C’è un cespuglio verde in mezzo alla città dove si annida (timido ma non troppo) un Teatro luminoso. Poi ci sono bambini che giocano coraggiosamente e incoscientemente su scivoli bagnati dalla pioggia. Perché in quei giorni è piovuto. E infine ci sono altri bambini mai cresciuti che si divertono ancora coraggiosamente ma coscientemente al gioco mai stanco del Teatro. Il Bambino discolo e vivace di turno è Gianluca Ferrato. Compagni di gioco sono i registi Roberto Piana e Angelo Curci in scena con “La cerimonia del Massaggio” di Alan Bennett al Teatro di Villa Lazzaroni diretto da Giancarlo Sammartano, andato in scena dal 21 al 23 novembre.

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Tutta l’ipocrisia della chiesa e dei fedeli
Roberto Piana ci dice nei camerini, alla fine, la grande fatica fatta per aggiudicarsi i diritti di rappresentazione dell’opera in Italia. Ma la fatica è ripagata dal consenso del pubblico che a volte rimane silente davanti a un testo così arguto e scomodo per un certo paese cattolico e spesso miope. Alan Bennett è un autore inglese, intelligente, acuto, perfido, poliedrico: ha scritto e scrive per il cinema e teatro. Ha tanti romanzi all’attivo, è un attore e doppiatore. Troppe cose. In Italia sarebbe stato già emarginato perché ritenuto pericolosamente troppo dotato. Dopo Leonardo nessuno può fare più di una cosa e insieme. Bennet, classe 1934, ci è sempre riuscito e con una brillantezza e luminosità tale che se ne è accorta nel 2001 anche Anna Marchesini traducendo questa versione portata in scena oggi dal camaleontico Gianluca Ferrato.
L’originalità dell’opera sta nell’onesta operazione di strappo. Il velo mal cucito dell’ipocrisia è lacerato in più parti e cade intero a terra. Quella terra umile e misera fatta di mortali umani e impenitenti bugiardi. Bugie dette agli altri e ancora peggio a se stessi. Per vivere meglio qui, da questa parte del credo, e per guadagnare un posticino lassù. I fedeli credono così tanto che non sanno neanche a cosa credono e perché i negozi sono chiusi il venticinque di dicembre. Vanno in chiesa a prendere l’ostia e non sanno perché il prete dice che quello è il corpo di Cristo. Non sanno che dopo averla presa a mani giunte si deve dire solo Amen e non parlare o fare domande. Non è previsto. “È una formula sperimentata” come ci dice l’autore per bocca di Ferrato. Come quell’altra cosa di alzarsi e sedersi, non è difficile!
Quindi la vera ipocrisia è quella dei Fedeli che seguono come lobotomizzati certi riti e neanche pedissequamente. C’è un mediocre impegno. Andare alle funzioni, al funerale di Clive Dunlup (apprezzatissimo massaggiatore e ormai caro, carissimo estinto), quello sì, occorre farsi vedere da dio, da padre Geoffrey Jolliffe e dagli altri. Tuttavia ogni tanto, ed è tutto lecito per i fedeli, ci si distrae al cellulare e non solo.

Rapporto inversamente proporzionale tra soggetto e pena
L’autore è omosessuale e difende e parla della libertà sessuale di cui ognuno ha diritto. La commedia viene rappresentata in un momento importante: oggi è arrivata una sentenza storica della Corte di giustizia dell’Unione europea che ha stabilito finalmente che tutti gli Stati membri devono riconoscere i matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti in altri paesi. E questo impone di fatto all’Italia di tutelare i diritti delle coppie omosessuali. Padre Geoffrey abituato a confessare, si confessa a dio, lo fa nel punto logistico che probabilmente lo fa sentire più vicino a lui: il pulpito. Lì chiede l’assoluzione, ma sa già che la pena per lui sarà diversa rispetto ai comuni fedeli. C’è un diabolico rapporto inversamente proporzionale tra figura clericale e pena. Ma padre Geoffrey non sembra pentito e dice che quei soldi spesi a massaggi sono soldi spesi bene (secondo me Alan Bennet avrà pensato e forse scritto “soldi benedetti” ma forse era troppo anche per l’Inghilterra o forse la frase è stata edulcorata dalla Marchesini. Non importa. Non indagheremo. C’è già tanta bellezza e verità).

Gianluca Ferrato: il bambino gigante
Ho iniziato questo articolo di critica parlando di alcuni bambini che giocano al parco e altri a Teatro. Be’ tra questi giganteggia Gianluca Ferrato. L’avevo già recensito in passato in “Tutto sua madre” e in “Così è se via pare”. Straordinario in ogni messinscena.
Qui Ferrato muove ogni cosa a sincrono: corpo, corde vocali e da subito come una giostra di cavalli di legno, la chiesa di padre Geoffrey Jolliffe. In questo impalcato elegante e di velluto rosso porpora, c’è l’altare, il confessionale, il cero anzi i ceri, il presbiterio e immaginando oltre e seguendo le indicazioni del padre: la via crucis (sommariamente confusa con quadri in vendita). E infine quel pulpito di prima e l’acquasantiera ma anche questa scambiata per un vile posacenere. Ferrato senza soste o impacci muove armonioso la sua chiesa su ruote e ci fa vedere tante scenografie e senza nascondere nulla, onestamente, a pubblico seduto e sipario aperto. Senza rimandi. E tutto dentro una vaporosa nuvola di incenso che ci rimanda a quell’essenza sacra, proprio come quando varchiamo il sagrato. C’è dovizia di dettagli voluti dalla fine regia.
Ferrato ci fa vedere e quasi toccare l’ipocrisia del fedele. Dà voce oltre che al padre anche al dottore che insinua un dubbio ma di cui non parlerò per non svelare troppo.

Bisogno disperato di Teatro e testi di qualità
Il Teatro muore! ma non muore e per fortuna. Semmai risorge. E lo fa col vigore della pianta che sa crescere anche nel terreno arido e persino nel deserto ma solo quando bravi registi cercano bravi attori e bravi attori pretendono bravi autori. Questa è la giostra armonica che muove il pubblico a lasciare la poltrona davanti quell’insulso grande fratello (magari fosse quello di George Orwell) e si trascina debole verso il foyer di un qualsiasi Teatro. E ne esce rinvigorito. Be’ questo piccolo e luminoso miracolo laico succede quando le tre brave figure si uniscono per mano e girotondo. Bella pièce; che dio li perdoni!
Spettacolo da vedere. Cercatelo in qualche altra replica. Dalla settimana prossima approda a Napoli al Mercadante.

Info
dal 21 al 23 novembre
Gianluca Ferrato in La cerimonia del massaggio di Alan Bennett
traduzione Anna Marchesini
drammaturgia Tobia Rossi
regia Roberto Piana, Angelo Curci
scene Francesco Fassone
costumi Agostino Porchietto
light designer Renato Barattucci
video designer Simone Rosset
Foto di Neri Oddo


