TEATRO. SOLITUDINE, MESTIERE, RIVOLTA @ Kilowatt Festival 2026. Eugenio Barba e Julia Varley

C’è un filo che attraversa Kilowatt Festival 2026, in corso a Sansepolcro dal 17 al 25 luglio e significativamente intitolato “Nuovo respiro del mondo“: non riguarda soltanto gli spettacoli in programma, ma il modo in cui il festival mette in relazione maestri e nuove generazioni, memoria e ricerca, pratica scenica e riflessione critica. La presenza di Eugenio Barba e Julia Varley, padrino e madrina di questa ventiquattresima edizione, si inserisce in questo orizzonte, sia come eredità culturale di due figure storiche del teatro contemporaneo, sia come occasione di confronto, secondo il metodo del baratto proprio dell’Odin Teatret. Barba, regista e maestro teatrale, e Varley, storica attrice della compagnia danese, attraversano incontri, spettacoli e riflessioni comuni: dal confronto con Licia Lanera, Liv Ferracchiati e Nicola Borghesi in TEATRO. SOLITUDINE, MESTIERE, RIVOLTA fino a COMPASSIONE, dove il pensiero del Terzo Teatro prende forma scenica.
Leggi anche gli altri reportage critici di Gufetto dedicati a Kilowatt Festival 2026: Corpi politici, La memoria dei vivi.

Eugenio Barba e Julia Varley inaugurano Kilowatt Festival 2026

TEATRO.  solitudine, mestiere, rivolta. Libro di Eugenio Barba. Edizioni di pagina
TEATRO. SOLITUDINE, MESTIERE, RIVOLTA.
Libro di Eugenio Barba. Edizioni di pagina

Un’immagine sintetizza efficacemente l’apertura di Kilowatt Festival 2026: Eugenio Barba e Julia Varley nelle sale di Palazzo Alberti guardano le foto che li ritraggono nelle tre mostre loro dedicate (a cura di Francesco Galli e Annalisa Gonnella) prima di incontrare artisti, operatori e pubblico. La presenza di Barba e Varley non rimane confinata all’incontro inaugurale: le parole, la pratica artistica e l’idea di teatro dei due, attraversano infatti molti dei lavori presentati nei giorni successivi, diventando una chiave di lettura della direzione artistica di Luca Ricci e Lucia Franchi.
Fin dagli anni dell’Odin Teatret, il teatro per Barba è stato inteso come pratica collettiva, laboratorio permanente, luogo di formazione e di relazione prima ancora che produzione di spettacoli. Il concetto di Terzo Teatro, elaborato a partire dagli anni Settanta, nasce proprio dall’osservazione di gruppi indipendenti che, ai margini delle istituzioni e delle tradizioni accademiche, sperimentavano nuove modalità di lavoro sull’attore, sul pubblico e sul territorio, con al centro il training, il gruppo, il confronto tra culture.

La comunità del Kilowatt Festival

«Ogni festival è una grande vittoria, per chi partecipa, per chi lo organizza, per il pubblico e per gli artisti», afferma Barba all’inaugurazione. Una frase che restituisce bene il senso di un festival contemporaneo in cui artisti, spettatori e città costruiscono una comunità — lo dimostra anche Bengodi, ai Giardini di Piero, cuore conviviale della manifestazione, dove il tempo della fruizione teatrale si prolunga nella condivisione quotidiana. Non sorprende, quindi, che Kilowatt scelga di affidare proprio a Barba e Varley il ruolo simbolico di padrino e madrina dell’edizione 2026. Le tre parole che danno il titolo allo storico libro di Eugenio Barba e all’incontro inaugurale — solitudine, mestiere, rivolta — definiscono un percorso di riflessione sul teatro e la direzione lungo la quale il festival costruisce il proprio dialogo fra generazioni, linguaggi e visioni della scena contemporanea.

SOLITUDINE: costruire una comunità attraverso il teatro

Licia Lanera in SOLITUDINE, MESTIERE, RIVOLTA - ph di Luca del Pia
Licia Lanera in SOLITUDINE, MESTIERE, RIVOLTA – ph. di Luca del Pia
dalla pagina Facebook di Kilowatt Festival

La prima parola, solitudine, contiene un paradosso. Il teatro nasce da un gesto individuale — l’attore davanti al proprio limite — che però esiste solo sotto lo sguardo del pubblico. È da questa tensione, non ancora risolta, che prende avvio il confronto scenico tra Licia Lanera —recensita su Gufetto in Love me – e Julia Varley, due artiste appartenenti a generazioni e percorsi differenti, accomunate dalla ricerca di un teatro capace di interrogare l’esperienza umana prima ancora della rappresentazione. Nel monologo di Licia Lanera la solitudine non coincide con l’isolamento. Al contrario, è il punto da cui nasce il bisogno di una comunità. «Ho fatto teatro per costruire una comunità», afferma, individuando nella compagnia un rifugio e uno spazio in cui affrontare insieme ciò che nessuno può attraversare da solo: il tempo, la vita, la morte. È una dichiarazione che sposta il discorso dal mestiere dell’attore alla funzione stessa del teatro: la scena diventa il luogo in cui l’individuo misura la propria fragilità senza rinunciare alla relazione con gli altri.

La maschera Mr. Peanut dell’Odin Teatret

Julia Varley risponde con il linguaggio che da sempre caratterizza il suo lavoro: quello del corpo e dell’azione. Il teschio di Mister Peanut le copre il volto, il bianco degli abiti scivola nella penombra come un altare messicano portato in scena. Attraversa scenicamente la morte: la osserva, la accoglie, infine la abbraccia e la culla in una danza lenta che evita qualsiasi enfasi simbolica, per sintetizzare il proprio pensiero con una frase essenziale: «L’amore è il fine». La morte non viene negata né addomesticata, ma ricondotta dentro una relazione, trasformata in presenza anziché in assenza.
La stessa linea attraversa altri spettacoli presentati nei primi giorni del festival: ne La casa misteriosa lassù nella nebbia, il duo Cuocolo/Bosetti costruisce un dialogo intimo con chi non c’è più, sospeso fra memoria e seduta spiritica; in Lettere dall’aldilà di Yuri Casagrande Conti, il lutto diventa un processo di riconciliazione con gli assenti. Pur con poetiche molto differenti, questi lavori condividono una medesima domanda: come continuare a connettersi con ciò che è perduto? La riflessione di Lanera e Varley offre una possibile risposta, senza trasformarsi in chiave interpretativa univoca. Il teatro non cancella la distanza — la rende osservabile, attraversabile, esperienza comune. È qui che la parola di Barba non è nostalgia di metodo, ma dispositivo ancora operante.

MESTIERE: il training, il corpo e la disciplina della scena

Liv Ferracchiati in SOLITUDINE, MESTIERE, RIVOLTA - ph di Luca del Pia
Liv Ferracchiati in SOLITUDINE, MESTIERE, RIVOLTA – ph. di Luca del Pia
dalla pagina Facebook di Kilowatt Festival

Se la solitudine riguarda la condizione dell’artista, il mestiere riguarda il lavoro necessario per trasformare un’intuizione in linguaggio teatrale: il passaggio dall’ispirazione alla pratica, dall’istinto alla costruzione della presenza scenica. Su questo terreno si sviluppa il confronto di Barba/Varley con Liv Ferracchiati — di cui su Gufetto abbiamo recensito Un Eschimese in Amazzonia — due esperienze molto distanti per generazione e percorso, ma sorprendentemente vicine nell’idea che il teatro sia anzitutto esercizio e continua sfida.
Ferracchiati parte da immagini private: sullo schermo scorrono video della propria infanzia, frammenti domestici che ricordano, per associazione, il materiale autobiografico utilizzato da Silvia Calderoni in MDLSX dei Motus. Il bambino rappresentato nelle immagini non possiede una tecnica: esiste solo il desiderio di creare, quella miscela di genio e sregolatezza che precede ogni forma compiuta. Il mestiere interviene dopo: è la struttura che permette all’intuizione di prendere forma senza esaurirne l’energia.

Il training secondo Barba

Il training dell’attore, nella prospettiva dell’Odin, oltre all’allenamento tecnico è infatti il processo attraverso cui il corpo modifica la propria qualità di presenza. L’attore, osserva Barba, deve essere continuamente posto in una condizione di equilibrio instabile, dove la difficoltà non paralizza ma alimenta la ricerca. Il gesto quotidiano viene trasformato in gesto scenico, producendo quell’effetto di “extra-quotidianità” che attraversa tutta la riflessione del fondatore dell’Odin Teatret.
Questa stessa attenzione al corpo come luogo di ricerca attraversa anche parte della programmazione performativa di Kilowatt. Ad esempio in Momentum #2 della compagnia tedesco-svizzera CocoonDance, la coreografia lavora sull’accumulo di micro-movimenti, variazioni di ritmo e tensione dei performer: il gesto minimo diventa progressivamente materia scenica. Pur appartenendo a un linguaggio differente, la ricerca di Rafaële Giovanola dialoga con la lezione di Barba: la presenza non è un dato naturale, ma il risultato di una pratica rigorosa che modifica il modo di abitare lo spazio e la relazione con chi osserva. Il mestiere resta un esercizio permanente, mai una tecnica acquisita una volta per tutte.

RIVOLTA: quando il teatro diventa gesto politico

Nicola Borghesi in SOLITUDINE, MESTIERE, RIVOLTA - ph di Luca del Pia
Nicola Borghesi in SOLITUDINE, MESTIERE, RIVOLTA – ph. di Luca del Pia
dalla pagina Facebook di Kilowatt Festival

La terza parola al centro della poetica di Eugenio Barba, rivolta, sposta il discorso dal lavoro dell’attore al rapporto tra teatro e società. Su questo terreno il confronto con Nicola Borghesi assume un carattere dichiaratamente autobiografico e politico: fondatore di Kepler-452, Borghesi —recensito su Gufetto in Gli Altri — si dichiara «artista comunista» senza cercare mediazioni, e lo ripete come un atto di responsabilità: la rivolta, non è solo parola, ma pratica quotidiana di palco. Ripercorre il progetto costruito con gli operai dell’ex GKN che ha dato vita allo spettacolo Il Capitale e la recente partecipazione alla Global Sumud Flotilla di Dario Salvetti, la detenzione in acque internazionali a bordo di una nave-carcere israeliana, le violenze subite e raccontate senza sconti, a viso scoperto, sul palco dello stesso festival che lo ospita. Non è retorica militante. È drammaturgia della testimonianza. Tutta la produzione di Kepler è la sintesi di un metodo che tiene insieme militanza politica e pratica teatrale, come nell’ultimo lavoro A Place of Safety, premio UBU 2025.

Il teatro politico dalla biografia di Barba

Anche la biografia di Eugenio Barba restituisce alla parola un significato concreto: giovane migrante italiano nei paesi scandinavi, prima di fondare l’Odin Teatret ha conosciuto povertà, discriminazione, razzismo. La sua risposta è costruire una pratica fondata sull’incontro: «il teatro è politica con altri mezzi: la bellezza».
Il tema è coerente con il titolo dell’intera edizione, Nuovo respiro del mondo: la denuncia di una politica senza più parole credibili — e la scommessa che il teatro possa ancora inventarne di nuove — non lontana, negli intenti, dagli slogan del movimento no-global di Genova 2001, di cui quest’anno ricorre il venticinquennale. E il bisogno di riaffermarlo tornerà in altri spettacoli di Kilowatt 2026: La futura classe dirigente di Caterina Marino e Leo – l’unica arte è un pugno di Cubo Teatro con Alberto Boubakar Malanchino, che, per vie diverse, raccolgono lo stesso filo: quello di un teatro che abita il conflitto, interrogando il pubblico sul futuro dell’arte e sulla responsabilità collettiva.

COMPASSIONE: il pensiero di Barba prende corpo sulla scena

Julia Varley in COMPASSIONE di Eugenio Barba - ph. di Luca del Pia
Julia Varley in COMPASSIONE di Eugenio Barba – ph. di Luca del Pia
dalla pagina Facebook di Kilowatt Festival

L’incontro inaugurale trova il proprio naturale completamento nella messa in scena di COMPASSIONE, lo spettacolo ideato da Eugenio Barba e interpretato da Julia Varley, già approfondito da Gufetto in occasione di Materia Prima. Vederlo all’interno di Kilowatt, tuttavia, approfondisce la prospettiva: dopo aver ascoltato Barba riflettere su solitudine, mestiere e rivolta, il lavoro scenico appare come la traduzione concreta di una poetica sviluppata in oltre sessant’anni di ricerca.
Varley costruisce una partitura fisica rigorosa di trasformazione del corpo e della voce, per attraversare tempi e geografie differenti. Il percorso si snoda da un monaco yazida, a una rifugiata cecena, fino all’indovino Tiresia in Antigone, facendo convivere mito e cronaca, memoria individuale e tragedia collettiva: un itinerario nella condizione umana, dove la compassione diventa una forma di conoscenza e comunicazione.

Il corpo come archivio vivente

Julia Varley in COMPASSIONE di Eugenio Barba - ph. di Luca del Pia
Julia Varley in COMPASSIONE di Eugenio Barba – ph. di Luca del Pia
dalla pagina Facebook di Kilowatt Festival

Il canto cambia lingua senza preavviso come un respiro trattenuto: il palco smette di essere scena e diventa rito, dove Siria, Cecenia e Tebe convivono lo stesso tempo e spazio scenico. È qui che emerge uno dei principi fondativi dell’Odin Teatret: il corpo dell’attore come archivio vivente. La memoria non è affidata alla ricostruzione documentaria, ma si deposita nei gesti, nella voce, nella precisione dell’azione fisica. Ogni trasformazione di Julia Varley conserva le tracce di un lungo lavoro sul training, sulla composizione e sulla relazione con lo spettatore. Il pensiero espresso da Barba durante l’incontro inaugurale trova così una verifica pratica: il mestiere non è mai separabile dall’etica della scena.
Compassione appartiene coerentemente al lungo percorso creativo dell’Odin Teatret. L’ultimo quadro richiama direttamente L’albero genealogico di Antigone. La figura della rifugiata cecena riprende invece le riflessioni sull’esilio, la memoria e lo sradicamento che attraversano La città morta. Infine sviluppa un tema ricorrente nella poetica dell’Odin: la resistenza dell’essere umano di fronte alla violenza della storia. Più che citare il proprio repertorio, Barba fa della memoria artistica della compagnia un materiale vivo, capace di dialogare con le guerre, le migrazioni e le crisi del presente. Nella presenza fisica di Julia Varley in scena riaffiora, in alcune espressioni, la memoria di Dario Fo: non un’influenza diretta, ma un’affinità di corpo e di gesto, e la stessa idea di un teatro di gruppo pensato come pratica comune prima ancora che come rappresentazione.

Un dialogo tra generazioni

Il festival evita la retorica dei maestri celebrati: le riflessioni di Lanera, Ferracchiati e Borghesi, artisti appartenenti a generazioni, poetiche e pratiche differenti, mettono alla prova solitudine, mestiere e rivolta di fronte al presente. Il punto più alto di questo dialogo, però, non è sul palco: è in platea. Barba e Varley assistono da spettatori a tutti gli spettacoli del festival, incontrano i Visionari, il gruppo di cittadini che affianca la direzione artistica di Kilowatt, in un esercizio e pratica di ascolto profondo e presenza consapevole davvero rari. È in questi gesti, non annunciati né spettacolari, che il senso di comunità evocato fin dall’apertura di Kilowatt, e reso visibile negli spazi conviviali di Bengodi, ai Giardini di Piero, trova la sua verifica più concreta.
A distanza di oltre sessant’anni dalla fondazione dell’Odin Teatret, il pensiero di Barba si mostra qui meno come un patrimonio da conservare che come un metodo artistico e umano ancora attuale. Barba non chiude il cerchio della propria eredità — a cui il festival dedica altri incontri pubblici: lo lascia volutamente aperto.

Crediti e info:

TEATRO. SOLITUDINE MESTIERE RIVOLTA

con Eugenio Barba, Julia Varley, Nicola Borghesi, Liv Ferracchiati, Licia Lanera

Visto il 17 luglio 2026, Kilowatt Festival, Sansepolcro (AR)

COMPASSIONE

regia Eugenio Barba
testo Eugenio Barba, Julia Varley
performance, oggetti e costumi Julia Varley
assistenti alla regia Antonia Cezara Cioază, Jakob Nielsen
manifesto Antonella Diana
grafica Rina Skeel

Visto il 18 luglio 2026, Kilowatt Festival, Sansepolcro (AR)

MOSTRE FOTOGRAFICHE A KILOWATT FESTIVAL 2026

Un fotografo alla scuola dello sguardo Quattro sessioni dell’ISTA – International School of Theatre Anthropology
A cura di Francesco Galli
Le foto di Compassione e le nuvole di Amleto
A cura di Annalisa Gonnella
I manifesti dell’Odin Teatret, dal 1964 a oggi

Dal 17 al 25 luglio 2026, Kilowatt Festival, Sansepolcro (AR)

Foto di copertina: Lucia Franchi, Luca Ricci, Julia Varley, Eugenio Barba alla inaugurazione di Kilowatt Festival 2026 – ph. di Luca del Pia

https://gufetto.press/corpi-politici-kilowatt-festival
https://gufetto.press/kilowatt-festival-memoria
image_pdfSCARICA QUESTO ARTICOLO IN FORMATO PDF

Alice Capozza

Redattrice per Gufetto Firenze e fondatrice del collettivo di redazione. Appassionata di teatro, attrice e regista, formatrice di critica teatrale. Scrive su Gufetto dal 2017