LA COSTANZA DELLA MIA VITA @ Teatro Magnolfi: intervista a Pietro Giannini

Prodotto dal Teatro Metastasio, LA COSTANZA DELLA MIA VITA ha debuttato al Magnolfi di Prato lo scorso 3 dicembre. Menzione speciale al Premio Scenario 2023 (in cui si era aggiudicato il premio Anonimasequestri, visto sempre al Magnolfi), lo spettacolo narra un tragico episodio di cronaca che ha visto coinvolto in prima persona il giovanissimo autore ed attore, unico in scena, Pietro Giannini – classe 2000 – quando aveva solamente 10 anni. Dopo la visione dello spettacolo, seguito da un dibattito di confronto con il pubblico in platea, Pietro Giannini si è reso disponibile a rilasciare un’intervista in cui abbiamo approfondito la sua conoscenza e quella dei suoi lavori oltre ad aver cercato di capire com’è il mondo del teatro oggi per un membro della generazione Z.

LA COSTANZA DELLA MIA VITA: monologo per bambino solo

LA COSTANZA DELLA MIA VITA, Pietro Giannini
LA COSTANZA DELLA MIA VITA, Pietro Giannini

Sedia bianca al centro del palco e luci ancora soffuse ma chiare sul pubblico. Dalla platea parte il monologo di Pietro Giannini che con l’entusiasmo di un decenne si appresta a raccontare la storia di sua sorella Costanza, o meglio del suo trasferimento in un luogo talmente bello e divertente che lei ha deciso di non tornare nemmeno più a trovarli. Tra scatoloni e un po’ di mestizia perché ancora lui non è in grado di andare da solo ad incontrarla, la narrazione si arricchisce di personaggi altri – dai genitori al patrigno fino alla psicologa “signora del pongo” e all’amico Felice – ma protagonista resta Costanza, la grande assente. Muovendosi con disinvoltura sul palco seguendo una geometria ben precisa e studiata, tutto ciò che sembrava fumoso in apertura assume contorni sempre più delineati, in un crescendo che culmina sulla battuta finale, perfettamente sincronizzata con i timer che gli spettatori hanno impostato per volontà dell’attore a 5 minuti e 40 secondi.

Il bambino e il suo gioco col pubblico

Un marchingegno ben congegnato questo monologo di Giannini che dimostra di limare con cura tempi, modi, spazi e apparato lessicale per instaurare un rapporto continuo con gli spettatori; un gioco che trasforma ognuno dei presenti nell’intima platea del Magnolfi in un investigatore cui si chiede di carpire gli indizi, di intuire, di sintetizzare mentre passo dopo passo la linea degli eventi sembra improvvisamente deviare con un effetto spiazzante a fronte dell’ingenuità negli occhi del protagonista. Il risultato è un piccolo gioiello che non fa mancare pathos e tensione neanche quando i più indagatori nel pubblico riescono ad avere una visione chiara ancor prima di aver collegato tutti i puntini, pronti a ricercare quindi in ogni parola ed in ogni gesto una conferma o una smentita. Nessuno è comunque lasciato indietro e alla fine, quando tutto è lampante, ognuno vorrebbe aver capito tutt’altro. E allora, come per i genitori del Pietro decenne, qualche occhio che perde acqua o che suda non manca quando le suonerie dei timer all’unisono risuonano nello spazio raggelato dal rush finale a decretare il compiersi dell’ineluttabile.

Visto al Teatro Magnolfi (Prato) il 4 dicembre 2024

Intervista a Pietro Giannini

Presentazione e percorso

L.F.: Ciao Pietro e grazie per la tua disponibilità. Dato che con la redazione di Gufetto è il primo incontro, vuoi brevemente presentarti? Cosa racconteresti di te?

P.G.: Mi chiamo Pietro, cognome Giannini e ho 24 anni compiuti tre giorni fa. Io ho fatto il liceo classico a Genova, dove ho conosciuto Enrico Campanati, un attore del Teatro della Tosse, molto bravo; ho iniziato a fare teatro con lui e poi sono riuscito ad entrare all’Accademia Silvio D’Amico a Roma. Dopo tre anni ho finito e volevo subito qualcosa, un lavoro mio, quindi ho fatto quello che tu hai visto, la Costanza (La costanza della mia vita, N.d.R.), e l’ho portata al Premio Scenario perché mi sembra un contesto meritocratico. Mi piaceva provare e ho avuto la menzione speciale. Massimiliano Civica (direttore del MET di Prato, N.d.R.) ha scelto di produrlo e quindi è arrivato qua. Poi ho comunque deciso di frequentare il biennio all’Accademia perché mi interessava lavorare con Antonio Latella. Ho fatto varie produzioni con il Biennio e con Latella, mentre parallelamente a questo è nato – anche grazie a Roma Europa Festival – il progetto de La Traiettoria Calante, sul crollo del Ponte Morandi.

L.F.: hai portato avanti sia un percorso di studi da autore, sia uno di recitazione ovvero da attore. Per il momento hai comunque portato avanti entrambe le cose perché sei stato autore di te stesso. L’altra sera dopo la replica parlavi del fatto che sarebbe per te interessante anche essere scritturato cioè recitare per testi di altri. Eventualmente hai mai pensato il contrario, cioè ti sei mai visto autore per altri?

P.G.: in realtà quello mi è più difficile da immaginare perché non riesco a fare le cose su commissione. Poi per carità, a me piacerebbe molto che la Costanza diventasse un testo che una qualsiasi persona può mettere in scena perché gli piace, quello sì. Quindi scrivere per altri no mentre recitare per gli altri, sì. In realtà comunque io sono prevalentemente attore, mi sento più competente anche se la scrittura è un mio grandissimo amore. Immodestamente potrei dire so fare tutto quindi se devo ballare ballo, se devo cantare canto, se devo recitare Shakespeare o Fosse lo faccio, perché quello ormai l’ho fatto tanto nel mio piccolo quindi mi sento preparato. Mentre in scrittura, se mi dicessi scrivimi un testo con i dialoghi, per me già sarebbe una sfida perché lo vorrei comunque fare bene. Sono un perfezionista.

L.F.: a tal proposito, quello che dicevi l’altra sera mi faceva molto riflettere, in particolare quello che raccontavi della scelta della lingua e del lessico per la Costanza…

P.G.: quella è fondamentale per mantenere il più possibile il pubblico vigile e in qualche modo ignaro della vicenda fino alla fine. Mi ha molto divertito questo lavoro di cesellamento del testo.

LA COSTANZA DELLA MIA VITA: genesi e sviluppo

LA COSTANZA DELLA MIA VITA, Pietro Giannini
LA COSTANZA DELLA MIA VITA, Pietro Giannini

L.F.: venendo allo spettacolo, il soggetto è autobiografico, giusto?

P.G.: confermo. All’inizio a Scenario mi sono detto “ma perché devo dire che è autobiografico”? Poi però è un po’ inevitabile. A suon di farlo me lo chiedevano tutti quindi quando sono arrivato a Scenario, era già abbastanza sdoganato tanto che tutti mi dicevano che ci vuole coraggio. Quindi sì, è autobiografico poi ci sono comunque dei passaggi non del tutto corrispondenti alla realtà dei fatti.

L.F.: nella scrittura come ti sei immedesimato nel ruolo del bambino? Ti sei visto da fuori quando ti sei trovato a scrivere questo testo oppure invece hai fatto un percorso di interiorizzazione? Qual è stato il meccanismo?

P.G.: in realtà l’ho vista più da fuori se proprio dovessi dire rispetto alle due opzioni. Ho analizzato la situazione come l’ho vista e non come l’ho vissuta; io lì già ero conscio, però mi sono detto “la ribalto” e quindi vedo cosa potrebbe immaginare, come potrei vederla sotto un punto di vista diverso. Poi altre cose le ho proprio banalmente immaginate perché mi serviva una tensione tra dei personaggi, come tra mia madre e Paolo o tra mio padre e Paolo, oppure con i genitori, quindi ho semplicemente ragionato su varie possibilità successive a un trauma di questo tipo e guardandole da fuori, analizzando come potrebbe travisarle un bambino che si inserisce in questa dinamica. E’ stato molto divertente chiedersi come poter descrivere quella cosa senza dirtela. Allora te la giustifichi come una festa con tutta una serie di dettagli di cui ci si può accorgere magari anche dopo più visioni o letture del testo, come la macchina nera che chiedo a mia mamma o la sedia bianca in scena.

Modelli e maestri di un 24enne classe 2000

L.F.: Tornando un po’ a un discorso più generale, ampliando un po’ la riflessione, quali sono per un nato negli anni Duemila i riferimenti culturali, letterali, quelli teatrali?

P.G.: Innanzitutto un aspetto che fa la differenza rispetto anche alla vostra generazione è la presenza di Internet che si può anche criticare ma è un mezzo potente. Io ho potuto recuperare molto materiale d’archivio sul teatro, spettacoli che voi magari avete avuto la fortuna di vedere dal vivo. Io amo molto la satira, cui mi sono molto ispirato per La traiettoria calante e trovo ridicolo che in Italia non si possa dire la parola culo, altrimenti sembra un prodotto basso. Lo facevano i greci, che facevano continuamente battute sul fallo. Non ho problemi a dire che Roberto Benigni negli anni 70-80 per me era devastante come comico satirico e quindi banalmente rivedermi il video di Benigni per me è già una scuola. Così come Francesco Nuti, io sono un grande patito di tutta quella corrente. Detto questo in generale io non ho grandi riferimenti per quello che riguarda la recitazione. Non è che dica “prendo ad esempio quella persona lì” perché in interpretazione io non riesco a rubare,  mi sembra innaturale. Nella scrittura invece mi sembra più intelligente avere delle suggestioni da prendere come autore. Sono un grande patito di Pasolini, grandissimo, anche come sociologo. Tra gli autori a me piace molto David Foster Wallace così come l’autore di White Rabbit, Red Rabbit che ora non ricordo (Nassim Soleimanpour, N.d.R., recensito a Firenze da Gufetto). Quel tipo di drammaturgia mi aveva colpito tanto. In Italia mi piace tantissimo Sotterraneo (il cui ultimo spettacolo è stato recensito a Prato da Gufetto, N.d.R.) perché un collettivo di grande artigianato e precisione.

Pietro Giannini e gli altri lavori

L.F.: del lavoro sulla tragedia del Ponte Morandi un po’ abbiamo già parlato ma vuoi aggiungere qualcosa?

P.G.: La Traiettoria è il mio secondo lavoro, molto diverso da questo. Riconosci delle caratteristiche che sono un po’ dei dogmi per me, che poi verranno sicuramente tolte in un eventuale terzo, perché mi piace continuamente cambiare. Ad esempio anche lì hai la sala accesa quasi sempre, c’è un rapporto comunque con i movimenti che io ripeto tantissimo, quindi sembrano casuali ma in realtà è tutto fatto tante tante volte. Anche quello è un teatro di parola, però lì ho cercato di indagare ancora di più l’aspetto di una sospensione della narrazione, quindi c’è una divisione in tre atti completamente diversi l’uno dall’altro; c’è un’introduzione di lingue diverse, uno che è la lingua genovese, quindi il dialetto, l’altro che è italiano, poi c’è il linguaggio della poesia, e c’è il rapporto con il video. Io di solito ho l’orticaria per il video-teatro, ammetto, però ho anche una grande passione per il tempo, cui mi riferisco spesso, come anche nella Costanza. Nella Traiettoria abbiamo usato un video non tagliato come un grande timer che mostra un viaggio in autostrada di 40 minuti e 50 secondi e dopo esattamente questo tempo avviene qualcosa. Quindi lo spettacolo in teoria deve arrivare in quel punto preciso al tempo giusto, e il pubblico di questo quasi non si accorge però in realtà è un nodo cruciale del lavoro. E’ un lavoro di teatro civile che ha dei suoi esempi illustri, vedi Marco Paolini con la tragedia del Vajont, ma con un modo secondo me molto diverso, più performativo, e con una scrittura più satirica e più ricca di tecnicismi.

Lo sguardo sul mondo del teatro

LA COSTANZA DELLA MIA VITA, Pietro Giannini
LA COSTANZA DELLA MIA VITA, Pietro Giannini

L.F.: Come vedi il mondo del teatro italiano, soprattutto dal punto di vista di chi lo fa in età così giovane, avvicinandosi quindi a questo mondo quasi per la prima volta, con poca esperienza alle spalle?

P.G.: In Italia soprattutto, abbiamo troppo poco tempo per provare degli spettacoli. Non puoi fare uno spettacolo in 21 giorni, o anche meno – e devo ringraziare il Met perché in realtà me ne ha messi a disposizione molti di più. Però tra scrivere e provare, non puoi pensare che un professionista possa tirare fuori uno spettacolo che esca bene in 21 giorni. E questa secondo me è la premessa da fare. Tuttavia io fatico a trovare, dico onestamente, dei prodotti in Italia dei quali non si possa proprio fare a meno, con qualche eccezione. Ultimamente mi è piaciuto molto, e non lo dico per piaggeria, Capitolo Due di Massimiliano Civica (in cartellone al Fabbricone dal 21 al 26 gennaio pp.vv., NdR): sotto quello spettacolo secondo me c’era un sentimento forte, molto forte, che a me è arrivato. Poi mi è piaciuto tantissimo ma anche Il grande vuoto di Fabiana Iacozzilli (recensito a Firenze da Gufetto). Però tendenzialmente il problema non è tanto nei top perché i top sono sempre lì.

L.F.: E’ come se mancassero proprio le idee, secondo te?

P.G.: Credo che manchino i direttori e le direttrici di teatro illuminati e illuminate. Innanzitutto mancano le donne, purtroppo, ma non per colpa delle donne. Non è normale che tra tutti i direttori nazionali di TRIC (Teatri di Rilevante Interesse Culturale, N.d.R.) e di Teatri Nazionali ci siano solo due donne. Gran parte del problema italiano lo vedo proprio nel sistema, perché poi non penso, non voglio credere che improvvisamente gli artisti italiani siano diventati tutti delle ciofeche. Penso che purtroppo sia molto difficile in questo momento per un professionista esprimersi al meglio. Sarebbe meglio produrre un po’ meno con una maggiore qualità. In questo sistema il dover sovra-produrre per prodotti che poi muoiono nello stesso momento in cui li fai perché ti servono per i punti, perché serve al FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo, N.d.R.), crea un meccanismo di autodistruzione. Se mi chiedessi cosa farei avendo una bacchetta magica, creerei una massa di direttori e direttrici di teatro illuminati. Questa è la categoria che più manca in questo momento.

Il domani e il dopodomani di Pietro Giannini

L.F.: Ultima domanda: oltre domani o dopodomani, che cosa succede? Nel senso: oltre ad augurare un lunghissimo futuro ai tuoi lavori, che cosa vedi in questo momento oppure che cosa vorresti?

P.G.: innanzitutto sono fortunato perché inizierà il prossimo anno tutta la tournée della Traiettoria, si spera. Scriverò poi altre cose ma sono molto sereno in questa fase, almeno lavorativamente. Adesso ho un po’ di idee sui prossimi obiettivi: mi piacerebbe fare il terzo spettacolo per concludere una mini trilogia. Sia la Costanza che la Traiettoria hanno dei fili in comune per cui vorrei concludere la trilogia ma mi sono anche accorto in questa fase della mia vita che voglio stare con le persone a cui voglio bene, voglio conoscere più artisti e artiste possibili, contaminarmi, viaggiare, fare queste cose nella speranza di poter trovare una tematica in cui sono nuovamente utile. Poi c’è tutto il percorso sul ponte Morandi che non finisce qua perché c’è il processo in corso, c’è una battaglia da fare; allo spettacolo, che è già di impegno civile, segue anche l’impegno civile proprio mio come cittadino a cui non ho assolutamente intenzione di rinunciare. Sono a fianco di tutti i parenti perché è una lotta, speriamo non troppo lunga, ma già adesso c’è la prescrizione per certi reati e bisogna far sentire che i cittadini ci sono e lo Stato c’è. Infine sto lavorando ad una cosa su Elon Musk perché mi sono detto che ho rotto le palle ai Benetton, quindi posso romperle anche ad Elon Musk, perché no? Però vorrei vertere sul genere commedia, dopo la tragedia e il dramma satiresco.

L.F.: Grazie Pietro. Mi auguro di rivederti presto nel cartellone del Metastasio.

P.G.: grazie a te e alla redazione di Gufetto. Alla prossima!  

Intervista realizzata il 6 dicembre 2024 davanti ad una tazza di tè

LA COSTANZA DELLA MIA VITA

di e con Pietro Giannini
una produzione Teatro Metastasio di Prato
Menzione speciale Premio Scenario 2023

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Leonardo Favilli

Più che un critico, un appassionato di teatro che ha iniziato a raccontarlo dopo una pluridecennale esperienza da spettatore attento. Lo faccio dalle pagine della redazione fiorentina di Gufetto sempre alla ricerca di luoghi ed esperienze che vadano anche oltre la platea.