LA SINGOLARITÀ@ Fortezza Est: un punto di dolore

Il termine “singolarità” non rimanda propriamente a una caratteristica, ma a una dimensione più ampia in cui tutto converge. Un punto. Dove l’universo si riunisce e poi si disgrega: per essere più precisi, 13,8 miliardi di anni fa.

Dal 22 al 24 gennaio, è andata in scena a Roma LA SINGOLARITÀ sul palco di Fortezza Est. Un’opera realizzata dal collettivo Algo Ceiba e vincitrice ex aequo del Festival Pillole 2025, indetto proprio dallo stesso spazio teatrale. In questo primo spettacolo il collettivo ha cercato di indagare il rapporto che intercorre tra l’individuo e gli oggetti della sua vita; una relazione che talvolta può diventare disfunzionale e sfociare in forme di disturbo da accumulo o “disposofobia” il nome più corretto a livello clinico.

 Algo Ceiba, tuttavia, non si concentra solo sui vocaboli più appropriati della letteratura accademica. Ma porta in scena anche un testo colmo di spunti e riflessioni, e soprattutto di grande sofferenza, in cui però la linearità drammaturgica risulta non pienamente centrata a causa della raccolta di storie che si è scelto di narrare.

LA SINGOLARITÀ: di cosa parla lo spettacolo di Algo Ceiba

Questo percorso creativo così composito si riflette nella struttura stessa dell’opera, che mostra un impianto attento alla ricerca e alla sperimentazione. Ogni elemento, dal movimento scenico alla costruzione dei personaggi, sembra infatti nascere da un dialogo costante tra le diverse componenti artistiche in cui emerge l’impellente urgenza di raccontare quanto è stato scritto.

La trama e la messa in scena

Un confine che non regola la scena: è proprio questo il fulcro della scenografia, uno degli elementi più riusciti dello spettacolo. Delle barre formano un quadrato all’interno del quale si colloca la stanza di una casa, assediata e colma di oggetti dei più svariati. All’inizio gli attori si confondono con questi oggetti: chi dietro un manichino, chi sotto il letto. Nascosti dalle ombre del palco, vengono illuminati da una luce intensa fino al momento in cui si rivelano al pubblico.

È allora che si nota con chiarezza la bara di legno appoggiata accanto alla struttura, che lungo lo svolgersi dell’opera si scoprirà essere il feretro del fratello di uno dei protagonisti. Le storie di M. e di altri nomi, segnate da esperienze dolorose, ricordano agli spettatori quanto la “disposofobia” non sia un bonario disordine ma una profonda e accurata malattia. Lo spazio di quella stanza diventa la prova tangibile di questo dolore. Gli attori entrano ed escono dai suoi confini, mentre gli oggetti rimangono fissi al loro posto, fino all’avvicinarsi della conclusione dello spettacolo. La bara, che dovrebbe trovare spazio al suo interno, non ci riesce, come accade anche alle persone che la vorrebbero abitare. Solo alla fine la stanza si svuota. Ormai piena delle fragilità che ha ospitato.

L’interazione scenica del Collettivo Ceiba

Se nel suo insieme la scena risulta ben costruita e visivamente efficace, si ha tuttavia l’impressione che gli interpreti non riescono pienamente a entrare in relazione con ciò che li circonda.

La scenografia così densa e carica di significati, sembra talvolta restare un contenitore più che un vero interlocutore dell’azione scenica. Anche la scelta di coinvolgere direttamente il pubblico contribuisce a rendere incerto l’uso di quello spazio, spostando l’attenzione fuori dalla stanza e indebolendo la tensione che dovrebbe invece nascere al suo interno. Le luci, a cura di Chiara Saiella, mostrano al contrario una piacevole armonia con il susseguirsi della trama, da cui deriva una maggiore unità all’opera stessa.

LA SINGOLARITÀ: la drammaturgia di Riccardo Tabilio

La drammaturgia dello spettacolo si configura fin da subito come un racconto poliforme, in cui, insieme alle storie narrate, entrano in scena anche i ricordi d’infanzia degli attori e il percorso creativo del testo stesso.

La penna di Riccardo Tabilio mostra la complessità nascosta dietro al dolore spesso taciuto. E gli oggetti si trasformano in testimoni di un tempo lontano, ancora troppo difficile da lasciar andare. Come in Album, opera scritta sempre da Tabilio con il collettivo Keplero-452: le cose che allora erano fotografie e qui sono oggetti della nostra quotidianità diventano un veicolo di memoria, collettiva o individuale che sia. Tuttavia, la strada che dovrebbe far comprendere queste emozioni al pubblico viene ostacolata da una trama colma, forse troppo, di dialoghi e parole, dove il messaggio stesso dello spettacolo ha difficoltà a emergere.

Anche l’interpretazione di Francesco Savino, giovane attore, risulta essere poco incisiva, soprattutto nei momenti in cui sentimenti molto forti come la rabbia esplodono finalmente sul palco. Al contrario Nadia Fin, e in particolare, Gabriele Ratano, campione di Poetry Slam Italia 2025, danno prova di una performance attoriale convincente e in linea con il grande intreccio presentato dal testo.

LA_SINGOLARITA - cast collettivo Aceiba
Cast collettivo Ceiba

Chi sono gli Algo Ceiba

In collaborazione con la scuola di Alta Formazione Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini, lo spettacolo prende forma come “labor work”. Proprio come quest’ultimo, Algo Ceiba nasce infatti tra queste mura. È formato da Nadia Fin, Gabriele Ratano, Francesco Savino e Gianluca Fischetto, unico membro a non comparire sul palco e a ricoprire il ruolo di aiuto regista. Da questa esperienza prende avvio anche la scrittura di Riccardo Tabilio, autore del testo, premiato con una menzione speciale per la drammaturgia nell’ambito del concorso Omissis 2025; la “messa in scena” è affidata al contrario a Elena Gigliotti e Dario Aita, noto attore, protagonista anche del film Parthenope di Paolo Sorrentino.

LA SINGOLARITÀ: dalla sofferenza alla rinascita

Algo Ceiba è nome che ricorda una storia. Dal greco antico Algo (àlgos) significa dolore. Ceiba invece è il termine con cui le civiltà precolombiane si riferivano all’albero della vita, dove tutto nasce e trova origine. La storia che questo collettivo porta in scena tratta proprio di questo: della speranza di una rinascita, nonostante tutta la sofferenza subita.

La SINGOLARITÀ è un’opera difficile per il tema che vorrebbe trattare e per come lo rappresenta. La drammaturgia appare a tratti debole nel supportare questa peculiarità. Tuttavia, è sicuramente un lavoro interessante e con dei buoni attori, che avrà modo di affinarsi nel tempo e di trovare un punto anche per lui dove tutto può cambiare. Un punto di dolore.

LA_SINGOLARITA_FORTEZZA-EST - una scena
LA_SINGOLARITA_FORTEZZA-EST – una scena

LA SINGOLARITÀ: cast e dati artistici

Drammaturgia: Riccardo Tabilio

Messa in scena: Dario Aita e Elena Gigliotti

Con: Nadia Fin, Gabriele Ratano, Francesco Savino

Aiuto regia: Gianluca Fischetto

Coreografie: Luca Piomponi

Musiche originali: Tommaso Grieco

Scene: Deposito di Dario Aita ed Elena Gigliotti, la casa della nonna di A., Francesco Savino, Nadia Fin, Gabriele Ratano, Gianluca Fischetto, Officina Pasolini, cassonetto della spazzatura di via Roberto Malatesta, il balcone in via Tiburtina

Con il sostegno della Fondazione Yana Cini, Fortezza Est.

Spettacolo realizzato nell’ambito del LABOR WORK Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini con il sostegno di DiSCo Lazio e Regione Lazio. Con il sostegno di Pignetoff, Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini

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Leonardo Chiaventi

Laureato in archeologia alla Sapienza, vado nei teatri per capire quell' attualità che nei banchi di scuola non ho mai studiato. Scrivo per diletto con la speranza di farne un lavoro.