Mario Sesti, CHE COSA È IL CINEMA, Donzelli Editore

Incontri e conversazioni con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sean Connery, Meryl Streep, Al Pacino, Valeria Golino, David Cronenberg, David Lynch, Terrence Malick, Arthur Penn, Emir Kusturica, Wim Wenders, Olivier Assayas, Giuseppe Tornatore, Nicolas Winding Refn

Giornalista, critico cinematografico, regista,  tra i curatori del primo Festival del Cinema di Roma, Mario Sesti ha portato la propria intensa attività in ambito cinematografico nel libro Che cos’è il cinema, pubblicato da Donzelli Editore, che tenta di dare una risposta attraverso una serie di incontri organizzati nel corso del Festival per parlare della settima arte con chi la fa, davanti e dietro una telecamera.

Il cinema viene dunque raccontato dagli artisti – attori o registi – e dall’autore, innanzitutto in veste di organizzatore di una manifestazione ideata per portare il cinema nelle vite degli spettatori, senza i quali il lavoro dei primi non sarebbe che vano.

Le interviste con gli attori sono forse le più interessanti. Soprattutto, è interessante notare come in loro siano perfettamente riconoscibili alcuni dei ruoli interpretati nei film, mostrando quanto di sé ogni attore metta nei propri personaggi. Si percepisce la disponibilità e professionalità di interpreti come Meryl Streep o Al Pacino – inaspettatamente, coloro con i quali immagineresti quasi di poter parlare per ore – mentre una star del calibro di Sean Connery sembra avere l’aria un po’ distaccata, altezzosa, polemica, di uno scozzese che vuole far valere i suoi diritti di autonomia anche mentre parla di cinema  (soprattutto nei confronti degli americani); quasi uno dei tanti re interpretati durante la sua lunga carriera.

Mentre il capitolo finale racchiude un omaggio ai grandi miti del cinema, soprattutto di ieri (Silvana Mangano, Monicelli)  e allo sguardo di alcuni  famosi critici cinematografici, colleghi e amici dell’autore, tutta la parte centrale, il fulcro del libro probabilmente, è dedicata alle interviste con i grandi registi. E se ci si aspetterebbe una conversazione tra figure che in modi diversi “fanno” cinema per gli amanti del cinema, allo scopo di farli entrare nel loro mondo, per portali dentro lo spettacolo, purtroppo quello che ne risulta è spesso un dialogo del tutto privato che esclude chiunque altro sia in ascolto. Come nelle direttive per l’intervista date da Terrence Malick: tra le altre, anche la richiesta che il pubblico si astenesse dal fare domande, foto e quant’altro, come se non ci fosse neppure. Spesso, leggendo, ci si sente così: un lettore ma non un interlocutore.

Solo Giuseppe Tornatore riesce a portare il lettore sul set, dove fin dal primo giorno di ripresa l’artista riesce a far vivere e a condividere con la sua troupe tutta la magia del cinema. Il suo racconto ci conduce tra gli amori, le piccole faide, gli equilibri e i disequilibri che nascono dietro le quinte e che rendono la squadra protagonista di un mondo esclusivo, dove per tutta la durata delle riprese si svolgerà la vita di ognuno.

Ma forse, se è vero che del cinema è necessario parlare, è anche vero, come sostiene David Lynch nella sua intervista, che noi umani possediamo il dono della intuitività, assai sottovalutato. Spesso – sostiene Lynch – si perde molto tempo a chiedere ai registi quale messaggio vogliano trasmettere attraverso i loro film, ma esso è contenuto in quel complesso intreccio di immagini, suoni, dialoghi, nei tagli delle inquadrature in cui esso consiste, e non occorre aggiungere altro.

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