In occasione del 60°anniversario della riapertura del Teatro Metastasio di Prato, la Leone d’argento alla Biennale Danza 2020 Claudia Castellucci ha proposto in prima assoluta L’INFINITO CARNALE, prodotto da Societas insieme allo stesso MET. Ispirandosi al presunto incontro avvenuto nel deserto tra l’anacoreta Antonio d’Egitto e il suo discepolo Ilarione di Gaza, la Castellucci ha composto una coreografia sull’ambiente sonoro ideato da Stefano Bartolini al fine di costruire uno spettacolo evocativo della struttura del melodramma di Pietro Metastasio. Dopo i 50 anni del Teatro Fabbricone, già celebrati con un omaggio a Giuliano Scabia (recensito qui da Gufetto), questa nuova occasione ci conduce in un deserto popolato di doppi, di dicotomie, di entità e corpi in dialogo dove ci sentiamo spettatori a tratti ignari, a tratti invadenti, travolti da un flusso sonoro fatto di parole e di suggestioni uditive. Ma a restare protagonista è sempre il corpo.
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L’INFINITO CARNALE: il quadro scenico

Un panneggiato e lungo tendaggio sul fondo, tanto pesante nella caduta quanto impalpabile nella consistenza della stoffa. E’ una natura statica ma in continuo e lento movimento quella che accoglie sul palco del Metastasio Sissj Bassani e Pier Paolo Zimmermann in abiti sportivi contemporanei. Tinteggiato di cremisi, salmone e altri colori pastello nella ciclicità solare che interessa i luoghi dell’incontro tra Antonio ed Ilarione, lo spazio curvilineo creato sulla scena sembra abbracciare i corpi dei due danzatori mentre interagiscono, abbandonandosi, abbracciandosi, trascinandosi e respingendosi secondo geometrie che li conducono in ogni angolo dello spazio disponibile. Sembrano scaturire da quelle stesse montagne rocciose le voci dei due eremiti cristiani, provenienti da uno spazio indefinito ed affidate alle orecchie del pubblico mentre i danzatori sembrano ignari di quanto avviene intorno a loro. Ridotti a voci fuori campo (di Adele Masciello e Pier Paolo Zimmermann), i due monaci cristiani intraprendono un lungo dialogo che nelle tre parti in cui è organizzato il testo, firmato dalla stessa Castellucci, tenta di (ri)definire il rapporto tra vita e morte, tra tempo e ricordo, tra corpo e coscienza, tra arte e sua significanza in una visione tanto ascetica da eternare la corporeità con i suoi istinti.
L’INFINITO CARNALE: esperienza di morte in vita
E’ una preferenza che il morto scopre sul momento/Non ha più bisogno degli altri per esistere. In questo isolamento che la grotta dove si è rifugiato gli garantisce, Antonio non si chiede quale sia il senso della morte o il segreto che la rende così misteriosa ma individua la consistenza della morte, in uno stadio intermedio in cui la vita sta privandosi delle sensazioni. Il corpo c’è, sì. E poi non c’è/E quando non c’è, c’è ancora/Da qualche parte. Nel suo essere non-durevole, effimera, un punto adimensionale sulla linea del tempo, la morte non è capace di fermare nulla e il corpo resta senza che possiamo però mantenere il ricordo che stiamo vivendo. In questa condizione Antonio si spinge fino all’orlo del baratro che non è punto di caduta ma punto di vista privilegiato, dove nella polvere che deforma la visione, come drappeggiata da stracci di lana. Tutto è impolverato e si confonde alla luce. Senza la memoria, mentre la morte è solo un passaggio di personalità in cui il corpo resta, la carnalità viene eternata e in questo “infinito carnale”, appunto, si raggiunge l’apice della resurrezione in vita. La fame è la prova della resurrezione, non il parlare.
La danza disegna e progetta L’INFINITO CARNALE
Mentre il dialogo tra i due monaci continua a percorrere il sentiero misterioso dell’ascetismo in cui l’esperienza della morte in vita avvicina all’esempio del Cristo – provocato dai discepoli nel comprovare la sua corporeità dopo la Resurrezione – il duo Bassani-Zimmermann sul palco sembra progettare quella dimensione sospesa in cui Antonio ci conduce, pungolato dalle domande di Ilarione. Con i loro movimenti che si ripetono a frequenza variabile, a tratti con eleganza rituale alternata ad improvvisi quanto fugaci raptus, dove il corpo sembra riprendersi prepotentemente un ruolo, i danzatori ci mantengono costantemente ancorati al fenomenico per cui anche una scarpa, sola in mezzo alla scena, sembra zavorrarci mentre le parole di Antonio, sibilline nei modi e nella significanza, echeggiano nella brezza che l’ambiente sonoro di Bartolini riproduce. Del resto L’INFINITO della Castellucci è CARNALE, dove c’è posto per un Dio che c’è ma non vuole esserci, estremo atto di libertà che diventa atto d’amore. Un amore – sempre rigorosamente con la minuscola – che però Antonio non ha più, deposto per sempre in quelle case, bianche e disabitate che ha visto sull’orlo del baratro e che risiedono nella sua coscienza.
L’INIFINITO CARNALE: resurrezione dell’arte

Come Antonio nel suo anacoretismo ha costruito un mondo che sfugge ai precetti del sentire comune, sfidandolo apertamente (Facile creare, col mondo che c’è già!/Provate a farne uno senza quello che già c’è), così Claudia Castellucci ha voluto crearne uno sul palco, altrettanto sprezzante laddove nell’epilogo si lancia un monito al pubblico, certamente spiazzato: Facile protestare, sopra una cosa fatta/Provate a non basarvi su quello che già c’è. La coreografa sembra così tentare di compiere per l’arte drammatica e coreutica lo stesso percorso di Antonio, ricercando una possibile strada di resurrezione per l’arte non ancora morta, mentre noi siamo il suo Ilarione, discepoli increduli. Una condanna dell’arte che è soltanto reazione, che non conta niente, mentre il rifondarsi è ricerca di un nutrimento quotidiano che distingue l’artista dagli altri. Mentre ancora risuonano le ultime parole di Antonio nelle orecchie del pubblico, i danzatori nei loro abiti neri da giullari funerei escono attraverso il varco che si spalanca nel muro invalicabile del tendaggio. E così torna il silenzio nel vento incessante del deserto.
Ma non è meglio guardare gli ornamenti/Dall’orlo di un vaso da riempire/Con brodo e vino da spartire/Piuttosto che discettare su un concetto/Che reagisce a quello appena detto?
L’INIFNITO CARNALE: la restituzione cerebrale di Castellucci

Secondo uno stilema che ha caratterizzato anche altri lavori della Societas (leggi qui la recensione di Gufetto per Il Terzo Reich), con L’INFINITO CARNALE Castellucci ha percorso una strada di rifondazione, di rigenerazione che ha però prediletto la dissertazione filosofica radicata nell’anacoretismo dei primi cristiani, intenti nella comprensione del mistero di Dio ricercato nella sostanza del creato e nella consistenza del proprio corpo, in primis quello dei danzatori sul palco. Il risultato ha in gran parte sacrificato così la componente emotiva, forse troppo distraente nella visione della coreografa ed autrice, prediligendo una restituzione più cerebrale, non abbastanza capace di creare empatia. Del resto però anche le emozioni si rifanno ad un vissuto dal quale ci viene richiesto di staccarsi.
“Ditemi: cos’è la morte?
Attento, voi!…a non bruciarvi con domande come questa/Che non sopportano la facilità delle parole con cui sono formate.
Io sono un inesperto…
Lo credo! Siete in vita.”
Uscendo dalla platea, di questo siamo convinti: anche noi siamo inequivocabilmente vivi ed inesperti.
Visto al Teatro Metastasio (Prato) il 19 dicembre 2024
L’INFINITO CARNALE
un omaggio alla forma del melodramma di Pietro Metastasio
interpreti Sissj Bassani, Pier Paolo Zimmermann
dialogo e coreografia Claudia Castellucci
composizione sonora e musicale Stefano Bartolini
recitazione del Dialogo Adele Masciello, Pier Paolo Zimmermann
autore delle luci Gianni Staropoli
abiti dell’Epilogo Haimana, Moldova
produzione Teatro Metastasio di Prato / Societas, Cesena
PRIMA ASSOLUTA


