Per Amore del Mondo@ Bompiani: la letteratura puಠsalvare il mondo?

Daniela Padoan, la curatrice di Per amore del mondo edito nel 2018 da Bompiani, ha assunto una grande responsabilità: raccontare la storia dell’ultimo secolo attraverso i discorsi dei Premi Nobel della Letteratura.

Sì, perché questa raccolta non è solo un modo per conoscere e riscoprire alcuni fra i più grandi maestri della letteratura mondiale, ma è innanzi tutto un viaggio negli eventi che hanno sconvolto la storia dell’ultimo secolo e, di conseguenza, hanno influito sulla produzione letteraria.

Per amore del mondo si configura così come un viaggio lunghissimo attraverso i decenni che vanno dal 1921, anno del Nobel ad Anatole France, il cui discorso di ringraziamento apre il volume, al 2015, quando a parlare di fronte all’Accademia Svedese è Svetlana Aleksievic, autrice bielorussa che ricorda a tutti noi il disastro di Chernobyl e i suoi effetti catastrofici sugli uomini in queste cinquecento pagine scorrono fiumi di parole dense e piene di significato.

Ogni singolo autore su quel palco racconta la sua visione del mondo, cerca di rispondere alle tante questioni che lo affliggono intimamente, prima fra tutte perché continuare a scrivere in un mondo in cui le brutture e le sofferenze sono sempre più grandi e irrisolvibili, almeno in apparenza.

Fin dal discorso di Anatole France, il primo che la Padoan ci presenta come detto poco fa, si alza forte la richiesta di un nuovo modo di vivere, che spinga tutti a riflettere sull’importanza del buon senso per evitare che l’Europa soccomba.

Man mano che gli anni e le pagine scorrono, questa richiesta diviene un tutt’uno con la riflessione sulla storia e sulla funzione della letteratura è sempre più presente e più urgente. I toni si fanno più cupi, al punto che Williamo Faulkner nel 1949 si chiede apertamente quando salterà in aria sotto la minaccia di una prossima guerra atomica, un quesito riproposto da Michail Solochov nel 1965: l’autore di Il placido Don afferma la necessità di schierarsi contro coloro che vorrebbero condannare l’umanità all’autodistruzione.

E ancora si alzano voci possenti contro ogni tipo di costrizione e censura, da Ivo Andric che nel 1961 ribadisce quanto sia necessario che ciascuno possa raccontare liberamente fino a Miguel Angel Asturias, autore guatemalteco, che insieme a Neruda, Garcia Marquez, Paz, afferma come in certe zone del mondo, come l’America Latina, la letteratura sia stata uno strumento di lotta, capace di mobilitare le forze morali contro i grandi padroni del mondo.

Contemporaneamente, ogni autore torna a interrogarsi sul suo scrivere, sul suo essere autore e poeta. Istruttivo e meraviglioso è il discorso di Josè Saramago (1998) che racconta come i suoi personaggi siano divenuti maestri di vita e come egli sia di fronte a loro un semplice apprendista. Le loro voci sono diventate la sua, in una totale identificazione che riscontriamo in ogni singolo scrittore che prende parola di fronte all’Accademia di Svezia.

Wislawa Szymnorska (1996) ci racconta così che i poeti avranno sempre molto da fare perché il mondo e la sua normalità acquisiscono una meraviglia e un peso unici attraverso la poesia; Iosif Brodskij (1987) ricorda come il poeta, a volte, in una sola parola, in una sola rima possa spingersi dove nessun altro è stato, accelerando i processi della coscienza e della comprensione dell’universo.

Così, la parola “batte con forza sul cuore dell’uomo di ogni razza” (Salvatore Quasimodo, 1959) e la letteratura si afferma come un mezzo “per commuovere il maggior numero di uomini, offrendo loro un’immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie che ci accomunano” (Albert Camus, 1957).

Ogni autore si fa carico della realtà con un mezzo fragilissimo e apparentemente impotente, la parola. Con la parola si può sconfiggere la paura, “una forza degradante che diventa con facilità un’ossessione e produce odio” (Bertrand Russell, 1950); si può testimoniare la realtà che “non possiamo negare, che è carne della gente” (Miguel Asturias).

Lo scrittore è parte di ogni processo storico, di ogni evento: “se i carri armati della sua madrepatria hanno inondato di sangue l’asfalto di una terra straniera, gli schizzi macchiano per sempre il volto dello scrittore” (Aleksandr Solzenicjn, 1970), perché la realtà nella letteratura viene abbracciata per “preservarla in tutto il suo antico groviglio di bene e male, di disperazione e speranza” (Czeslaw Milosz, 1980) e solo così possono emergere i suoi segreti più profondi, le sue distorsioni e perversioni.

Perché a ben vedere, in ogni discorso presentato in questo prezioso volume, ogni autore, con il suo personale modo di raccontare il mondo, non fa altro che ribadire una fiducia e una speranza intensa e dolorosa nell’uomo e nella sua coscienza.

Come dice Pablo Neruda di fronte all’Accademia, poco prima di morire forse assassinato dal regime cileno, “ho sempre creduto nell’uomo. Non ho mai perso la speranza … l’intero avvenire è racchiuso in quel verso di Rimbaud: solo con un’ardente pazienza conquisteremo la splendida città che darà luce, giustizia e dignità a tutti gli uomini, così, la poesia non avrà cantato invano” (1971).

E dunque va reso merito a Per amore del mondo di offrirci un mezzo semplice e complesso insieme per ragionare su quanto noi stessi, come esseri umani, siamo costituiti di parole e di racconti.

Di quanto la letteratura faccia parte ancora dei nostri bisogni primari, perché è proprio tramite essa che possiamo far risuonare in noi quel sentire comune che ci rende tutti parte di questa umanità.

 

Editore: Bompiani    

Collana: Tascabili Narrativa

Curatore: Daniela Padoan

Prezzo: 18 euro

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