IL MALINTESO DELLA VITTIMA di Tamar Pitch@ Edizioni Gruppo Abele: Una critica alla strumentalizzazione della vittima nella cultura punitiva.

Tamar Pitch è Professoressa di Filosofia e Sociologia del Diritto all’Università di Giurisprudenza di Perugia. Considerata una figura di riferimento del femminismo italiano, nella sua attività di ricerca si è occupata di tematiche della sociologia giuridica, della devianza, differenza di genere, dei diritti degli emarginati e degli immigrati.

Il Malinteso della vittima: Il divario tra legalità formale e giustizia

Nel suo ultimo lavoro, Tamar Pitch espone un’analisi che affronta il tema della torsione dello strumento penale, elevato da buona parte del pensiero collettivo a panacea di ogni male sociale, mettendo in luce alcune intime connessioni che corrono tra questioni spesso imposte come separate.

Il ragionamento dell’autrice prende le mosse da una domanda: come siamo arrivati al punto in cui la legalità formale fa a pugni con la giustizia? E si inserisce in uno scenario in cui, innanzitutto, deve constatarsi uno slittamento del concetto di sicurezza, un tempo legato all’effettiva garanzia di diritti, tutele ed erogazione dei servizi e ora comunemente declinato come necessaria immunità personale dall’essere vittima di reati.

Il lemma si è spogliato, dunque, di ogni riferimento sociale per evocare l’idea di uno spazio urbano decorso e sorvegliato, in cui percepirsi al sicuro. Un’idea di spazio che, chiaramente, pone al centro un soggetto maschile (giovane, etero, benestante), il quale non ha bisogno di proteggersi tra le mura domestiche, ma nello spazio pubblico e da persone sconosciute.

Una concezione, questa, che valorizza la responsabilità individuale e a cui si correla la privatizzazione della sicurezza dei cittadini, per la sostenibilità della quale non viene più fatto appello alle risorse pubbliche, bensì al linguaggio e agli strumenti mutuati dal sistema penale, strutturalmente repressivo.

Il Malinteso della vittima: non più Oppressi ma Vittime

Pitch individua la conseguenza diretta di questa tendenza nella sostituzione, nel discorso pubblico, del termine Oppresso con Vittima, che asseconda una logica per cui le ingiustizie non vengono più imputate alla struttura sociale, bensì a singoli individui, o meglio, categorie di individui, criminalizzando chi già è emarginato e attuando politiche securitarie. Il paradigma vittimario viene riconosciuto come strettamente connesso all’affermarsi della cultura neoliberale, produttiva di una visione che riduce la complessità sociale alla dialettica buoni e cattivi.

In un simile contesto, affinché si possa efficacemente rivendicare la propria soggettività politica, secondo la critica dell’autrice, diventa necessario essere riconosciuti come Vittime e, dunque, assecondare quel processo che impone il concetto di vulnerabilità ed esclude ogni possibilità di autodeterminazione.

Il Malinteso della vittima: La critica del femminismo punitivo

Attraverso questa lente, viene osservato un perimetro di indagine in cui si inseriscono diverse tematiche, dall’erosione dell’agibilità politica mediante la configurazione di reati di solidarietà e la generale criminalizzazione dei movimenti sociali; alla postura delle istituzioni durante la recente pandemia, che ha portato all’applicazione di divieti che in altri  momenti sarebbero apparsi inimmaginabili oltre che illegittimi; passando per  la critica verso le conseguenze a cui conduce  un certo femminismo c.d. punitivo, in particolare con riferimento ai temi della gravidanza per altri e del sex work, nella misura in cui  madri portatrici e venditrici  di servizi sessuali vengono ridotte e relegate al ruolo di  vittime.

Il Malinteso della vittima: I dubbi nei confronti del giustizialismo

Il Malinteso della vittima, che si inserisce, alimentandolo, nell’attuale dibattito sullo spropositato utilizzo del panpenalismo, ha il pregio di essere un libro la cui fruizione è disancorata dalle pareti accademiche e di offrire numerosi spunti per l’approfondimento dei temi e le questioni trattate, essendo ricco di riferimenti e note bibliografiche. Per questo, è un saggio che si rivela utile ad accompagnare anche chi si trovi ad un primo approccio con un discorso che proponga diverse prospettive e possibilità sul tema della giustizia sostanziale. All’interno della società civile, infatti, comincia a farsi strada un atteggiamento sempre più dubitativo di fronte a quelli sino ad ora sono stati ritenuti i mostri sacri del giustizialismo:  negli ultimi mesi, non solo, mai come prima  l’argomento carcere  è stato al centro di una forte attenzione da parte anche di non addetti ai lavori, ma soprattutto lo sciopero della fame del detenuto anarchico Alfredo Cospito, ha portato, attraverso  mobilitazioni politiche intellettuali e giuridiche, a problematizzare fortemente l’istituto del 41 bis, la cui campagna per l’abolizione ha coinvolto diverse  associazioni, artisti, intellettuali  e giuristi.  

Il Malinteso della vittima: La riflessione verso la responsabilizzazione collettiva.

Con tutta probabilità, si tratta di una spontanea riflessione, oltre che reazione, rispetto a toni e politiche governative, che, di sicuro, non si  distinguono per pacatezza e senso di responsabilità. Le risposte muscolari delle istituzioni, proponendo soluzioni che nulla hanno a che vedere con processi di responsabilizzazione collettiva, ormai non sempre convincono.

L’alacre  prodigarsi per la  creazione di nuovi reati (basti guardare alla rapida formulazione della normativa antirave, alle recenti proposte di legge volte a colpire le pratiche di protesta degli ambientalisti e per l’introduzione del reato di istigazione all’anoressia (eh sì!)), sembra non riesca più a celare la realtà di una politica di rinuncia a qualsiasi progetto di riforma sociale

La pubblicazione del lavoro di Pitch si pone in perfetto sincrono con una sempre più ampia riflessione collettiva che sta superando l’idea, comunemente scontata, che da un’esperienza di violenza subita nascano soltanto esigenze legate alla logica punitiva, per restituire centralità agli aspetti, invece, legati ai bisogni che riguardano la sfera materiale ed emotiva e richiedono un lavoro e un percorso complessi, normalmente, purtroppo, affrontati in solitudine.

Tamar Pitch è ordinaria di Filosofia e Sociologia del diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Perugia. È stata condirettrice della rivista “Studi sulla Questione Criminale”. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Che genere di sicurezza. Donne e uomini in città (con Carmine Ventimiglia, Franco Angeli 2001); I diritti fondamentali: differenze culturali, disuguaglianze sociali, differenza sessuale (Giappichelli 2004); La società della prevenzione (Carocci 2007); Pervasive Prevention. A Feminist Reading of the Rise of the SecuritySociety (Ashgate 2010).

Tamar Pitch

Il malinteso della vittima. Una lettura femminista della cultura punitiva

Edizioni GruppoAbele, 2022

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