L’INCONNU DE LA GRANDE ARCHE @France Odeon: ritratto di un architetto dimenticato

Nella cornice del Festival France Odeon di Firenze, abbiamo avuto modo di vedere il film L’INCONNU DE LA GRANDE ARCHE, opera del regista francese Stéphane Demoustier, un biopic che mette al centro della storia la vicenda dell’architetto danese semi sconosciuto Johan Otto Spreckelsen, artefice della costruzione, negli anni ’80, in occasione del 250° anniversario della Rivoluzione francese, della Grande Arche de la Défense a Parigi. Il film è una produzione Franco-Danese ed è stato presentato a Cannes nel maggio scorso e in anteprima italiana, al Festival fiorentino, il 1° novembre 2025. Alla presentazione sono intervenuti gli architetti Massimiliano Fuksas e Valerio Barberis.

L’INCONNU DE LA GRANDE ARCHE: una trama tratta dalla storia

Il film si apre nella campagna danese negli anni Ottanta, dove l’architetto Johan Otto von Spreckelsen (Claes Bang) conduce una vita riservata, dedicata all’insegnamento e alla progettazione di chiese minimaliste. Vive in una casa immersa nel silenzio e nella neve, simbolo della sua visione austera e spirituale dell’architettura. Un giorno riceve una telefonata inaspettata dal Ministero della Cultura francese, che lo informa di essere stato selezionato tra i vincitori del concorso internazionale per un monumento da costruire nel quartiere de La Défense a Parigi — un progetto voluto direttamente dal presidente François Mitterrand, destinato a celebrare il bicentenario della Rivoluzione francese. Giunto a Parigi, le sue idee artistiche si scontrano, ben presto, con le pressioni politiche dominate dalla retorica della grandeur nazionale. Dopo alterne vicende Spreckelsen è progressivamente estromesso dal progetto. Le imprese costruttrici francesi e i ministeri impongono varianti senza consultarlo. Deluso, malato e amareggiato, decide, a questo punto, di fare ritorno in Danimarca. Il monumento verrà inaugurato nel 1989, quando l’architetto danese è già deceduto da due anni.

Contesto storico e narrativo

Demoustier, a partire dal libro in stile romanzo-reportage di Laurence Cossé, La Grande Arche, in maniera sensibile e accurata, riporta in vita una vicenda conosciuta da pochi, ripercorrendo la contrastata parabola di un visionario che, da outsider nordico, entra nel cuore della politica culturale francese di fine Novecento, rivelando i conflitti tra idealismo artistico, potere politico e logica industriale. La vicenda si muove tra Danimarca, Parigi e Carrara, dove vengono scolpiti i marmi per la facciata. Il film alterna momenti di intimità silenziosa e sequenze imponenti di costruzione, come una sinfonia visiva dedicata alla materia.

I principi architettonici vengono calati da Demoustier nel linguaggio cinematografico attraverso l’uso di inquadratura simmetriche, prospettive centrali, rigore compositivo e campi lunghi che trasformano le strutture in personaggio. Il rigore compositivo, se vogliamo, si sovrappone al rigore artistico di Spreckelsen che, tuttavia, si contrappone ai comportamenti incerti, subdoli e interessati della politica, presa tra vincoli economici e pastoie burocratiche.

Un film solido come la materia

Ciò che impressiona del film di Stéphane Demoustiere è la solidità della narrazione a partire dalla sceneggiatura, la quale costruisce un parallelo tra il processo creativo e la pressione politica. Mitterrand (interpretato con misura da Denis Podalydès) rappresenta la retorica della grandeur, mentre Spreckelsen difende la purezza formale. Il film mostra come ogni opera pubblica sia anche un campo di battaglia tra diverse forze contrapposte. La materia nel film emerge spesso dal silenzio: molte sequenze rinunciano al dialogo, facendo emergere solo il rumore dei martelli, il vento sulle impalcature, la risonanza della pietra. È un cinema potente che si nutre di un’esperienza tattile. Il silenzio viene evocato anche nelle fattezze dell’architetto (un intenso e misurato Claes Bang), schivo, dai tratti quasi ascetici. Il suo volto esprime la distanza tra arte e mondo, tra idea e realtà. In lui si avverte la malinconia di chi costruisce qualcosa più grande della propria vita. Su tutto ciò aleggia la dimensione politica che interroga implicitamente l’era Mitterrand: la Grande Arche come segno della modernità, ma anche come monumento all’ego nazionale. Lo stesso titolo del film, “L’inconnu” (lo sconosciuto), allude al paradosso di un monumento visibile ma creato da un autore estromesso e infine dimenticato.

L’arte come spazio di resistenza alla politica

Nel cuore del film di Demoustier si colloca una tensione antica e sempre attuale, ossia, quella tra la purezza dell’idea artistica e la contaminazione del potere politico ed economico.
L’architetto Johan Otto von Spreckelsen incarna l’artista moderno che, nel tentativo di costruire un’opera “assoluta”, finisce per essere sopraffatto dalle logiche del mondo.
La sua visione della Grande Arche — un arco vuoto, una finestra sulla luce — si oppone alla volontà di monumentalizzazione di Mitterrand, che invece vede nel progetto un simbolo della grandeur.
Il conflitto tra i due non è mai esplosivo, ma silenzioso, ideologico, visivo: la macchina da presa registra i volti, le stanze, i corridoi ministeriali, i piani inclinati dei cantieri come se ogni superficie fosse una metafora della tensione tra l’ideale e la realtà. Demoustier non giudica, ma mostra: gli uffici, i comitati, le riunioni in cui l’architettura diventa negoziazione, compromesso, opportunità di realizzare un’immagine pubblica. L’arte, in questo contesto, perde la sua aura e diventa oggetto di rappresentanza. Spreckelsen — straniero, spirituale, estraneo ai rituali del potere — rappresenta l’elemento anomalo, la voce dissonante che ricorda la funzione etica dell’artista: resistere all’utilità, custodire il vuoto come forma di libertà.

Conclusioni

Il titolo L’inconnu de la Grande Arche riecheggia Le soldat inconnu, figura fondativa della memoria francese. Demoustier costruisce, così, un paradosso poetico: il monumento dedicato allo “sconosciuto” è stato ideato da un altro sconosciuto, un artista dimenticato. Il film diventa così una meditazione sulla memoria dell’autore, su come le opere sopravvivano ai loro creatori, ma anche su come la società cancelli chi le ha rese possibili.

L’inconnu de la Grande Arche si colloca nel solco del cinema d’autore francese che interroga il rapporto tra individuo e istituzione, tra creazione e sistema. Demoustier firma, questa volta, una riflessione lucida e commossa sulla fragilità del genio moderno e sull’arte come forma di verità che si contrappone alle menzogne del potere. Come l’Arche, anche il film è un vuoto pieno di significato, uno spazio dove lo spettatore è invitato a guardare, pensare, e infine riconoscere lo sconosciuto che in ognuno di noi.

Monumentale l’ultima sequenza, muta e maestosa, che mostra l’arco inondato di luce, mentre una voce fuoricampo recita le parole del taccuino dell’architetto: “Non ho costruito un monumento al potere, ma una finestra verso il cielo”.

L’INCONNU DE LA GRANDE ARCHE

Regia e sceneggiatura: Stéphane Demoustier

Fotografia: David Chambille

Montaggio: Damien Maestraggi

Scenografia: Catherine Cosme

Suono: Julien Sicart Tan Ham, Sarah Lelu, Eddie Simonsen

Musica: Olivier Marguerit

INTERPRETI

Claes Bang, Sidse Babett Knudsen, Xavier Dolan

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Sergio Battista

Musicista, critico cinematografico e saggista, interessato ad un approccio multidisciplinare delle arti. Nelle sue esperienze intreccia costantemente l'interesse, e la passione, per la musica, la fotografia, la scrittura e il cinema, soprattutto nelle loro interazioni con il potere.