Il Vascello se ne sta lì, fermo e in apparente movimento perché è una lucina tremula che invita nel quartiere monte che a quell’ora si è già arreso. Battaglia del giorno. C’è un foyer gremito di impavidi combattenti che stride con le tapparelle a mezz’asta dei palazzoni alti. Da quei fori scappano lampi intermittenti e lividi. La piccola scatola torna a lobotomizzare puntuale chi ormai si è lasciato cadere nel divano, in quella intima orma. La propria. Quell’incavo assomiglia a chi lo abita tutte le sere. La sorella migliore di Filippo Gili è andato comunque in scena dall’8 al 12 aprile con la regia di Francesco Frangipane e con Vanessa Scalera, Alessandro Tedeschi, Aurora Peres e Michela Martini.

Contenuti
La pozza luminosa delle Falene
Il racconto di Gili è arguto. Ben intessuto. La scrittura svela con parsimonia (come in un giallo al contrario) altri carnefici e vittime. Dall’inizio o quasi (dopo il racconto di quel sogno strano di un cane sbudellato e quell’abbraccio evaporato) si capisce che c’è una vittima ammazzata da quello che oggi chiamiamo “pirata della strada”. Poi arriveranno altri sacrifici, alla fine del secondo atto. Ecco perché Giallo al contrario.
Il giovane (Alessandro Tedeschi) era ubriaco e drogato e per questo riceverà una pena senza attenuanti: undici anni agli arresti domiciliari. Rimane fermo e con poco fiato in una casa dove impara persino a cucinare e a subodorare e ad agognare un altro sapore indistinto: la libertà che non ha più. Condivide quella bella e comunque angusta abitazione con una sorella (Aurora Peres) e con le visite dell’altra sorella (Vanessa Scalera).
Vivono e muoiono tutti in quella pozza luminosa che li attira. Sono falene confuse in cerca di una via di fuga eppure quell’atroce evento è il punto dove tornano loro malgrado. C’è una terribile e meravigliosa forza magnetica che li unisce e li spinge verso la stessa direzione: gli affetti familiari. Ma in quel raggio potente, al quale si aggiungerà anche la madre, c’è tutto il bene e tutto il male. Ci sono rancori per i loro caratteri diversi per natura. Caratteri che hanno convissuto nello stesso spazio. Echi di un’infanzia mai sopita tornano limpidi in superficie come sciocchi treni quando ci sarà da discernere tra giustezza e giustizia. Tra diritto e morale.

Giuria popolare e familiare
La vittima era già morta perchè le restava poco da vivere. Residuo di vita dato che aveva un tumore, il peggiore, incurabile: quello al cervello e dal nome torvo e impronunciabile. Inizia da questa scoperta o notizia… la possibilità di revisionare il senso di colpa dell’assassino e il processo di carte in tribunale per ridurre la pena con uno stratagemma della sorella avvocata. Ma dopo lo sconto di pena ottenuto, durante quel pranzo domenicale che doveva servire per festeggiare la sentenza, inizia l’altro processo: quello intentato dalla stessa sorella legale e tra mura di casa. Emergeranno nuove vittime, nuovi giudici, verità celate, rancori ingigantiti, rapporti dall’acre sapore incestuoso o morboso. C’è una possessività dei quattro condannati che si dipana in una serie di carezze e pugni. Quella condanna ha tolto la libertà e il sonno a ognuno dei commensali il giorno dell’incidente e adesso reso amare quelle polpette al sugo.

La vita che togli
Nel dibattimento familiare sono tutti parti del processo e il tema non è più la morte ma la vita che togli. E la questione ha posto anche le basi dell’appello in quell’altra aula, quelle di toghe e mobili di mogano intarsiato. Siamo nell’era dei processi mediatici e questo l’abile avvocata lo sa bene: rivolta dunque il coltello che ha sino a lì ferito lei e la famiglia e fa dire all’ingenuo fratello (che aveva tentato di attaccare la gamba alla morta in quel gesto disperato e stupido) la squallida bugia che lui sapeva sin dall’inizio e che si era tenuta la verità per espiare la colpa. Per immolarsi. Tutto falso. Lui l’ha saputo dalla sorella dopo otto anni e vince con i media. Conquista la clemenza del giudice e torna libero tre anni in anticipo e può gridare sussurrando nella tazza del cesso quell’orrido “yes!”. Nella stessa persona c’è la colpa e l’innocenza. Non c’è dolo. Lui è solo uno stolto ma questo lo rende colpevole comunque e forse di più.

La contabilità dello spazio
L’autore comunque vuole mitigare il suo personaggio davanti all’altra giuria. L’ultima contemporanea allo spettacolo: la platea. C’è un cerebrale rapporto tra l’assassino e la vittima. C’è comunque il senso di colpa. La voglia di libertà innegabile e umana. Come succede ai carcerati, adesso lui non sa come gestire quella prossima libertà alla quale intanto brinda. Sembra un riflesso incondizionato quell’alzata di calice biondo. Ma in realtà non sa ancora come usare tutto quello spazio che l’attende. C’è la questione irrisolta della contabilità dello spazio. Condizione nuova. Non è più come prima. Non c’è più il prima. Si chiede con l’aiuto delle sorelle se è meglio un viaggio nel deserto o nella giungla. Preferisce, in quella nuova paura, la giungla. Nel deserto sarebbe solo con se stesso. C’è in quel niente un fragoroso rumore di solitudine che lo pietrificherebbe. Nella giungla ci sono così tante cose da vedere e osservare che può per un attimo scordarsi si sé. Di com’era e di come è diventato. Lui non si piace. Non piace neanche alle sorelle che non possono che amarlo. Semplicemente. Per legame di falena. E non sapremo chi è davvero la sorella migliore…
La messinscena
Frangipane ha bravi attori da dirigere e sa dirigerli. Assisto a una recitazione naturale. C’è un gioco di interruzioni che rende onesta ogni scena e dialogo. Non c’è l’ansia da prestazione di chi si gonfia il petto e usa la voce piena. A volte si recita col boccone vero e mi piace. Vanessa Scalera è l’avvocata ma ci ha già abituato nel piccolo schermo quando ha interpretato il sostituto procuratore più famosi d’Italia: Imma Tataranni. Quella stessa abitudine per fascicoli e cause la usa in questo personaggio e ce lo restituisce intero come l’ha voluto l’autore. Aurora Peres è naturale, vera, puntuale. Sa essere credibilmente l’altra sorella: quella che baratta amori e vita e vive col fratello e col condannato: a volte due esseri. Alessandro Tedeschi ha le fisic du role. Ci regala l’idea del bello e del dannato. Credibile, naturale, ma ogni tanto torna su alcune sue cadenze genovesi. Michela Martini sa essere la madre: chiara, pulita.
L’unica nota: è come se ognuno avesse vissuto in città diverse e non sotto lo stesso tetto. Pur nella pulizia delle intonazioni si intuisce che gli attori arrivano da città e da percorsi professionali differenti.
Spettacolo da vedere.
Info
La sorella migliore
di Filippo Gili
con Vanessa Scalera, Alessandro Tedeschi, Aurora Peres e Michela Martini
scene Francesco Ghisu
disegno luci Giuseppe Filipponio
musiche Roberto Angelini
costumi Eleonora Di Marco
regia Francesco Frangipane
una produzione Argot Produzioni
in collaborazione con Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito
Durata 100’


