LA LOCANDIERA, LO CHEF E GLI ALTRI @ Estate a San Salvi: liberi come capinerǝ

Nell’ambito della rassegna fiorentina Estate a San Salvi (recensita già in passate edizioni), i Chille de la balanza (vedi l’ultima recensione di Gufetto Firenze) hanno ospitato tra le mura e nel cortile dell’ex manicomio fiorentino i Seven Cults, compagnia con sede al Teatro Tor Bella Monaca di Roma. L’affiatato gruppo di interpreti ha portato in scena LA LOCANDIERA, LO CHEF E GLI ALTRI, un adattamento di Roberto Cavosi dal testo di Carlo Goldoni. Questa rilettura, conservando la brillantezza del testo originale, indaga le fragilità dietro alle sfaccettate maschere dell’autore veneziano, le interroga e le attualizza, per consegnarci una riflessione sul nostro tempo e le nostre ipocrisie.

LA LOCANDIERA, LO CHEF E GLI ALTRI: maschere scomode

Mirandolina in scena ne LA LOCANDIERA, LO CHEF E GLI ALTRI
Maria Cristina Fioretti (Mirandolina) in una scena de LA LOCANDIERA, LO CHEF E GLI ALTRI – Foto di Emanuele Maione

Gli attori – spalle al pubblico – sono in fila sul fondo del palco, ciascuno seduto a un proprio tavolo. Ognuno è solo con sé stesso, o meglio con il proprio personaggio, e intento a calarsi nella parte, ma le maschere goldoniane appaiono fin da subito scomode e dolorose: trovare intonazione, accento, atteggiamento adatti ad esse appare difficile e ancor di più comprendere le convinzioni che le animano. Più a suo agio appare Maria Cristina Fioretti, nei panni di una Mirandolina già ben consapevole di sé stessa e pronta a condurre il gioco. Poi arriva il “chi è di scena” e lo spettacolo inizia, di nuovo. La storia è quella che conosciamo: una locanda, la sua seducente e indipendente proprietaria, il suo fedele inserviente Fabrizio (Gianluca Rossetti), e tre ospiti, l’accattone Forlipopoli (Andrea Plithakis), il ricco Albafiorita (Mario Focardi) e il misogino Ripafratta (Bruno Governale). Tutti gli uomini intorno a Mirandolina non possono fare a meno di ammirarla, nomen omen, e di desiderarne l’affetto, tranne l’ultimo. La locandiera, non potendo sopportare un simile affronto, si prefigge – e ovviamente vi riuscirà – di far finire lo sventurato “infarinato, impanato e fritto”. L’azione però non si svolge come voleva Goldoni a Firenze, ma lontana da tutto, in un non luogo dove sentirsi “più liberi”. Mirandolina sfoggia un caloroso accento romagnolo e una parentesi giovanile da cantante di liscio. Il marchese di Forlipopoli, il conte d’Albafiorita e il cavaliere di Ripafratta divengono rispettivamente in questo adattamento un venditore di auto usate che presenta la propria officina come un autosalone di successo, un azionista che investe in bitcoin e non sa come spendere la propria fortuna, e un celebre chef televisivo, tronfio e convinto che nessuna donna possa eguagliare il proprio talento in cucina. Fabrizio acquisisce invece origini rumene e la passione per il cinema, soprattutto per i film romantici, o quasi.

LA LOCANDIERA, LO CHEF E GLI ALTRI: tra Goldoni e Pretty Woman

Fabrizio (Gianluca Rossetti) in scena ne LA LOCANDIERA, LO CHEF E GLI ALTRI
Gianluca Rossetti (Fabrizio) in una scena de LA LOCANDIERA, LO CHEF E GLI ALTRI – Foto di Emanuele Maione

L’attualizzazione del linguaggio, dell’ambientazione e dello status sociale dei personaggi non è affatto vuoto svecchiamento del testo, per renderlo allo spettatore più familiare, ma risponde all’esigenza già goldoniana di aderenza alla realtà, in questo caso alla nostra. Questa si rivela per altro, mutatis mutandis, non così distante: il denaro crea ancora gerarchie sociali, le donne continuano a essere vittima di patriarcato e misoginia, i pregiudizi influenzano tuttora le relazioni tra le persone. Nella trasposizione di Cavosi emergono però anche nuove forme attraverso cui tali fenomeni si presentano nella società contemporanea e le discriminazioni al centro del dibattito pubblico: vengono menzionate nuove forme di ricchezza, come quella di Albafiorita; sono ampiamente presenti anche razzismo e omofobia e il modo in cui, come anche per il patriarcato, essi si insinuano nascostamente nella nostra quotidianità, quando non apertamente dichiarate come legittime opinioni. Anche la scelta del film preferito di Fabrizio, Pretty woman, non appare casuale. Questo classico degli anni ‘90, comfort movie per molti (certamente per chi scrive) attraverso più generazioni, non è privo infatti di una visione problematica e persistente per cui la donna ha bisogno di essere protetta, salvata. Quella “favola” desiderata dal personaggio di Vivien sembra stare estremamente stretta a Mirandolina e risulta peraltro nascondere una prigione per chi dovrebbe salvare tanto quanto per chi dovrebbe essere salvato.

La fragilità nel riadattamento di Cavosi

Mirandolina e il marchese di Forlimpopoli in scena ne LA LOCANDIERA, LO CHEF E GLI ALTRI
Maria Cristina Fioretti e Andrea Plithakis (Forlimpopoli) in una scena de’ LA LOCANDIERA, LO CHEF E GLI ALTRI – Foto di Emanuele Maione

Se nella prima parte il testo di Cavosi riprende maggiormente il susseguirsi di eventi dell’originale, salvo che per l’assenza dei personaggi delle due commedianti, Ortensia e Deianira, segue poi una decisa virata in un’altra direzione. Una rocambolesca notte culinaria occupa la seconda metà dello spettacolo, che porterà Ripafratta a perdersi completamente, come King Kong tra i grattacieli di New York, per poi finalmente ritrovarsi con tutti gli altri personaggi maschili a mettersi fortemente in discussione. Goldoni ci mostra con i suoi personaggi maschere già sfaccettate, che si affrontano in un gioco spietato, in cui ognuno si muove sulla base dell’ipocrisia di pretendere rispetto senza riservarlo agli altri –  “rispettate gli altri, se volete essere rispettato voi pure” dice il misogino Ripafratta a Forlimpopoli – e da cui alla fine nessuno esce davvero vincitore. Non c’è grande spazio però per le fragilità, mentre prevale il monito di non spingersi troppo oltre. Seven Cults, con il testo di Cavosi, indaga proprio quelle debolezze, le paure da cui sempre nasce il pregiudizio infondato, l’ostilità verso l’altro e la piccolezza del sentirsi superiori nel vedere l’altro cadere. Dei vari personaggi ci vengono presentate versioni in qualche modo smussate, meno negative: Albafiorita non è uno sbruffone che cerca di comprare Mirandolina con costosi regali, ma una figura che nasconde dietro questa forma di invadenza una grande solitudine, legata anche ad un’omosessualità spesso solo superficialmente accettata dagli altri; Forlipopoli è ossessionato dalla ricchezza e dai soldi, che non possiede, e finge di disprezzarli perché da essi è convinto che derivi il valore di un uomo; Ripafratta ha il terrore della vulnerabilità, causata dalla carenza di amore e dalla paura di essere abbandonato; Fabrizio fatica a vedere nella libertà di Mirandolina una scelta di vita auspicabile anche per sé stesso.

I linguaggi de LA LOCANDIERA, LO CHEF E GLI ALTRI

Alla musica sono affidati i cambiamenti scenici, realizzati per mano degli stessi attori, e una sorta di zona franca che abbatte le barriere e le incomprensioni tra i personaggi, consapevoli di far parte di uno stesso grande e autoironico gioco. Molto divertente ed efficace è la scena in cui Mirandolina e Ripafratta si affrontano in un tango, rappresentazione fisica della partita che i due stanno portando avanti, non senza che la conduzione penda decisamente dalla parte della prima.
La cucina, già in Goldoni ambito ampiamente utilizzato per mostrare caratteristiche e psicologia dei personaggi, è arte che ben si presta a mostrare l’abilità di ammaliare e manipolare della protagonista, abile tanto nel dosare gli ingredienti per preparare intingoletti e salse (che divengono qui una semplice, ma sublime “sopa de gato”), quanto nello scegliere sempre le parole (o il whisky) più adatte allo scopo. Attraverso la scelta di fare di Ripafratta una chef televisivo, con tutto l’immaginario di super cuochi spietati e irascibili che tale figura si porta dietro, la cucina diviene fisicamente luogo d’elezione per i comici accadimenti e gli sviluppi psicologici di tutta la seconda parte dello spettacolo. 

La liberazione finale

Il cavaliere di Ripafratta in scena ne LA LOCANDIERA, LO CHEF E GLI ALTRI
Bruno Governale (Ripafratta) in una scena de LA LOCANDIERA, LO CHEF E GLI ALTRI – Foto di Emanuele Maione

Il testo di Roberto Cavosi e la messa in scena dei Seven Cults liberano infine Mirandolina, la sua locanda e tutti i suoi avventori dal destino di dover cadere vittime dei loro stessi difetti, donano loro nuova vita attraverso la comprensione di sé stessi e un’uscita di scena non più da monito in carne e ossa per lo spettatore, ma da esseri umani, se non più felici, un po’ più consapevoli. Ripafratta ammette così pacificamente la propria sconfitta e non rinnova e consolida come in Goldoni l’odio già presente. Al “crepa, schiatta, impara a disprezzar le donne” pronunciato da Mirandolina si sostituisce una frase ben diversa: “Un uomo disgustoso è un uomo che non trova cosa c’è dentro sé stesso”. La protagonista stessa ne esce liberata, non più costretta, a costo di impartire un’amara lezione al proprio avversario, a impegnarsi con Fabrizio. In un mondo in cui gli uomini cercano di impartire varie definizioni d’amore (amore non è “scostumata”, amore è “protezione” o una “zuppa sublime” preparata con cura e devozione, leggasi sacrificio) l’unica vera possibile definizione la incarna questa stessa locandiera, con la sua scelta di vita, di libertà, a cui quella dell’altro nulla toglie. Così, qualora dovesse decidere di appoggiare la sua spalla su quella di qualcuno, liberi entrambi dovranno rimanere, come capinera e capinero (o, meglio ancora, come capinerǝ e capinerǝ).

LA LOCANDIERA, LO CHEF E GLI ALTRI

produzione Seven Cults
libero adattamento da La Locandiera di Carlo Goldoni
di Roberto Cavosi
regia Filippo D’Alessio
con Maria Cristina Fioretti e Bruno Governale, e con Mario Focardi, Andrea Plithakis e Gianluca Rossetti
costumi Alessandra Menè
musiche Eugenio Tassitano
luci Valerio Caporossi 

Visto il 15 luglio 2026 al complesso di San Salvi (Firenze)

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Serena Chiaramonte

Biografia di Serena