La Borto @Sala Assoli: la memoria viva della libertà negata.

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In scena il 30 e il 31 ottobre a Sala Assoli, “La Borto” di Saverio La Ruina è un monologo intenso e necessario sul diritto all’aborto e sulla libertà femminile. Attraverso la voce di una donna calabrese costretta a maternità continue, La Ruina racconta con ironia e dolore una storia che diventa universale. Il dialetto vibra come musica, le musiche dal vivo di Gianfranco De Franco amplificano l’emozione, la scena essenziale ne esalta la forza. Uno spettacolo di squisita scrittura e misura, capace di toccare, commuovere e far riflettere.

LA BORTO – Il dialetto che vibra

LA BORTO

Di Saverio La Ruina si dice universalmente che sia molto bravo. Nel 2010 con La Borto (scritto un anno prima) ha vinto il Premio Ubu per il Migliore nuovo testo italiano, oltre a ricevere una nomination come Migliore attore, e ha vinto il Premio Hystrio alla Drammaturgia.
Sono arrivata a Sala Assoli con queste informazioni, quindi con aspettative altissime, e un po’ di preoccupazione di non poter capire tutto perché sapevo che sarebbe stato nel dialetto calabrese/lucano che lo caratterizza. Avevo con me il libro con il testo e la traduzione a fronte, pronta a usarlo come ancora, e invece non ce n’è stato alcun bisogno.

Il dialetto, quando è usato bene e sostenuto da una grande interpretazione, diventa materia sonora, ritmo viscerale, vibrazione. Non passa dalle orecchie ma dal corpo, parla alla pancia, vibra nell’ascoltatore, anche se non lo conosce. È come ascoltare una canzone in una lingua straniera sconosciuta e provare ugualmente un’emozione intensa, istintiva.

È così che il calabrese di La Borto diventa universale: linguaggio fisico, primitivo, umano. La musicalità del parlato, la precisione delle inflessioni e la straordinaria espressività di La Ruina rendono il testo immediatamente trasparente. Si percepisce tutto, anche quello che non si traduce.

Purtroppo, la sala è piena solo a metà. Un’ingiustizia, quasi una stonatura. Perché La Borto è uno spettacolo che dovrebbe essere trasmesso in mondovisione, a reti unificate, in prima serata, per trenta giorni di seguito. Per essere sicuri che lo vedano tutti, per l’importanza del tema che affronta e per come lo fa, con intelligenza, umanità e una scrittura di una precisione rara.

LA BORTO - il libro

La musica che abita LA BORTO

A luci accese la scena appare spoglia, quasi nuda. Poi, nel buio che si rischiara, si distinguono due sedie: una al centro, rivolta verso il pubblico, e una più arretrata, verso le quinte.
Su quella centrale siede La Ruina; sull’altra, in penombra, il musicista Gianfranco De Franco.
De Franco resta di spalle per tutto lo spettacolo, discreto, elegante e costante, come un’ombra sonora ma di grande intensità. Non accompagna il testo: lo abita.

Le sue musiche, eseguite dal vivo, colpiscono il corpo intero, come il dialetto, e costruiscono un’esperienza sensoriale, che è insieme uditiva, visiva e quasi tattile.

Niente è superfluo, niente è illustrativo: i suoni sostengono, amplificano, scavano. C’è un’eleganza profonda in questa discrezione musicale, una misura che si sente anche nella regia: ogni elemento è calibrato per restare essenziale ma potentissimo. L’effetto è quello di un rito intimo, dove il teatro diventa un atto di ascolto nel senso più profondo dell’ascoltare.

LA BORTO – voce di donna e di donne senza tempo

Il monologo inizia e subito conosciamo Vittoria, la protagonista. La Ruina le presta corpo e voce con una naturalezza impressionante. Non è travestimento né imitazione: è immedesimazione assoluta. L’efficacia dell’interpretazione abbatte ogni distinzione di genere. È come se l’attore fosse attraversato da questa donna, come se la voce di lei lo “possedesse”, una voce che è quella di tutte le donne, e al tempo stesso di nessuna in particolare: universale, concreta, vicinissima.

Vittoria parla con la calma di chi ha smesso da tempo di piangere. Con quella precisione popolare nel raccontare i dettagli, con quella compostezza tipica di chi non cerca più la compassione ma la comprensione, con la calma di chi ricorda più che vivere, di chi ha esaurito da tempo le lacrime.

Potrei dire che sembra di ascoltare una delle mie vecchie zie calabresi raccontare la propria vita, in un pomeriggio d’estate: con pudore e dignità, confidando un dolore antico, pronunciato senza retorica.

LA BORTO

LA BORTO – Il sogno, il processo, la confessione

Tutto parte da un sogno ricorrente, o da un’allucinazione: Vittoria si ritrova davanti a Gesù e agli Apostoli, convocata per rispondere del suo peccato più grande: l’aborto. Viene addirittura paragonata a Giuda, per il tradimento dei buoni valori cattolici. E così comincia un processo immaginario, o forse un dialogo, in cui la donna cerca di raccontare la propria vita per difendersi, o forse solo per spiegarsi.

Il racconto procede con un equilibrio perfetto tra ironia e tragedia.
Le interruzioni, le pause, i commenti dei suoi santissimi interlocutori diventano cadenze ritmiche, in una raffinata partitura emotiva.

La Ruina costruisce una dialettica costante tra leggerezza e dolore, tra sarcasmo e pietà, alternando momenti di leggerezza a passaggi di forte crudezza, costruendo una tensione quasi da soft-thriller che mantiene viva l’attenzione e la partecipazione.
Ci si sorprende a sorridere, persino a ridere, e subito dopo a sentire un nodo alla gola, e si resta continuamente col fiato sospeso.

È un teatro che non schiaccia, ma sospende, e nella sospensione apre varchi di empatia.

Immagini potenti del testo di LA BORTO

Tra le immagini più potenti del testo, c’è quella del percorso che la giovane ragazza compie regolarmente per andare dalla nonna: una strada costellata di “posti di blocco”, uno a ogni bar o taverna, e alla fine la “dogana” davanti al Circolo. Ad ognuno gli uomini del paese la radiografano con lo sguardo, un pezzo alla volta. Le “lastre” dei suoi frammenti corporei passano di mano in mano per essere commentate, sezionate, derise.
È un’immagine che ti entra nella pelle, tanto è precisa e crudele, un ritratto perfetto del maschile predatorio e inconsapevole.

E poi ancora più forte è la scena in cui le viene presentato l’uomo che dovrà sposare, accuratamente nascosto fino all’altare: lei cerca di ricostruirlo da piccoli dettagli, da brandelli visivi.
Da lì nasce una delle frasi più significative:

“A loru ch’i nrteresseavinu i piazzi putianu vidi a pirsona completa, a nuai chi nteressavi a pirsona completa i putiamo vidi sulo a piazzi”

(“Loro, a cui interessavano solo i pezzi, potevano vedere la persona completa. Noi, a cui interessava la persona completa, potevamo vederla solo a pezzi.”)

Una riga che racchiude l’intero spettacolo, la violenza dello sguardo maschile e la frammentazione del femminile sotto quel peso. Una linea di poesia che da sola varrebbe l’intera pièce.

Toccante anche il racconto del suo unico bel ricordo, in spiaggia con la madre da ragazzina, unico momento in cui si erano sentite bene, in cui lei si è addirittura sentita “bella”, e lo dice con una interessante smorfia di sofferenza, come a provarne disagio, come se si sentisse sporca e colpevole, o forse solo stupida, ad averlo pensato.

LA BORTO – martirio per briciole di libertà

L’aborto entra nel racconto quasi in punta di piedi, come un passaggio obbligato, e diventa presto una discesa agli inferi, come un passaggio quasi horror: non per la perdita, ma per il dolore fisico, la colpa, la paura, il rischio, il coraggio, la solitudine.

L’esperienza è restituita con una delicatezza feroce, senza compiacimento né scandalo: solo verità, detta con precisione chirurgica e dolcezza assoluta.

Alcuni momenti sono crudi e impegnativi da reggere, con la pelle d’oca per i brividi che inevitabilmente certe descrizioni scatenano, sebbene non siano né volgari né forti le parole usate: tanta è l’efficacia che non solo riusciamo a immaginare la scena, ma ci sentiamo coinvolti e finanche – forse perché sono donna anche io – completamente immedesimati.

Vittoria, sfiancata dalle gravidanze, decide di interrompere l’ennesima. Ci prova tre volte, nel dolore più atroce, con metodi pericolosi, tra preghiere e superstizioni, come una martire del diritto, della libertà – anzi di briciole di libertà – e dell’autodeterminazione.

Alla fine riesce, ma il prezzo è altissimo.

LA BORTO – niente giudizi, solo comprensione

Non c’è giudizio nel racconto, solo la consapevolezza che la libertà costa cara, e che ogni donna ha diritto a decidere del proprio corpo senza essere condannata.
L’aborto qui non è un delitto, ma una scelta disperata, un atto di sopravvivenza, e il testo non invita a condannare né a glorificare. Invita a capire. A ricordare che il divieto non salva, che la colpa non cura, che la libertà – anche minima, anche briciola – va difesa a ogni costo.

Quando, decenni dopo, la nipote di Vittoria abortisce in una clinica privata a Milano, capiamo che poco è cambiato: i pregiudizi restano, sono solo più sofisticati.

Quindi lo spettacolo, in definitiva, non parla di aborto: parla di diritto. Del diritto di scegliere, di essere curate, di non dover chiedere scusa per vivere.

L’eleganza delle luci in LA BORTO

La regia luminosa è un capolavoro di semplicità. Un solo faro, modulato nei toni e nell’intensità, separa i piani della narrazione: quello rivolto a noi, più disteso e ironico, e quello del sogno, rivolto a Cristo, più profondo e cupo.

A volte la luce diventa confessione, a volte ferita.

Quando si spegne lentamente, alla fine, mentre Vittoria si batte l’indice sul petto ancora e ancora, sempre più duramente, quasi a colpirsi, il buio sembra un giudizio, ma anche una liberazione. Poi si riaccende, e scrosciano gli applausi. Lunghi, sinceri, pieni di quella commozione che non ha bisogno di parole. Il silenzio che precede il suono delle mani è come un respiro collettivo.

LA BORTO – La memoria, il presente, una speranza per il futuro

La Borto è un testo importante, ma è anche molto di più: è un atto di responsabilità civile, un pezzo di memoria collettiva, un gesto di empatia radicale. Racconta un passato che non è finito, e lo fa senza proclami, solo con la verità di una voce che vibra. La Ruina riesce nell’impresa di rendere poetico ciò che è atroce, di rendere visibile ciò che spesso resta taciuto.

Nel 2025, quando le discussioni sul corpo femminile sembrano tornare indietro e l’obiezione di coscienza è ancora una barriera reale, ascoltare La Borto significa ricordare cosa significasse non essere libere: non poter scegliere, non poter essere curate, non poter essere ascoltate.

Significa ricordare cosa significasse doversi trovare a scegliere tra lo sfiancamento e rischiare la vita, essere letteralmente condannate alla maternità che può essere la cosa più bella del mondo, ma può anche non esserlo – con buona pace di chi a tutti i costi vuole negarlo – essere considerate sempre e comunque meno importanti di un gruppo di cellule formatosi magari per un banale errore, o per incuria non nostra, solo perché qualcuno vuole per forza vederci un “miracolo”, frutto di una volontà “divina” (e crudele).

Vedere questo spettacolo oggi significa anche ricordare che la libertà non è mai definitiva, che la conquista dei diritti non si eredita, ma si difende. E soprattutto significa imparare che un uomo può, con onestà e ascolto, farsi strumento di una voce femminile senza tradirla, senza appropriarsene.

Saverio La Ruina scrive, interpreta e dirige con una squisitezza rara. Ogni gesto, ogni pausa, ogni inflessione è calibrata ma mai artificiale. C’è misura, eleganza, pudore, e una forza che arriva dritta al cuore. Il dialetto vibra, la musica pulsa, la luce respira: tutto in questo spettacolo vive, si muove, tocca. Senza alzarsi mai da una sedia.

LA BORTO – un testo necessario

Alla fine rimane un silenzio denso, un’emozione che non si scioglie subito.
La Ruina si batte il dito sul petto, più volte, sempre più forte, e in quel gesto si concentra tutta la vita di Vittoria, tutta la colpa, tutto l’amore: la vita che ha fatto, la sa solo lei. Dice chiaramente che l’aborto più grave, quello vero, è stato quello della sua vita, interrotta troppo presto dal suo primo concepimento, da un destino deciso da altri. E con questa verità insindacabile ci lascia, un po’ più comprensivi, un po’ più consapevoli.

La Borto è un monologo vivo, necessario, toccante, sul diritto all’autodeterminazione, sulla violenza invisibile, sulla libertà che ancora dobbiamo imparare a difendere. È uno spettacolo che sono felice di aver visto e che vorrei vedessero molti altri, per la qualità della scrittura certamente, e per l’importanza della testimonianza che porta in scena, ma ancora di più per la rarità che ci offre: un uomo che scrive e interpreta così profondamente una donna, senza farsene scudo, ma mettendosi interamente al servizio della sua voce.

Un’opera che rimane addosso, che si pensa ma soprattutto si sente, di quelle che ti costringono a restare in silenzio un attimo più del solito, anche quando le luci si accendono di nuovo.

E ora non ho null’altro da aggiungere, se non… Grazie, Saverio La Ruina.

Visto il 30 ottobre 2025

Dal 30 al 31 ottobre 2025

Sala Assoli

LA BORTO

drammaturgia, regia e interpretazione Saverio La Ruina
musiche originali eseguite dal vivo
Gianfranco De Franco
produzione
Scena Verticale
durata
75 minuti

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