L’OCCHIO OLTRE @ Teatro Povero di Monticchiello: dall’Uno la vita di una Comunità

Anniversario tondo per il Teatro Povero di Monticchiello (vedi qui tutte le passate recensioni): con L’OCCHIO OLTRE la gente del paese della Val d’Orcia taglia il traguardo del Sessantesimo autodramma. Un’occasione speciale che il gruppo di attori/autori coadiuvati e diretti da Gianpiero Giglioni e Manfredi Rutelli ha celebrato attraverso la vita di uno di loro, Carlino Mangiavacchi, nato dalla dura terra dei poderi ma con lo sguardo rivolto ad un futuro di riscatto, di libertà e di uguaglianza. È proprio suo quell’occhio oltre che da un lontano passato di guerra si rivolge a noi oggi, narrandoci di un mondo che, nel bene e nel male, non c’è più ma ci ha condotti nel nostro hic et nunc. Ne ritorna la storia di una comunità e del suo spirito indomito, costretti da sempre a scontrarsi con il mondo fuori, con le logiche di un’umanità fatta, sempre più, di singoli.

Dal 1944 ad oggi: la vita del singolo per la Comunità

In scena il protagonista de L'OCCHIO OLTRE per il 60° Autodramma della gente di Monticchiello
In scena il protagonista de L’OCCHIO OLTRE (foto di Giacomo Bai)

Il collirio di un oculista può offuscare la vista ma certamente non la memoria di un pasionario come Carlino Mangiavacchi, lui che convivrà fino alla fine della vita con un’inspiegabile macchia rossa nell’occhio. Ed è subito 1944: non solo il suo anno di nascita ma anche il momento cruciale della guerra in Val d’Orcia, dove le rappresaglie nazifasciste si contano a decine, sacrificando pure la vita di quel Carlo che suggerirà a suo padre il nome del nostro protagonista; nato mentre il nonno stava esalando gli ultimi respiri. Ispirato totalmente da episodi di vita vissuta dalla gente di Monticchiello, da quel 1944 lo spettacolo dispiega, episodio dopo episodio, una storia che dal singolo si irradia a tutta la Comunità, che è e resta sempre al centro di ogni autodramma che si rispetti.

L’OCCHIO OLTRE: gli episodi della vita di Carlino

La sequenza segue un percorso cronologico con brevi e sporadici flashback: dalla morte prematura della madre, complici l’avidità e la meschinità di un “padrone”, alla scuola elementare, primo luogo di formazione dei cittadini di domani ma lontana da raggiungere a piedi e da comprendere (“le vacche pascolano nei campi, mica nei vocabolari“), fino alle manifestazioni contro gli sfratti per rivendicare i proprio diritti su quella terra capace di rendere qualcosa grazie alla mezzadria, desiderosa e degna di riconoscimento e di riscatto. Ma come sempre l’idealismo ispirato alla collettività deve confrontarsi con l’oscura ed implacabile macchina in grado di condurre inspiegabilmente l’umanità nella direzione opposta: negazione dei diritti, soppressione del dissenso, ipocrisia della politica, quella delle stanze dei bottoni. E allora è sempre la Comunità che deve trovare l’antidoto dentro di sé, anche quando un furto perpetrato al magazzino della cooperativa edile dai suoi stessi soci, chiederebbe di rivolgersi ad una giustizia ritenuta borghese, in grado solo di infierire sulla povera gente. Non serve nemmeno affidarsi a quei dirigenti di partito che dovrebbero incoraggiare queste realtà fatte di condivisione, di democrazia dal basso come l’esperimento pionieristico del Teatro Povero, protagonista, ҫa va sans dire, di una scena cruciale dello spettacolo. Alla fine, un piatto di pici è in grado di attirare l’attenzione ben più della cultura e dell’afflato altruistico che la Comunità è in grado di esprimere.

L’eterno scontro tra idealismo e realtà  

Scena corale de L'OCCHIO OLTRE, 60° autodramma della gente di Monticchiello
Scena corale de L’OCCHIO OLTRE (foto di Klaus Schell)

Sfruttando come di consueto i pannelli semitrasparenti sullo sfondo, luoghi e personaggi che hanno caratterizzato la vita di Carlino tra passato e presente si intrecciano dando corpo alla memoria e alla coscienza del protagonista, dove ancora restano tante le domande senza risposta e i dissidi irrisolti. Quando la cieca convinzione nei propri ideali è infatti l’unico motore delle proprie scelte – e non è una semplice macchia rosso sangue ad offuscare la vista – resta un’umanità intorno la cui sensibilità può essere travolta, ferita, rimanendo incompresa e non disposta ad accoglierti. E alla fine si resta soli, un po’ come il nostro Carlino, ma magari ancora fermamente convinti che quelle idee debbano sopravviverci e sopravvivere, nonostante la grettezza e la superficialità di un presente performante e social.

Il cast e il linguaggio, argilloso come la sua terra

Con questa sessantesima edizione il progetto del Teatro Povero riconferma la sua capacità di generarsi e rigenerarsi grazie ad un gruppo di attori ed attrici, dai veterani ai piccolissimi, ben strutturato e capace di sostenere un buon ritmo durante tutto lo spettacolo, con poche irrilevanti eccezioni sul bilancio complessivo. Una nuova generazione sembra ormai affermarsi negli ultimi anni e questo appuntamento lo ha ribadito, forse più che nelle recenti edizioni passate. A contribuire alla riuscita complessiva il dialetto valdorciano che quest’anno è fortunatamente tornato grande protagonista, con un lavoro eccellente fatto anche sulle nuovissime generazioni, capaci di una disamina sulle tipologie di fango che è uno dei passaggi tra i meglio scritti e riusciti. Anche la lingua sorge dalle zolle argillose che suggeriscono e indicano tutte quelle sfumature che sulla lavagna di una scuola si perdono.

le parole sono importanti e il loro suono è quello con cui abbiamo imparato ad amare le cose (Francesco Guccini)

In scena il protagonista de L'OCCHIO OLTRE, 60°autodramma della gente di Moniticchiello
In scena il protagonista de L’OCCHIO OLTRE (foto di Giacomo Bai)

L’occhio va oltre lasciando indietro lo sguardo

Last but not least, il testo che la gente ha messo in scena è decisamente ben costruito. Purtroppo la tentazione dell’autocelebrazione si fa molto forte in occasione degli anniversari e dobbiamo riconoscere che, confrontato con alcuni dei più recenti (Coloni o Casa Silente tra gli altri), questo sessantesimo autodramma ha mandato l’occhio oltre lasciando però indietro lo sguardo, quello che riesce ad immaginarsi il futuro. Le forze che la Comunità riesce a mettere in campo ci appaiono ancora più significative quando sono messe alla prova di fronte alle sfide di un presente che sfuoca e incupisce il domani. Con questo testo attori/attrici ed autori/autrici ci hanno ricordato che la risposta è sempre un “noi” anche in un mondo di “io” come il nostro. E per come ci sono riusciti anche quest’anno, non ci resta che augurare una lunga vita ad un progetto che, estate dopo estate, non smette di emozionarci.

L’OCCHIO OLTRE – Info

Sessantesimo Autodramma della gente di Monticchiello

Visto in Piazza della Commenda a Monticchiello il 1° agosto 2026

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Collettivo Redazione Firenze

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