LA CASA SILENTE @ Teatro Povero Monticchiello: salvare il futuro senza vie di fuga

Fino al 14 agosto (tutte le sere alle 21.30 eccetto lunedì 4 agosto) le repliche de LA CASA SILENTE saranno protagoniste nella storica Piazza della Commenda per la 59° edizione dell’autodramma della Gente di Monticchiello. L’inconfondibile paese che domina le dune argillose della Val d’Orcia è stato distopicamente proiettato nel 2059 per dare uno sguardo ad un futuro lontano – ma non troppo – in cui la denatalità lascerà spazio solamente ai ricchi che potranno permettersi di acquistare un prestigioso immobile nel borgo incantato e che non dovranno assolutamente essere infastiditi. Riuscirà la comunità a reagire e a riscoprirsi, ancora una volta?   

LA CASA SILENTE: la bruciante attualità dell’autodramma

L’ultima previsione della popolazione residente e delle famiglie in Italia, pubblicata dall’Istat recentemente, inquadra un paese in cui nei prossimi 50 anni i cittadini scenderanno a quota 54 milioni circa con una importante perdita percentuale di coloro che sono in età lavorativa e, con le dovute eccezioni, in grado anche di fare figli, future leve del Paese. Senza addentrarsi troppo nei dettagli della statistica previsionale, il nuovo autodramma del Teatro Povero non poteva prendere vita in un momento più azzeccato. Spopolamento, denatalità, iniquità sociale, politiche di controllo, iperprotettività, iperdigitalizzazione: solo 34 anni ci separano dal 2059 e la gente di Monticchiello non sembra prospettare niente di buono. Ma non tutto è davvero perduto. 

LA CASA SILENTE: Monticchiello fa i conti col futuro

Scena de LA CASA SILENTE (foto di Claudia Sereni da post Facebook sulla pagina del Teatro Povero)

Con uno sguardo distopico che non è nuovo alle edizioni recenti dell’autodramma (si ricordi Coloni di due anni fa), la comunità di Monticchiello, ben rappresentata dagli attori e dalle attrici sul palco, si trova stavolta a fare i conti con l’inesorabile decrescita demografica che ha lasciato il borgo nelle mani dei cosiddetti “livello sei”, una ricchissima quanto chimerica borghesia rigorosamente straniera che in una presunta scala gerarchica comandata dal censo – corsi e ricorsi storici – può tutto, anche costringere gli “indigeni” a non disturbarli, come si potrebbe pretendere da un cane molesto. A garantire il rispetto delle regole un sofisticato sistema di rilevamento che attiva l’apposito allarme per le strade del paese, con il rischio di sanzioni e della perdita del “contributo di sussistenza”, povero premio di consolazione per il tuo lavoro, non più fonte di reddito né più degno di alcun emolumento. Parte di questo meccanismo persecutorio di controllo è la “squadra delle case silenti”, gruppo di operatori addetti a violare le mura e l’intimità storica delle case presumibilmente abbandonate per requisirle, liberarle e venderle a caro prezzo a dei nuovi “livello sei”, ormai considerati l’unica risorsa del borgo. A completare il quadro i “facilitatori”, organismo di monitoraggio dell’educazione e della formazione delle nuove generazioni, pronto ad intervenire laddove i genitori non superino il test di genitorialità e non sembrino rispettare il rigido protocollo delle autorità competenti, fatto di realtà virtuale e allontanamento da ogni presunta, seppur remota, fonte di pericolo.  

La storia dei monticchiellesi protagonista de LA CASA SILENTE

A legare insieme le vicende futuribili della comunità è, ancora una volta, il passato in cui ogni autodramma che si rispetti, fonda le proprie radici. Il compito stavolta spetta a Tacito e Margherita che convivono con il futuro in primo piano sul palco grazie a quella parete semitrasparente che nasconde e allo stesso tempo sembra proteggere, in un’aura soffusa ed antica, la loro storia sullo sfondo. Un amore giovanile che si scontra con il vigore, la veemenza e la potenza degli ideali, nascosti spesso dietro agli oggetti che, senza le persone pronte a dar loro un significato, rischiano purtroppo di restare inanimati, inerti, impotenti: loro come ogni generazione successiva che non sappia raccogliere l’eredità dei padri. Quando, di contro, l’attenzione per gli oggetti ci distrae dalle persone (“mettere da parte per il futuro del passato”), si rischia che il momento dell’epifania giunga tardivamente e non ci sia più margine di recupero dei sentimenti.

LA CASA SILENTE: l’antidoto sta nella Comunità

Locandina de LA CASA SILENTE (dal materiale stampa del Teatro Povero)

Cosa succede quindi se nel 2059 la casa di Tacito viene presa di mira dalla squadra delle case silenti mentre i pochissimi genitori rimasti nel paese e nelle province attigue si riuniscono su iniziativa dei facilitatori?

Mentre lasciamo al pubblico il gusto di assistere in prima persona agli sviluppi della vicenda, ancora una volta constatiamo che la comunità ha saputo trovare l’antidoto nella forza della condivisione, dell’ingegno e della Storia, sia essa pura memoria o cassaforte di valori ed ideali. Il respiro idealistico e assetato di giustizia sociale che abbiamo riscontrato in altre edizioni – torna alla mente di nuovo Coloni ma anche le altre edizioni recenti – appare comunque meno ampio e lo sguardo rivolto indietro alle vicissitudini dei monticchiellesi è più intimo, introspettivo: nel domani si cerca soprattutto di tramandare un presente o di assicurarsi una dignitosa sopravvivenza. L’afflato ambizioso e combattivo capace di immaginare un mondo di democrazia, di equità sociale, di libertà sembra fare violentemente i conti con la contingenza in un bagno freddo di realismo che è forse la vera novità di questa edizione. Stavolta tocca fare i conti col futuro restando stoicamente ancorati qui, senza vie di fuga, neanche immaginarie, e con la strenua volontà di provare a ripartire dal di dentro, recuperando ciò che di buono c’era in un passato che, comunque, non è sempre stato migliore.

LA CASA SILENTE: l’autodramma tra conferme e novità

Con LA CASA SILENTE l’autodramma della gente di Monticchiello ha di nuovo saputo rinnovarsi, mantenendo alcuni punti fermi della tradizione del Teatro Povero; tra gli altri, forte l’impronta corale in cui i genitori, in tuta verde speranza, si incrociano spesso con i vegliardi “cacciasputi” in tuta infecondamente grigia e con i facilitatori in abiti da monaci orientali mentre gli operai della squadra case silenti in tuta da sgombero lavorano per cancellare il passato. Di contro, complice il ricambio generazionale attoriale ed autoriale (da citare Giampiero Giglioni e Manfredi Rutelli, anche e soprattutto registi) che ormai vede coinvolti pochi – eroici – degli ormai anziani monticchiellesi (per inciso, la storia di Tacito è ispirata da uno di loro), assistiamo ad un “risciacquo dei panni” lessicale per il quale ci auguriamo che si potrà lavorare in futuro. Il radicamento in questa terra aspra e dura della tradizione del Teatro Povero passa molto anche dalla preservazione di una peculiarità e di una ricchezza che nemmeno i “livello sei” possono permettersi senza faticare.

Il rito dell’autodramma si è di nuovo compiuto

Saluto finale de LA CASA SILENTE (foto del redattore)

Mentre dopo la messa in scena intravediamo gli attori supportare il lavoro dei volontari nelle cucine della Taverna di Bronzone dove consumiamo l’immancabile piatto di pici all’aglione, e mentre il giorno successivo varchiamo la porta medievale di Sant’Agata, incontrando gli attori che sbrigano le loro faccende domestiche, e scambiando con loro parole sincere di cortesia e gratitudine, comprendiamo che anche quest’anno il rito del Teatro Povero si è magicamente compiuto, grazie alla fatica e al lavoro del gruppo. Nel turbinio a cui, come abbiamo visto, neanche questo luogo può sottrarsi, l’autodramma resta in fondo un’àncora di umanità cui, oggi più che mai, sentiamo il bisogno di aggrapparci. Ancora una volta, insomma, non abbiamo solamente assistito ad uno spettacolo.

Visto in Piazza della Commenda (Monticchiello, SI) il 26 luglio 2025

LA CITTÀ SILENTE

Autodramma della gente di Monticchiello
Regia: Giampiero Giglioni e Manfredi Rutelli

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Leonardo Favilli

Più che un critico, un appassionato di teatro che ha iniziato a raccontarlo dopo una pluridecennale esperienza da spettatore attento. Lo faccio dalle pagine della redazione fiorentina di Gufetto sempre alla ricerca di luoghi ed esperienze che vadano anche oltre la platea.