Il Vascello se ne sta lì in un quartiere, a quell’ora, “elegantemente” addormentato. Non c’è più il brusio intermittente del giorno. Picchi sonori vivaci ma non troppo perché Monteverde Vecchio è più defilato, se ne sta appollaiato in alto in uno dei sette colli. Lì vive la borghesia che apprezza anche gli spettacoli di qualità. C’è una vita discreta che corre lungo l’arteria principale che è anche l’ingresso del Teatro. Il 19 novembre ha debuttato Emma Dante. La regista Siciliana frequenta Roma da sempre ed è pronta insieme ai suoi due attori a presentarci la sua personalissima idea de “La Scortecata”. Gli attori in scena: Carmine Maringola e Salvatore D’Onofrio, sono le due sorelle vecchissime di Giambattista Basile. Lo spettacolo è interessante perché interessante è anche la storia di chi l’ha messa al mondo dell’arte: si muove abilmente tra umorismo, comicità, drammaticità. Il confine è labile. Introvabile. Non è storiella con il solo scopo di allietare. Non è nello stile e intenzioni del signor Basile. Il pensiero di annida. Si deve annidare e uscire col pubblico dopo che il sipario e le luci si sono abbassati. I suoi territori sono impervi, quelli dell’autore cortigiano, raccontano la tragicomica esistenza umana e la Dante ha ricevuto e ben accolto l’invito dell’autore dell’600 e gli ha dato di nuovo un palcoscenico dove farsi vedere e sentire.

Contenuti
La scortecata: umorismo o comicità? Dramma.
Ci sono molti autori e al seguito alcuni registi, eredi dei testi, che si muovono nell’accidentato terreno minato dell’umorismo, comicità e dramma. (L’umorismo cela già il dramma). Il confine è labile. Sfugge. Non viene mai delineato volutamente: è come se ci fosse un elfo o qualche creatura indefinita o invisibile, assunta allo scopo, a muovere la corda del confine tra le tre forme espressive. Forme che non sono solo teatrali. Il Teatro replica la vita. La racconta e a volte la esaspera. La spettacolarizza per compiacere la platea. Cerca linguaggi per ammutolire quelle bocche voraci in batteria in un unico stupore all’unisono. La Storia qui è semplice: una anzi due donne sono assai vecchie ma non vogliono invecchiare, un re si innamora dell’idea, di una suggestione: crede che oltre quelle mura o porta, viva una creatura meravigliosa. Ma qui, nella Scortecata della Dante niente lieto fine. Il Re si accorge dell’inganno e caccia o lancia dalla torre la vecchia. Il tempo ha già lavorato ed eroso, rovinato, consumato senza clemenza la pelle, la voce, le ossa delle donne. L’unica cosa che rimane terra franca è la voglia dell’essere umano di essere appunto. Essere ancora, per sempre e comunque. Esigenza di vivere. Urgenza persino di esserci ad ogni costo, istigata dal quel cumulo di anni passati nell’antro fetido che è la casa delle donne e insieme le loro miserabili vite. Anni che si affastellano e incurvano le ossa. Vita infilata nel ginepraio angusto di case orride, traballanti e trasparenti ai piedi del sontuoso castello. Il maniero brilla come una stella e come tale è pertanto irraggiungibile. C’è solo una chiave che può condurre una delle due sorelle oltre il fossato di coccodrilli, all’interno delle alte mura merlate: l’inganno. La porta di casa fa da schermo ed è complice della bugia rosa: le donne succhiano il dito perché diventi come quello di una giovane piacente e perché solo quello infileranno nel buco della serratura oltre il quale vi sono gli occhi famelici del sovrano, per istigarlo ad amare, sognare e sbavare. C’è anche un altro segreto per togliere giorni a quel dito raggrinzito; ma lascerò il dubbio alla curiosità morbosa del pubblico. Peraltro non servono pozioni introvabili…
La scortecata: Fiaba o Favola
Emma Dante per quanto dichiari di giocare con la Favola in realtà propone con umorismo sagace la crudeltà che appartiene più alla Fiaba popolare. C’è il re o principe che si voglia (tipici della Favola) ma è stato evirato il finale da sogno. La regista Siciliana finisce la sua pièce con la richiesta indifferibile di una delle due sorelle d’essere scortecata ovvero privata della pelle, spellata, ma covando in sé disperatamente il desiderio di una rinascita. Crede (o spera) che sotto la pelle vecchia e unta di catapecchia e vita maleodorante, possa rilucere una pelle di giovane donna. Vellutata. È l’esuvia che abbandonano i serpenti. Affida il triste quanto disumano compito alla sorella. C’è simbiosi e amore tra le due, nonostante i litigi e c’è dell’altro dato che la sorella accetta l’incarico: per pietà, per amore dunque e infine per curiosità…

La scortecata: piantina verbale di Napoli
Basile vive e lavora alla corte napoletana del Vicerè Spagnolo. È il seicento. L’inizio di quel secolo di dominatori. Cortigiano poliedrico, scrive musica, organizza feste e scrive versi celebrativi. Infine scrive anche “Lo cunto de li cunti” o il “Trattenimiento de’ peccerille”: l’opera postuma a cura di Gian Alesio Abbatius, che sceglie questo il titolo come Boccaccio per Dante. Abbatius meticolosamente unisce e raccoglie i racconti di Basile. Cinquanta a essere precisi. In questa raccolta “La Scortecata” è il lifting ante litteram. Nel linguaggio del racconto c’è la Napoli verace, una piantina di parole e immagini della città. Ci sono metafore a tinte forti, sensuali e grottesche. E quindi un’altra ante litteram paragonabile forse a quei navigatori artificiali di Google. Leggere l’opera di Basile è pari a leggere il Vademecum della città partenopea. La traduce per chi vi mette piede e la rende più fascinosa.

La scortecata: geometria irrregolare alla Dante
I due attori: Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola (marito della regista), sono bravi. Sono mostruosamente belli. La Dante li deforma come argilla, li destruttura fisicamente per poi ricomporli. Non è solo l’acciacco degli anni che gli attori devono portare in scena e interpretare col corpo e voce: è quello che viene dalla vita irrisolta. Quello che essa procura alle povere membra. L’esistenza pesa di una insopportabile gravità sui corpi come macigno in perenne caduta. Quindi Emma Dante quei corpi li smonta e li rimonta con la sua chiave scovata nella personale cassetta degli attrezzi. È carne barcollante che la regista lascia perennemente sull’uscio della vita, in un equilibrio instabile. Sono esistenze sospese: nessuna cade tuttavia e nessuna spicca il volo. Quando cade la speranza di sposare il sovrano, prima di morire, ecco l’idea: farsi scorticare per permettere la rinascita della pelle e della speranza. La vera e definitiva morte per chi mangia e respira solo polvere è la morte della speranza. In questa giostra le due sorelle sono interpretate da due uomini per essere atrocemente più goffi; fanno sì sorridere, ridere e persino commuovere. E davanti l’atroce decisione di divenire “La Scortecata”, anche noi speriamo, incrociamo le dita nel buio segreto della sala affinché il miracolo si avveri davvero. E speriamo non si tratti solo di Teatro. Vorremmo almeno che la Fiaba diventi Favola. Speriamo che una sorella sappia spellarla per bene e l’altra sappia rinascere davvero. Sotto la pelle che sta per cadere al suolo, vibra un oscuro furore di vita! Furore che è di tutti: attori e pubblico. Re e sudditi.
Info
liberamente tratto da Lo cunto de li cunti
di Giambattista Basile
testo e regia Emma Dante
con Salvatore D’Onofrio, Carmine Maringola
elementi scenici e costumi Emma Dante
luci Cristian Zucaro
assistente di produzione Daniela Gusmano
assistente alla regia Manuel Capraro
produzione Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, e Carnezzeria.
coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma


