L’ANGELO DEL FOCOLARE porta per la prima volta al Teatro della Pergola di Firenze, Emma Dante e il suo linguaggio visionario, crudo e poetico sul mondo femminile. In scena un femminicidio reiterato senza fine. Come senza fine sembra essere l’elenco delle vittime sciorinato come una litania nelle cronache quotidiane della nostra comunità malata di patriarcato. L’intensa interpretazione di Leonarda Saffi, Giuditta Perriera, David Leone, Ivano Picciallo, ci costringe a guardare senza sconti nell’abisso della nostra cultura e a innescare un urgente cambiamento interiore e collettivo.
Su Gufetto abbiamo recensito le produzioni precedenti: Re Chicchinella, Il Tango delle Capinere, Pupo di Zucchero e Misericordia.
Articolo a cura di Francesca Valente e Sandra Balsimelli
Contenuti
L’ANGELO DEL FOCOLARE: il carosello rituale della violenza

foto di Masiar Pasquali
Ogni mattina una donna dal volto insanguinato giace sul pavimento freddo di una stanza vuota. La sera prima è morta ma il suo tormento non può finire, si ripete sempre uguale, giorno dopo giorno, in un carosello insensato che mette in scena il dramma della vita di una famiglia patriarcale di cui Lei è la protagonista. Lei, L’ANGELO DEL FOCOLARE. Intorno al suo corpo immobile la vita domestica riprende e, un mobile dopo l’altro, la casa si riempie di oggetti e di vita: un figlio che non spegne la sveglia e chiama la madre insistentemente, una suocera che parla incessantemente, un marito che vaga in mutande per casa e piscia nella tazza del water. Lei a poco a poco si risveglia, si alza in piedi e ricomincia a fare quello che ha sempre fatto, quello che solo sa fare: occuparsi degli altri, stirare, pulire, preparare pasti. Non sembra ricordare quello che le è successo, nonostante il sangue le coli sulla faccia.
Il girone dantesco dei femminicidi ne L’ANGELO DEL FOCOLARE

foto di Masiar Pasquali
Il suo destino è quello e Lei è condannata a riviverlo per sempre, come in un girone dantesco: il cerchio dei femminicidi. Qui però non si trova solo il carnefice, costretto a ripetere ciò che ha vissuto, ma rivivono ogni giorno il proprio supplizio anche le vittime con la stessa violenza che hanno subito in vita: non solo Lei, ma anche il figlio e la suocera, che fanno parte del sistema di violenza, in parte costruendolo, in parte tentando di uscirne, ma senza mai il coraggio di dire basta. Vittime e carnefice si muovono insieme nella ripetizione ossessiva dei gesti, in una pantomima che diventa a tratti danza ripetitiva e rituale in cui i personaggi sembrano trasfigurare gli atti e le parole più violenti. Scandiscono questi balletti grotteschi dei personaggi le “nostre canzonette”, che contribuiscono a costruire un quadro di (mal)sana famiglia italiana. Il carosello trova il suo culmine nel finale, quando la stanza via via si svuota e i personaggi ricompaiono sulla scena tutti vestiti di bianco, in una sorta di finale rito catartico: la donna danza una tarantella senza freni sulle note di Alla fiera dell’Est, la gioiosa canzone di Branduardi che celebra il perpetrarsi della violenza nel mondo, dal topolino a Dio. La vicenda della donna si chiude in una sorta di Apoteosi, in cui il dolore e la violenza sembrano sciogliersi in una danza sciamanica.
il potere dell’educazione sentimentale

Il tema del femminicidio colpisce allo stomaco dello spettatore senza nessuno sconto e, con esso, l’altrettanto attuale tema delle sue origini, di quanto questo fenomeno oscuro e antico si radichi nel trasmettersi, di madre in figlia, di padre in figlio, attraverso paradigmi sociali improntati alla violenza e rimasti immutati da generazioni. I corpi degli attori, possenti e indiscussi protagonisti, mostrano il mondo maschile nella sua brutale animalità, completamente identificato in una sessualità predatoria che rende il vero uomo forte nella sopraffazione e, al tempo stesso, inetto, sciatto, inadeguato alla vita, parassita sfruttatore della forza femminile a cui delega l’onere quotidiano della sopravvivenza. La rappresentazione del mondo femminile, al polo opposto, contrappone, un ibrido ambivalente di resilienza, tenerezza, sottomissione, vitalità, ribellione, assuefazione al potere subito, difesa tenace dei piccoli. Madre e nonna sono avvinte ad un destino di asservimento che contribuiscono per prime a perpetrare nel tempo ma anche depositarie, nel loro ambiguo legame di rivalità femminile per il possesso dell’uomo e sorellanza solidale, del codice della disobbedienza e della fuga da un sistema oppressivo.

Il personaggio del figlio catalizza su di sé lo scontro tra due modelli educativi ancestrali: la coazione ad emulare il modello paterno e patriarcale, dimostrando la propria maschilità attraverso la forza bruta, i muscoli, l’arroganza e la provocazione femminile a nutrire la parte delicata e sottile di sé, a coltivare l’anima, a credere nel proprio talento anche quando questo disobbedisce ai ruoli di genere imposti. Entrambi manipolano e corteggiano il ragazzo per tenerselo ancorato e impedirne la vera emancipazione; attraverso un narcisistico soddisfacimento dei bisogni primari lo blandiscono, offrendogli cioccolatini, patatine, generose sorsate alcoliche, pur di vincerla quella battaglia, provocando in lui la terribile sensazione di non essere nessuno, di essere rimasto a metà tra due mondi inconciliabili, grigio, senza personalità, né vero uomo, né vera donna, qualunque cosa queste espressione vogliano dire. L’abbraccio attorno a un vestito proibito e rosa shocking suggerisce un passaggio di testimone che connette idealmente le gioventù un tempo incontaminate e libera e perduta della madre e della nonna all’istanza di autenticità e ribellione agli schemi imposti del figlio. La scena splendida e terribile che innesca l’epilogo tragico e violento, non è solo un regolamento di conti tra identità di genere in lotta per la propria auto-accettazione ma anche, forse soprattutto, un inno al risveglio del femminile in ognuno di noi, inteso come grazia della vita, bellezza, espansione leggera di sé senza necessità di schiacciare alcuno, canto libero dell’anima.
Il potere sciamanico della ripetizione ne L’ANGELO DEL FOCOLARE

Ogni potente scelta stilistica de L’ANGELO DEL FOCOLARE sembra condurre alla dimensione del rito, della danza catartica e dolorosa di una celebrazione arcaica e archetipica. La regia intensa e iperrealistica, l’interpretazione spinta fino al grottesco dei personaggi, le routine danzate e ossessive alla Pina Bausch, la drammaturgia radicata in un dialetto stretto a tal punto che il linguaggio quotidiano si fonde, senza contrasto, con le ipnotiche litanie religiose che punteggiano in controcanto tutto il testo: ogni elemento sottolinea il ripetersi senza spiraglio di un codice culturale che imprigiona tutti allo stesso modo. La lingua in cui parlano i personaggi sembra un condensato dialettale di tutte le lingue del nostro Sud, un dialetto archetipico e musicale, un canto ossessivo e implacabile, come una taranta magica, una percussione tribale, il battere e il levare di una metrica antica, tragica e comica allo stesso tempo.
Il potere metamorfico del teatro di Emma Dante
La ripetizione ciclica che avvolge lo spettatore in una spirale orgasmica esprime la denuncia per uno stato di cose che si ripete ogni giorno da sempre, con un incalzare spaventoso, fino ad un finale in cui il sangue trema nelle vene, il fiato si fa corto e non si può che applaudire in lacrime o alzarsi per scaricare la tensione. Tutto sembra anche innescare un processo catartico, terapeutico che muove ad interrompere il racconto incessante di questa orribile storia. Di un’ossessione, di una tragica coazione a ripetere ci si può liberare forse soltanto attraversandola, conoscendola tutta fino in fondo, fino a non aver più bisogno di raccontarla, come lo Zahir di borgesiana memoria che Coelho cita nell’omonimo romanzo, in un percorso dalla ripetizione alla consapevolezza che, speriamo, prima o poi guarirà la nostra collettività malata di violenza. Emma Dante si conferma, all’apice di una carriera che le riconosce il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia, un’artista capace di mettere a nudo con spietatezza e amore al tempo stesso, le ombre e le luci della nostra comunità, coltivando un cambiamento attraverso il potere metamorfico del teatro, la più alchemica delle forme d’arte.
L’angelo del focolare
testo, regia, elementi scenici e costumi Emma Dante
con David Leone, Giuditta Perriera, Ivano Picciallo, Leonarda Saffi
luci Cristian Zucaro
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Napoli, Châteauvallon-Liberté Scène Nationale, Les Célestins Théâtre de Lyon, Comédie de Clermont-Ferrand, La Scène Nationale d’ALBI-Tarn, Le Cratère, Scène Nationale d’Alès en Cévennes, L’Estive, scène nationale de Foix et de l’Ariège, Théâtre + Cinéma Scène nationale Grand Narbonne, Théâtre de l’Archipel, scène nationale de Perpignan, Théâtre Molière, Sète – Scène Nationale Archipel de Thau, Le Parvis, scène nationale de Tarbes Pyrénées, Compagnia Sud Costa Occidentale, Carnezzeria
foto © Masiar Pasquali/Piccolo Teatro di Milano


