LA PIù PICCOLA di Fatima Daas appartiene a quella specie di romanzo che mette in crisi il concetto stesso di “vicenda”. Non perché rinunci alla narrazione, ma perché la svuota della sua rassicurante progressione lineare per trasformarla in un campo magnetico attraversato da forze contrarie. Qui non assistiamo allo sviluppo di un personaggio: assistiamo alla lenta, ostinata, quasi dolorosa negoziazione di un’esistenza con le parole che tentano di definirla.
Ogni capitolo si apre con la medesima formula: «Mi chiamo Fatima.» Una frase che possiede la solennità di una professione di fede e, insieme, la fragilità di un’identità continuamente rimessa in discussione. Ogni volta che viene pronunciata, quella dichiarazione sembra perdere consistenza invece di acquistarla, come se nominarsi significasse constatare l’impossibilità di coincidere davvero con il proprio nome.
È qui che il romanzo trova il proprio gesto più radicale: trasformare il linguaggio da strumento di rappresentazione a luogo del conflitto.
Contenuti
L’identità come territorio instabile

La cultura contemporanea è ossessionata dall’identità. La invoca, la rivendica, la protegge, la trasforma spesso in un recinto entro cui riconoscersi. Fatima Daas compie il gesto opposto: mostra come ogni identità, nel momento stesso in cui pretende di definirci, finisca inevitabilmente per amputare qualcosa di noi.
La protagonista è francese e algerina, musulmana e lesbica, figlia amorevole e donna desiderante, abitante della periferia e cittadina della République. Nessuna di queste appartenenze è falsa. Ma nessuna basta.
Il romanzo non cerca una sintesi. Diffida delle sintesi. Preferisce sostare nello spazio dell’incompatibilità, come se proprio l’impossibilità di ricomporre le contraddizioni costituisse la forma più autentica dell’esistenza contemporanea.
In questo senso, LA PIù PICCOLA non racconta un’identità queer. Racconta la crisi dell’idea stessa che un’identità possa bastare a contenere un essere umano.
L’omosessualità come eccedenza del desiderio
Uno degli aspetti più sorprendenti del romanzo è il modo in cui sottrae l’omosessualità a qualsiasi grammatica dell’eccezionalità. Non c’è alcuna epica del coming out. Nessun percorso liberatorio destinato a culminare nell’accettazione definitiva di sé. Fatima Daas diffida delle narrazioni consolatorie, perché sa che il desiderio non libera mai completamente: continua a produrre domande anche dopo aver trovato un nome.
L’omosessualità, allora, non è il centro del racconto. È uno dei luoghi nei quali il corpo sperimenta la propria irriducibilità a ogni sistema di classificazione. Il desiderio diventa eccedenza. Sfugge tanto alle prescrizioni religiose quanto alle semplificazioni identitarie. Non rivendicando una nuova appartenenza, ma mettendo continuamente in discussione tutte quelle già esistenti.
È una prospettiva che restituisce alla soggettività queer la sua dimensione più complessa, privandola sia della vittimizzazione sia dell’autocompiacimento politico.
La religione: Dio come interlocutore, non come antagonista
Uno degli equivoci più frequenti con cui viene raccontato il rapporto tra Islam e omosessualità consiste nel costruire una dialettica elementare tra oppressione e liberazione.
Fatima Daas rifiuta questa semplificazione. Nel suo romanzo Dio non è il nemico. La fede non è una prigione dalla quale fuggire. La religione continua ad abitare il corpo della protagonista anche quando quel corpo scopre il proprio desiderio. La preghiera non viene contrapposta all’amore. Convive con esso in una tensione che il romanzo non pretende mai di risolvere.
È forse questa la sua intuizione più profonda: il conflitto non nasce da Dio, ma dalle interpretazioni umane che pretendono di parlare in suo nome. La spiritualità è restituita alla sua dimensione più intima: quella del dialogo incessante tra coscienza e mistero.
La banlieue come geografia dell’appartenenza e fisionomia umana
Anche la banlieue, nel romanzo, sfugge agli stereotipi. Non è il teatro spettacolare del disagio sociale raccontato dai media. È un paesaggio morale. Uno spazio in cui le relazioni familiari, la memoria migratoria, la comunità religiosa e il controllo reciproco si intrecciano fino a rendere quasi impossibile distinguere ciò che appartiene all’individuo da ciò che appartiene al gruppo.
La periferia diventa così una metafora dell’identità stessa.
Un luogo che protegge mentre al contempo limita. Che accoglie, certo, ma anche sorveglia. Che offre radici pur faticando a concedere metamorfosi.
Daas comprende che ogni periferia è, prima ancora che geografica, simbolismo: è il luogo in cui la società deposita le sue contraddizioni irrisolte.
Una scrittura che preferisce non dire, invece di spiegare
La lingua di Fatima Daas possiede una qualità rara: rinuncia sistematicamente all’enfasi. Procede per ellissi, ritorni, sospensioni. Non cerca mai di convincere il lettore. Lo costringe, piuttosto, ad abitare gli spazi vuoti lasciati tra una frase e l’altra. La ripetizione della formula «Mi chiamo Fatima» assume allora il valore di una liturgia laica. Ogni ripetizione non conferma un’identità. Ne denuncia l’instabilità. Come se il linguaggio potesse soltanto sfiorare ciò che siamo senza riuscire mai a possederlo.
Perché leggere LA PIù PICCOLA di Fatima Daas?
La più grande forza del romanzo coincide anche con il suo possibile limite. La rinuncia a una struttura narrativa tradizionale può produrre una sensazione di immobilità, quasi che il racconto rimanga prigioniero del proprio movimento circolare.
Dunque, sarebbe un errore interpretare questa apparente staticità come una debolezza compositiva. La ripetizione è la forma stessa dell’esperienza identitaria. Ciò che ritorna non è il ricordo, quanto la domanda: “Chi sono?”.
E soprattutto: chi posso essere senza tradire tutte le altre versioni di me stesso? Fatima Daas non offre una risposta. Ha l’intelligenza, e il coraggio, di lasciare che quella domanda continui a risuonare ben oltre l’ultima pagina. Perché anche la vita non ha veri epiloghi.

La più piccola – Fandango Libri
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