Per la regia di Leonardo Lidi (candidato UBU 2025 per questo spettacolo), LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA, il classico di Tennessee Williams, eternato dalla indimenticabile coppia Newman-Taylor per il grande schermo, è tornato a calcare le scene, secondo testo dell’autore che Lidi mette in scena negli ultimi anni. Sulle tavole del Metastasio di Prato (prossimamente anche al Parenti di Milano) le vicende dei protagonisti, immersi in un contesto familiare malsano ed ipocrita, pronto a vomitarsi addosso tutte le sue idiosincrasie, sono state opportunamente decontestualizzate per estrapolare il senso profondo e senza tempo di un testo esemplare affidato ad un cast di alto livello. Ne risulta un’operazione simbolica e coraggiosa con luci ed ombre, proprio come nella famiglia Pollitt protagonista del testo.
A cura di Leonardo Favilli e Susanna Pietrosanti
Contenuti
Una prigione marmorea per LA GATTA di Lidi

“Una cosa così è troppo autentica per essere normale”. Ed infatti non c’è nulla né di autentico né di normale nell’allestimento che Leonardo Lidi ha pensato per questa Gatta sul tetto che scotta dove tutto resta sospeso ed incompleto. Non c’è l’America, se non nella vaga somiglianza di Big Daddy al Trump contemporaneo; non c’è la provincia, se non nelle cadenze dialettali di alcuni personaggi, Maggie in testa; non c’è una festa di compleanno, se non nei palloncini argentati che improvvisamente cadono dall’alto in apertura dell’epilogo, anch’esso incompiuto, dello spettacolo. Lo spazio in cui le vicende si susseguono – senza mai anch’esse giungere ad un pieno svolgimento – è una prigione di pannelli marmorei con un’accentuata inclinazione accompagnata da una prospettiva centrale che la rende innaturale, scomoda, inconfortevole: una scena glaciale, rafforzata da luci bianche ed omogenee, che insiste sull’atmosfera mortuaria che l’ipocrisia dell’istituzione familiare sviluppa, raggelando e congelando qualsiasi autenticità nel rapporto e qualsiasi vero sentimento d’amore, ma benché estremamente monumentale, non evoca ancora lo sfondo della tragedia tradizionale. Nella camera deserta di mobili i corpi si appesantiscono, spesso crollano con un’irrimediabile attrazione verso il suolo, corpi, tutti, quotidiani, tragici e ridicoli, lontanissimi da un’estetica ideale.
Nei silenzi alla ricerca di una via di fuga

Nonostante si tratti di un testo fatto di comunicazione continua, di dialoghi e monologhi pressoché ininterrotti, privo di silenzi, a dominare le dinamiche è il non detto in un gioco di vuoti e pieni in cui i primi la fanno da padrone sebbene vadano scovati tra le righe. È in questa dimensione che andrebbe ricercato un senso, via di fuga da questa prigione in cui la figura di Skipper, solo a tratti evocata, è vero deus ex machina delle malsane dinamiche familiari. Ecco, pertanto, che diventa figura muta pronta ad entrare ed uscire continuamente dalla scena nella sua nudità quasi totale, unico personaggio che col suicidio sembra essersi liberato degli infingimenti contingenti. È lui che con le decine di bottiglie consegnate a Brick lo accompagna metaforicamente, mano nella mano, nell’abisso dell’alcolismo profondo, illusoria via d’uscita da un rapporto marito-moglie basato sulla menzogna. Ed è sempre Skipper che con il suo specchio rompe la geometria statica della scenografia, col suo essere talvolta varco d’ingresso per i personaggi, talvolta muro capace di riflettere senza scatenare riflessione nei personaggi.
La simbologia diffusa in questa GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA
Nell’allestimento di Lidi, il testo assume una rilevante valenza simbologica che, come l’originale di Williams, appare in potenza senza davvero attuare il suo potenziale semantico: le bottiglie portate da Skipper tracciano labirinti sul palco, spunto splendido che però si confonde, perché gli attori non ne sentono l’ostacolo, anzi le fanno cadere, svuotandole di senso: un labirinto falso da serie TV. E lo specchio, che avrebbe potuto essere un segno potente, confonde tutte queste funzioni diminuendo l’icasticità e l’efficacia mentre le sfere d’argento che piovono dall’alto, oltre al simbolismo, non riescono perlopiù a fornire un colpo d’occhio affascinante e a spazzare via le bottiglie dal palco, distruggendo il labirinto che avremmo però amato funzionasse diversamente. Forse anche i simboli restano volutamente incompiuti, simbologia senza simbolismo, metafore mancate tanto vuote quanto libere.
Una superba prova attoriale

La prova attoriale del cast è superba: tutti gli artisti e le artiste in scena incarnano i caratteri contemporanei che popolano la drammaturgia. Valentina Picello (premio UBU 2025) offre una gatta Maggie logorroica e vibrante, crudele e innamorata, rinunciando del tutto alla seduzione possibile per diventare gorgo inarrestabile e meccanismo lucido e irrefrenabile. E mentre Nicola Pannelli veste i panni di un Big Daddy ingombrante e imbattibile, Orietta Notari è una madre addirittura invereconda nella fisicità e nel dolore. Fausto Cabra è un Brick rabbioso in potenza che, mentre subisce i colpi che gli arrivano da più parti, sembra davvero trovare sprazzi di pace solo quando il suo sguardo si incrocia con quello di Skipper, un Riccardo Micheletti molto elegante nel suo essere presenza bina, carnale e spirituale.
Conclusioni dalla “piccionaia”
Concedendoci uno sguardo dall’alto di un’ipotetica e metaforica piccionaia, l’operazione drammaturgica nel suo complesso risulta coraggiosa nel tentativo di mantenersi fedele all’originale senza scadere nel tentativo di stupire a tutti i costi, talvolta irresistibile tentazione nelle restituzioni contemporanee. Un melodramma a cui è stata tolta la parte mélo e che rimane sospeso un passo in qua dal dramma pur facendosi contenitore di quello di ognuno dei personaggi, a loro modo tutti protagonisti, affidati ad un ottimo cast.
Visto al Teatro Metastasio di Prato il 1° febbraio 2026
LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA
di Tennessee Williams
traduzione Monica Capuani
regia Leonardo Lidi
con Valentina Picello, Fausto Cabra, Orietta Notari, Nicola Pannelli, Giuliana Vigogna, Giordano Agrusta, Riccardo Micheletti, Greta Petronillo, Nicolò Tomassini
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Claudio Tortorici
assistente regia Alba Porto
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale / Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale
La gatta sul tetto che scotta viene presentato per gentile concessione di University of the South, Sewanee, Tennessee


