Il 25 Giugno è andato in scena LA POTENTISSIMA SIGNORA LAURA BETTI, portato in scena dalla compagnia dall’associazione Youkali nella splendida location del cimitero monumentale della Certosa di Bologna.
Uno spettacolo per omaggiare Laura Betti, vedova di Pier Paolo Pasolini, in un riadattamento dei testi tratti da una raccolta di poesie e canzoni a lei dedicate da alcuni autori e autrici dell’epoca, tra cui anche Alberto Moravia, Carlo Levi e Leda Muccini.
Una rappresentazione che lascia tanto a desiderare, così tanto da risultare piacevole, come paragonare un pessimo film ad un grande libro, la fantasia è tristemente più feroce e attraente della realtà.
L’associazione culturale Youkali fondata nel 2000, è attiva sul territorio della città metropolitana di Bologna attraverso corsi, iniziative per grandi e piccoli, spettacoli dal vivo.
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LA POTENTISSIMA SIGNORA LAURA BETTI – le suggestioni involontarie

Una suggestiva fisarmonica e una esuberante ma oscura Laura ci accompagnano alla tomba della defunta, dove viene recitato un falso necrologio scritto da Pier Paolo Pasolini proprio per la potentissima signora: un momento che, vuoi per l’atmosfera data dal contesto, vuoi per l’intensità del testo, introduce subito lo spettatore in un momento di forte suggestione, al confine con la commozione.
Quello che succede poi risulta, a chi assiste, imprevedibile.
La performance mi riporta alla mente una serie di suggestioni, di esperienze e di ricordi in un ordine incontrollabile, a raccontare delle emozioni contrastanti, che non mi piace provare mentre sono spettatore di qualcosa, specialmente dal vivo.
Partendo da Ennio Flaiano
Mi viene in mente ad esempio Ennio Flaiano, un osservatore importante del e per il suo tempo, con quello sguardo sconsolato e annoiato, quella nostalgia di un altro-quando che non è mai esistito ma solo desiderato, e in quanto cosa non concreta, piazzarla in un tempo passato ci quieta. Si può trovare, soprattutto nella raccolta di sue recensioni “Chiuso per Noia” un esempio di questo suo sentimento, a metà tra il desiderio spassionato e il macigno schiacciante della realtà.
Osservo questa rappresentazione, al confine tra il teatro-canzone e un burlesque senza abiti succinti ma con tanti ammicchi ingiustificati, che mi fa dubitare in un primo momento della perfomer, poi della regia, per scoprire che le due figure sono incarnate dalla stessa persona.
Dicevo Flaiano, che avrei voluto interpellare lì, di fianco a me per fargli l’unica domanda che mi avrebbe salvato, che magari avrebbe potuto portarmi mentalmente altrove: cosa sto guardando? E soprattutto, per quale pubblico succede tutto questo?
Così da uscire dall’impasse, deresponsabilizzare, per arrivare a pensare che questo spettacolo non fa per me.

A Karl Valentin
Tempo fa partecipai a due corsi, uno di recitazione e uno di lettura espressiva.
Il primo, di discutibile professionalità, ebbe coma regista un signore che al momento di dover decidere l’opera da restituire ci impose due testi tratti da Tingel Tangel, una raccolta di scene di commedie del 1927, del commediografo Karl Valentin.
Fu imbarazzante, sia perchè noi durante quel corso non avevamo imparato a recitare ma ci eravamo semplicemente fatti compagnia, sia perchè la commedia, il senso dell’umorismo, la comicità, a volte invecchia veramente male.
Il secondo invece, sicuramente più professionale, vedeva oltre me (all’epoca, un ragazzo di ventiquattro anni) e poi maestre d’asilo e signore sulla sessantina. Alla terza lezione capii che l’unica ragione d’essere, se non prestabilita, sarebbe sicuramente diventata la lettura espressiva per un pubblico di bambini.
Questi due ricordi si mischiano mentre guardo la potentissima: da un lato, lo stupore che trovo quando qualcosa che comico dovrebbe essere, a me comico non risulta; dall’altro, c’ero io, con un mio coetaneo, circondati da signori e signore in pensione, e due o tre giovani (forse stagisti, oppure appassionati di cimiteri).
E se fosse vero che anche per l’intrattenimento, e non solo per l’attenzione e le cure necessarie, che gli anziani sono come i bambini?

A Giorgio Montanini
Di tutt’altra natura, mi appare in mente un famoso monologo di Giorgio Montanini, uno dei grandi comici che hanno cambiato le carte in tavola e hanno reso tutto più umano e meno intrattenimento berlusconiano, monologo in cui inveisce contro le cover band di dopolavoristi tacciandoli della responsabilità di sedare una possibile rivoluzione in Italia.
In quel monologo, ad un certo punto discute con un ipotetico amico dentista che gli dice Giorgio, faccio il dentista ma la mia passione è sempre stata il teatro, ho riscritto “Sogno di una notte di mezza estate”, ho fatto la regia, sono l’attore protagonista e ho riscritto anche i dialoghi e Giorgio gli risponde non vengo.

LA POTENTISSIMA SIGNORA LAURA BETTI- spettacolo da non prendere sul serio?
A questo ricordo rispondo con una risata e mi rilasso, perché capisco solo in quel momento che non devo prendere quello che sta accadendo troppo sul serio, che magari l’obiettivo è proprio la leggerezza, la frivolezza.
L’attrice non è fuori luogo come la ricevo io, ma magari sta interpretando quel personaggio in modo così eccellente da rendere quel disagio uguale a quello che provavano le persone che avevano conosciuto Laura Betti?
Non lo saprò mai con certezza, ma mantengo viva la fiamma del dubbio.
Sulle battute finali, i due musicisti diventano interpreti di un testo a tre con l’attrice, un quarto d’ora che avrei risparmiato, come l’ironia sbiadita e la simpatia posticcia, poi l’ultimo pezzo in abiti da soubrette in cui l’attrice dichiara che è l’ultimo (bene, penso io), e interpreta una canzone che lei ha “ritoccato” per renderla in chiave MILF.

Io tutto avrei immaginato ma mai, andando a vedere uno spettacolo nel posto più bello del mondo, di sentire la parola MILF.
Alla fine dello spettacolo, io e la persona che era con me abbiamo applaudito forte, fortissimo, abbiamo anche fatto qualche urletto, come quando dei ragazzi lampadati e incamiciati e delle ragazze coi vestitini di Zara festeggiano il compimento di venti anni dell’amica figlia di un imprenditore mezzo criminale, e tu sei sullo stesso dehor, e hai voglia di sentirti un po’ pazzo.


