non sappiamo se Cechov abbia mai pensato al 2025 ed al fatto che quelle opere che stava scrivendo, sarebbero ancora state rappresentate
e non sappiamo nemmeno se Leonardo Lidi lo sapeva, se i suoi attori confusi e dispersi tra mondi diversi, avrebbero immaginato di portare in scena qualcosa di eterno, incredibile che va avanti da quando Cechov è stato messo al mondo, ma molto prima
che va avanti da quando l’Arena del sole è stata inaugurata, ma molto prima.

Atto uno: Il Gabbiano

Trama
Sorin, ospita alcuni amici e parenti nella sua tenuta per le vacanze. Ci sono anche sua sorella Arkadina, una celebre attrice teatrale, suo figlio Treplev, un giovane e ambizioso drammaturgo che approfitta della tenuta dello zio per allestire uno spettacolo teatrale che vedrà protagonista Nina, giovane attrice di cui Treplev è innamorato. Durante la rappresentazione, qualcosa va storto e Treplev decide di interrompere lo spettacolo

Scena

La scena è semplice e spoglia, essenziale (forse come il teatro dovrebbe essere o no?) pare il set di un film, le luci ed i panelli sono tutti a vista, pannelli che si abbassano piano piano e pressano i personaggi, pressano quel qualcosa che vogliono davvero dire, quel malessere, quel contrasto interno tipico dei personaggi Cechoviani. Tutti gli attori sono sempre quasi in scena, anche quando non sono interpellati, commentando ciò che avviene e che gli dicono. Il ritmo è veloce, serrato, sembra siano tutti in ansia, agitati, sotto pressione, come se quello che stessero dicendo fosse l’ultima cosa, l’urgenza gli mangia il fiato.

Siamo fratturati con loro, riusciamo a capire i destini dei personaggi e la loro incapacità a volte di venirsi incontro. Treplev ama Nina, Nina è lusingata ma non riesce ad amarlo, ama Trigorin. Non c’è logica in questi sentimenti, anzi i personaggi quando agiscono con logica e metodo fanno più disastri che altro. Il gabbiano ci vuole forse dire che chi ama, in ogni caso è sconfitto, ci vuole parlare della grandissima contraddizione del teatro, dell’avanguardia che non è solo strampalata o fraintesa; un tema ricorrente in Cechov è anche lo scontro tra le generazioni, una pare voler oscurare l’altra e lo vediamo nel rapporto tra Arkadina e suo figlio Treplev.
È uno spettacolo commuovente ma che fa morire dal ridere, riesce a creare lo specifico sentimento della risata involontaria o della risata che si trasforma in pianto e poi risata ancora, e Lidi è precisissimo in questo, c’è della vera comprensione del testo di Cechov

Dati artistici

di Anton Čechov

traduzione Fausto Malcovati

regia Leonardo Lidi

con (in o.a.)Giordano Agrusta, Maurizio Cardillo, Ilaria Falini, Christian La Rosa, Angela Malfitano, Francesca Mazza, Orietta Notari, Tino Rossi, Massimiliano Speziani, Giuliana Vigogna

scene e luci Nicolas Bovey

costumi Aurora Damanti

suonoFranco Visioli

assistente alla regia Noemi Grasso

produzione Teatro Stabile dell’Umbria, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

in collaborazione con Spoleto Festival dei Due Mondi

Atto due: Zio Vanja

Trama
In una tenuta immersa nella campagna vive il signor Ivan Vojnickij detto “Zio Vanja“, il quale manda avanti da anni un’azienda agricola con l’aiuto della nipote Sonja. La tranquillità della loro vita è turbata dall’arrivo dell’anziano Serebrjiakov, un illustre professore che da poco ha sposato la giovane Elena Andreevna.

Scena
Siamo su un tavolo, un tavolo capovolto un tavolo che guarda il pubblico, con fare di sfida, come ad imprigionare, è il tavolo di famiglia al quale nessuno può sottrarsi, tutti stanno al tavolo, tutti devono discutere una volta con la famiglia. Zio Vanja parla di una famiglia, di un nucleo d’amore che si è sgretolato, è marcito e non si riesce a sollevare, gli intellettuali un tempo erano speranza di futuro, ora sono solamente dei lagnosi bambini che pare vogliano solo vedere sparire tutti. I costumi sono lo scheletro di una società anni 80′ passata, forse la società consumistica che ha creato il fenomeno delle famiglie disfunzionali, ovvero famiglie che vanno avanti perché devono andare avanti, perché credono che il destino della loro vita sia quello e non riescono né a cambiare, né a sollevarsi, né ad avere la forza di andarsene. Zio Vanja parla proprio dell’inettitudine, dell’incapacità di agire seriamente e del riempirsi d’alcool per evitare di pensare, non è forse questa l’idea che si è perpetrata per anni dalle generazioni passate?
Anche qui si cerca la comicità, qualcosa che spezzi, verso un marcio che sta andando in realtà a pezzi.

Dati artistici

di Anton Čechov

traduzione Fausto Malcovati

regia Leonardo Lidi

con (in o.a.)Giordano Agrusta, Maurizio Cardillo, Ilaria Falini, Angela Malfitano, Francesca Mazza, Mario Pirrello, Tino Rossi, Massimiliano Speziani, Giuliana Vigogna

scene e luci Nicolas Bovey

costumi Aurora Damanti

suono Franco Visioli

assistente alla regia Alba Porto

produzione Teatro Stabile dell’Umbria

in coproduzione con Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e Spoleto Festival dei Due Mondi

foto di Gianluca Pantaleo

Atto Tre: Il giardino dei ciliegi

Trama
Per la terza tappa della sua Trilogia Čechov, Lidi ci introduce nella grande villa della signora Andreevna che, dopo aver condotto una vita dissoluta in Francia, decide di ritornare in Russia con la famiglia per provare a recuperare il suo patrimonio.

Scena
Un’aristocrazia pacchiana, estrosa, sfacciata, tutto nei tratti dei personaggi disegnati da Lidi trasmette il senso di decadimento di questa famiglia, l’opulenza dissipata, il sogno parigino infranto. L’aria di disperazione e malinconia è intermezzata da un’insolita ironia e goliardia; nella sua versione italiana del grande dramma russo Lidi inserisce brevi cabaret e riprese dal grande cantautorato italiano: il rientro della famiglia nella vecchia dimora di campagna viene accolto sulle note di Ritornerai di Bruno Lauzi. Si tratta di una carovana insolita, eccentrica, distratta, soggetti estrosi dagli abiti fluorescenti, kitsch, colori disarmonici. Nei rapporti tra i personaggi emerge una frattura, un attrito generazionale: da una parte il gruppo dei più anziani ormai arresi al loro destino, irresponsabili, pervasi da vizi e nevrosi e dall’altra i membri più giovani, alimentati ancora di speranze, paure e rabbia. Tra le feste, i giochi, le urla e gli sberleffi dei primi risuonano qua e là le riflessioni e le prese di coscienza dei secondi sulla condizione umana e sugli sbagli dei predecessori. In scena pochi oggetti: un cumulo di sedie bianche in plastica da bar e delle lunghe tende luminescenti che, una volta smontate, al momento del trasloco, sembrano solo dei grassi sacchi dell’immondizia, trasposizione di questa società opulenta e dissipatrice. Nel momento in cui la famiglia è costretta ad abbandonare la villa i personaggi escono di scena e noi assistiamo alla fine della festa; Lidi ci lascia così, regalandoci uno scorcio sul retroscena del teatro, tra cavi, scale e impalcature e il vecchio e anziano maggiordomo Firs, pietra miliare della casa, ora dimenticato da tutti.

Dati artistici

di Anton Čechov

traduzione Fausto Malcovati

regia Leonardo Lidi

con (in o.a.) Giordano Agrusta, Maurizio Cardillo, Alfonso De Vreese, Ilaria Falini, Sara Gedeone, Christian La Rosa, Angela Malfitano, Francesca Mazza, Orietta Notari, Mario Pirrello, Tino Rossi, Massimiliano Speziani, Giuliana Vigogna

scene e luci Nicolas Bovey

costumi Aurora Damanti

suono Franco Visioli

assistente alla regiaAlba Porto

produzione Teatro Stabile dell’Umbria

in coproduzione con Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Spoleto Festival dei Due Mondi

foto di Gianluca Pantaleo

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