Al Teatro Puccini di Firenze, Serena Sinigaglia dirige Lella Costa in LISISTRATA, un adattamento indoor dell’opera che ha debuttato la scorsa estate al Teatro greco di Siracusa, prodotto dalla fondazione INDA in collaborazione con il Teatro Carcano di Milano. La pasionaria ateniese costringe gli uomini a firmare la pace attraverso uno sciopero del sesso: una utopia vecchia di 2500 anni ma ancora attualissima in questi giorni bui in cui la guerra sembra la risposta elettiva di un nuovo imperialismo violento e autoritario. Sul palcoscenico la commedia vitale e scoppiettante di Aristofane prende nuova vita e entra in consonanza con il nostro tempo grazie a un meccanismo di attualizzazione che non tradisce la sostanza del teatro antico ma esalta e riprende la sua funzione politica e civile col passo danzante delle donne. Dal Teatro di Siracusa abbiamo pubblicato un reportage su Gufetto nell’estate 2025.
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LISISTRATA : la commedia di Aristofane…

LISISTRATA è una delle commedie più tarde del commediografo greco Aristofane, ormai irrimediabilmente pessimista e disilluso. Siamo nel 411 a. C., in uno dei momenti più bui della guerra del Peloponneso, che vede contrapporsi Sparta e Atene da quasi vent’anni. Dopo il fallimento della spedizione in Sicilia, la democrazia ateniese viene trasformata da un colpo di Stato in oligarchia e tuttavia la guerra non accenna ad arrivare a una conclusione. Proprio in quell’anno, Aristofane mette in scena una commedia in cui le donne, per ottenere finalmente la pace, decidono di negarsi agli uomini e di chiudersi nell’Acropoli. A capo di esse Lisistrata, colei che scioglie gli eserciti; è lei a proporre lo sciopero del sesso a tutte le donne greche finché non sarà firmata la pace: un progetto di concordia panellenica che ha lo scopo di neutralizzare l’imperialismo ateniese e, più in generale, la sterile bellicosità del mondo maschile. La guerra, che è sempre stata un affare da uomini, diventa affare da donne. Viene messo in scena dunque un mondo alla rovescia, in cui le donne, che nel mondo antico non avevano diritti politici né civili, prendono in mano la situazione e la risolvono a modo loro: una sorta di utopia finalmente porta alla tanto sospirata pace, che nella realtà storica sarà raggiunta solo sette anni dopo ma in modo ben diverso, con la definitiva umiliante sconfitta di Atene.
… e la sua rilettura contemporanea

Emanuele Aldrovandi e Serena Sinigaglia, che hanno adattato il testo antico tradotto da Nicola Cadoni, lo rileggono in chiave contemporanea e lo mettono in scena sovrapponendo alla vicenda delle donne ateniesi un secondo piano narrativo. Lo spettacolo si apre con una solenne invocazione ad Atena pronunciata da Lisistrata, che dà inizio alle celebrazioni in memoria della pace da lei raggiunta nel 411 a. C. Un inno che ricorda Omero e i testi orfici nella sua formularità. Entrano poi in scena sei vecchi malandati, vestiti di bianco come mummie, sostenuti da deambulatori e bastoni, tre donne e tre uomini, che ricordano i due semicori della commedia di Aristofane. Il loro compito è recitare di nuovo LISISTRATA: ogni anno lo fanno, da ormai 2500 anni, e sono destinati a ripetere questa messa in scena finché tutte le guerre saranno finite, senza poter morire fino a quel momento. Si tratta di un compito che assomiglia a un’eterna punizione infernale, un contrappasso assurdo. In quella che somiglia a una parodo, il coro pronuncia una lunga litania di guerre dall’antichità ad oggi, a sottolineare l’incessante susseguirsi di conflitti che caratterizza la storia dell‘uomo, dai Sumeri all’Ucraina. “Per non parlare di quelle che non si possono neppure definire guerre perché non ci sono due eserciti che si affrontano ma c’è soltanto uno stato che massacra deliberatamente un popolo, a volte persino il suo stesso popolo”.
LISISTRATA : una commedia col passo danzante delle donne

E così ha inizio lo spettacolo nello spettacolo, spesso punteggiato da brevi annotazioni metateatrali: i sei vecchi e Lisistrata mettono in scena la loro impresa di tanti secoli prima, litigando di tanto in tanto sull’attribuzione delle parti, perché, dopo tanto tempo, non ne possono più del proprio ruolo originario e vogliono cambiare, gli uomini vogliono interpretare le donne e viceversa. La vicenda ateniese prende forma esprimendo tutta la vitalità della commedia attica con il suo linguaggio semplice e diretto, le battute salaci e spinte. Al centro delle scene lei, LISISTRATA, interpretata da Lella Costa, vestita di arancione e statica, quasi ieratica nelle sue movenze e nei suoi gesti, motore immobile della vicenda, spirito guida della protesta femminile, portatrice del senso profondo di quel tentativo di ottenere finalmente la pace. La sua voce dalla grazia inconfondibile alterna pennellate di solennità e serietà a quelle più leggere e briose. E intorno a lei, improvvisamente agili nonostante l’età bimillenaria, si muovono i sei personaggi, che animano la scena e le imprimono movimento e divertimento: nelle loro parole e nei loro gesti vediamo il comico in purezza, quello che suscita la risata immediata, con la leggerezza del teatro di Aristofane, maestro della battuta e della comicità senza filtri.
La coralità femminile nelle regie di Serena Sinigaglia
Le interazioni sono animate da un’apparente improvvisazione, naturale ma in realtà studiatissima. Il pubblico gode della comicità in scena, ride delle battute e delle scene che si costruiscono via via con leggerezza e nello stesso tempo riflette su temi fondamentali come quelli della gestione della cosa pubblica e della guerra. La commedia innesca tutta una serie di interrogativi ma lo fa con il passo della danza.
La regia di Sinigaglia va a sottolineare ed esaltare la coralità della commedia anche in questo adattamento indoor che, rispetto allo spettacolo pensato per il Teatro di Siracusa, riduce a sei il numero dei coreuti: la regista del resto nei suoi lavori esalta costantemente la dimensione corale, in particolare in chiave femminile, sottolineando il suo impatto politico, come evidente anche in L’EMPIREO, andato in scena alla Pergola e recensito da Gufetto.
LISISTRATA: la matassa della guerra dipanata dalle donne

La vicenda si dipana tra i fili rossi che si intrecciano sullo sfondo della scena pensata e realizzata da Maria Spazzi, a costruire una quinta simbolica, la manifestazione materiale della matassa ingarbugliata e caotica di cui gli uomini non riescono a trovare il bandolo. Non sono in grado, infatti, di tessere, non ne hanno la pazienza. E così solo le donne possono sbrogliare la matassa della guerra, lavando la lana e cardandola, per eliminare il sudiciume dalla città, per poi mescolare la concordia comune, pettinarla, raccogliere i bioccoli e farne un solo grande gomitolo da cui tessere una tunica per il popolo. La metafora della tessitura occupa il centro ideale della commedia, a rappresentarne il senso profondo: le donne possono diventare maestre di pace, il femminile può sostituire alla logica della spada quella della coppa, alla quale si beve per unirsi in giuramento e infine per sancire la pace.
I modelli androcratico e ginecentrico
Con un’idea che sembra echeggiare le scoperte descritte da Riane Eisler in Il calice e la spada, diviene evidente che non esiste soltanto il modello androcratico, fondato sulla guerra e sulla sottomissione del femminile, ma anche quello mutuale e ginecentrico, fondato sulla collaborazione tra i sessi, considerati di pari importanza anche se con diverso ruolo. Ed è quest’ultimo che può consentire un superamento della logica della guerra: la cura e la pazienza possono innescare modalità virtuose di intervento sulla realtà in grado di sostituire quelle violente e autocratiche portate avanti ormai da millenni dalle logiche di potere patriarcali e guerrafondaie. Le resistenze maschili naturalmente sono fortissime, perché, come dice il prefetto ateniese: “Se cediamo, se gli diamo il minimo appiglio, non ci sarà più un mestiere che queste – le donne – con la loro ostinazione non riusciranno a fare”. Gli uomini si sentono minacciati dall’intraprendenza femminile e non sono in grado di operare in un’ottica di integrazione e accoglienza di un punto di vista diverso dal proprio.
LISISTRATA: tessere una speranza di pace

Sarebbe bello che Lisistrata non fosse così attuale, vorrebbe dire che non ci sono più le guerre, dice Serena Sinigaglia presentando lo spettacolo. E invece sono passati 2500 anni e siamo ancora qui, a fare i conti con la morte e la distruzione insensate portate dalla guerra, che sempre più in questi tempi oscuri sembra attraversare cavalcando il nostro mondo, piantando bandiere colonialiste in ogni continente. Eppure una logica alternativa deve esistere. Il gioco scenico di Aristofane in realtà è serissimo, osserva Serena Singaglia, perché lo sciopero del sesso non è solo una battuta per far ridere ma è la profonda convinzione che la pulsione sessuale dell’uomo può andare in due direzioni, una è quella della guerra, e l’altra verso la relazione con l’altro da sé. È dunque da questa seconda possibilità, dalla costruzione di reti, intrecci, legami, che può nascere un’alternativa, una speranza di pace: e così in una sorta di parabasi – momento della commedia attica in cui l’azione scenica si interrompeva e il coro esponeva le opinioni del commediografo, rompendo l’illusione scenica – Lisistrata si rivolge direttamente al nostro tempo, citando esempi di costruzione di dialogo e pace antichi e moderni: il trattato di Qadeš, primo esempio di trattato di pace internazionale, e la Women of Liberia Mass Action for Peace, che nel 2003 ha contribuito in modo determinante a porre fine alla seconda guerra civile liberiana. Dunque costruire la pace è possibile. La commedia si chiude con la celebrazione della pace, una pace in realtà mai esistita, solo immaginata anche da Aristofane 2500 anni fa: una pace utopica ma non per questo meno cercata e voluta, la speranza che prima o poi presto o tardi la smetteremo di fare sempre gli stessi errori.
Visto il 5 marzo 2026, al Teatro Puccini, Firenze
LISISTRATA
di Aristofane
traduzione Nicola Cadoni
adattamento Emanuele Aldrovandi e Serena Sinigaglia
con Lella Costa
e con (in ordine alfabetico) Marco Brinzi, Francesco Migliaccio, Stefano Orlandi, Maria Pilar Pérez Aspa, Giorgia Senesi, Irene Serini
scena Maria Spazzi
disegno luci Alessandro Verazzi
costumi Gianluca Sbicca
musiche Filippo Del Corno
consulenza musicale Sandra Zoccolan
musiche registrate da Sandra Zoccolanvoce
insieme a Ensemble Sentieri Selvaggi: Paola Fre flauti, Luca Gusella e Andrea Dulbecco percussioni
coreografie Alessio Maria Romano
assistente alla regia Arianna Sorci
assistente scenografa Chiara Modolo
regia Serena Sinigaglia
Produzione di Fondazione Inda e Teatro Carcano


