KAMIKAZE, QUATTRO QUARTI @ Materia Prima Festival. Fallire ancora, fallire meglio

Al Materia Prima Festival 2026 il teatro contemporaneo sembra interrogarsi su un verbo destabilizzante: fallire, come condizione strutturale dell’esistenza e dell’atto scenico. A fare da bussola, esplicita o sotterranea, è la lezione di Samuel Beckett, che del fallimento ha fatto una grammatica poetica. Due spettacoli, pur diversi, in scena al Teatro Cantiere Florida, KAMIKAZE Spero vada meglio dell’ultima volta di Giulio Santolini e QUATTRO QUARTI diretto da Alessandro Averone, si muovono proprio su questa linea di tensione: tra esposizione e giudizio, tra corpo e parola, tra tentativo e scacco. Se il primo sceglie la via dell’ironia e del dispositivo partecipativo, il secondo costruisce un affondo rigoroso dentro l’universo beckettiano. Entrambi interrogano lo stesso nodo: che cosa resta dell’umano quando il senso vacilla? E quanto siamo disposti a partecipare a questa crisi? Più di una semplice affinità tematica, è una vera postura scenica: il fallimento non come esito, ma come motore dell’azione teatrale e umana.
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KAMIKAZE: gioco scenico e coinvolgimento del pubblico

Giulio Santolini in KAMIKAZE, ph. Stella Capelli
Giulio Santolini in KAMIKAZE, ph. Stella Capelli

KAMIKAZE – Spero vada meglio dell’ultima volta, si presenta come un gioco scenico dichiaratamente instabile. Giulio Santolini, performer dalla solida formazione fisica, capace di muoversi tra danza e recitazione con naturalezza, entra in scena con l’ansia di chi sa che ogni tentativo potrebbe fare fiasco: Che pubblico avrò stasera?. Accanto a lui, Daniele Boccardi costruisce dal vivo un tessuto sonoro e luminoso che diventa parte attiva, insieme alla traduzione dello spettacolo in LIS (Lingua Italiana dei Segni) di Daniel Bongioanni.
Lo spazio del Florida è vuoto, ridotto all’essenziale: un microfono, una postazione tecnica, un corpo esposto. Ma è soprattutto il pubblico a completare la scena. Fin dall’inizio viene stabilito un patto esplicito: gli spettatori sono chiamati a giudicare, reagire, determinare l’andamento di tre round performativi, da standing ovation memorabile a insulti e pioggia d’odio. Il teatro si fa arena ludica e crudele, dove il fallimento non è evitato ma cercato, esibito e rilanciato come successo. In questa esposizione diretta si intravede già, in controluce, ciò che QUATTRO QUARTI mostrerà per contrasto: non il pubblico come giudice esplicito, ma come sguardo che osserva e oggettiva.
In questo senso, il prologo assume un ruolo decisivo: introduce le regole del gioco e richiama implicitamente una delle funzioni più antiche del teatro, quella evocativa. Viene in mente l’invocazione al pubblico del prologo dellEnrico V di Shakespeare, quando si chiede agli spettatori di supplire con l’immaginazione alla povertà della scena. Anche qui, infatti, l’azione teatrale si fonda su un atto di fiducia: la disponibilità dello spettatore a immaginare, a completare, a esporsi a sua volta, direttamente, arrivando a interpretare la madre, il padre o la compagna di Santolini, nel passato e nel futuro.

KAMIKAZE: drammaturgia frammentata e crisi della forma

Giulio Santolini in una coreografia di teatro-danza, KAMIKAZE, ph. Stella Capelli
Giulio Santolini in una coreografia di teatro-danza, KAMIKAZE, ph. Stella Capelli

La drammaturgia, costruita con Lorenza Guerrini, procede per frammenti: sketch, confessioni, derive coreografiche e dialoghi improbabili. Si passa da ricordi d’infanzia a incursioni metateatrali, fino a incontri immaginari con figure lontane tra loro come Emil Cioran, Simone Weil o il creatore della maschera di Arlecchino, Tristano Martinelli. Ma ciò che emerge con più forza è la riflessione sul dispositivo stesso: quando comincia davvero uno spettacolo? E come finisce? Il rilancio di inizi possibili — plausibili, assurdi, mancati — mette in crisi l’idea di un’origine stabile della scena. Allo stesso modo, ogni conclusione sembra provvisoria, revocabile, subito riassorbita in un nuovo tentativo. È un territorio caro ai Sotterraneo (ultima recensione su Gufetto), con cui Santolini recita in Overload e L’angelo della storia: il teatro come forma che si interroga sul proprio nascere e sul proprio esaurirsi, senza mai fissarsi definitivamente. Questa instabilità formale trova un curioso contrappunto in QUATTRO QUARTI: lì dove Santolini moltiplica gli inizi e dissolve le fini, Averone costruisce un movimento unico e coerente che però conduce allo stesso esito: la perdita di un centro stabile. Due traiettorie diverse che finiscono per convergere nella stessa crisi.

Una scena di KAMIKAZE, ph. Stella Capelli
Una scena di KAMIKAZE, ph. Stella Capelli

Il risultato di KAMIKAZE è volutamente disomogeneo, a tratti persino sfilacciato: una frammentazione teatrale che rifiuta coerenza e linearità. Non tutto regge con la stessa forza, e alcune sequenze sembrano disperdersi più che accumulare senso. Ma è forse in questa precarietà che lo spettacolo trova una sua ragione: cercare una forma nella caduta, una verità nell’errore. Più che uno spettacolo compiuto, Santolini percorre un processo: un laboratorio aperto non solo sul teatro e sull’arte, ma sulla ricerca di senso. In questa esposizione a volte ironica, a volte vulnerabile, emerge una tensione autentica: il desiderio di riuscire sapendo che il fallimento è inevitabile, come dichiara nella lettera di addio alla madre il kamikaze che si lancia contro la morte: l’essere umano nella sua fallibile precaria esistenza.

QUATTRO QUARTI: leggerezza scenica e profondità beckettiana

QUATTRO QUARTI, Atto senza parole, ph. Manuela Giusto
QUATTRO QUARTI, Atto senza parole, Antonio Tintis, ph. Manuela Giusto

Con QUATTRO QUARTI – Quattro testi brevi di Samuel Beckett, Alessandro Averone attraversa l’universo di Beckett costruendo un unico movimento scenico, continuo e coerente, in cui i diversi testi – Atto senza parole, Teatro Due, Catastrophe, Non io – si richiamano e si trasformano l’uno nell’altro. Più che una successione di quadri, emerge un processo di progressiva esposizione e svuotamento. Il corpo e la parola vengono messi alla prova fino al limite, con un esito che, pur con mezzi opposti, dialoga direttamente con la frammentazione instabile in KAMIKAZE.
Il suolo disseminato di piume introduce un elemento di leggerezza visiva, quasi un gioco scenico che contraddice la densità concettuale della scrittura beckettiana. È una leggerezza che amplifica lo scarto: più la scena si fa lieve, più la condizione del personaggio appare irrimediabilmente bloccata.
Dove Santolini cerca la levità nell’ironia e nel coinvolgimento del pubblico, Averone la trasforma in un segno scenico ambiguo che evidenzia il peso dell’esistenza. Affiora allora, quasi come un’eco deformata, il riferimento a Aspettando Godot: ma se l’albero beckettiano era segno minimo e sospeso, qui sembra trasformarsi idealmente in una presenza eccentrica e perturbante, un albero dai tratti quasi ludici, che richiama la maschera di Arlecchino. Non più simbolo di attesa, ma figura beffarda che irride il protagonista, denominato semplicemente A.

QUATTRO QUARTI: corpo, linguaggio e crisi dell’identità

Antonio Tintis in QUATTRO QUARTI, Catastrophe, ph. Manuela Giusto
Antonio Tintis in QUATTRO QUARTI, Catastrophe, ph. Manuela Giusto

All’interno di questo disegno, la regia lavora su una progressiva trasformazione dell’umano, che passa attraverso diverse forme di esposizione e riduzione. Il corpo di Antonio Tintis – elemento di continuità nei quattro testi – inizialmente immerso in uno spazio ostile, viene via via osservato, giudicato, condannato, manipolato, fino a diventare superficie da controllare e modellare, quadro muto del dolore delle parole di Alessia Giangiuliani nell’ultimo atto. Il linguaggio stesso si rivela uno strumento ambiguo: può classificare e neutralizzare la morte, oppure esplodere in un flusso incontrollabile che mette a nudo la fragilità dell’identità. In questo percorso, gli interpreti — Antonio Tintis, Marco Quaglia, Mauro Santopietro, Gabriele Sabatini e Alessia Giangiuliani — costruiscono una partitura precisa, capace di restituire la tensione tra controllo e cedimento, luogo stesso del conflitto creativo.

Marco Quaglia e Mauro Santopietro in Teatro Due, 
QUATTRO QUARTI, ph. Manuela Giusto
Marco Quaglia e Mauro Santopietro in QUATTRO QUARTI, Teatro Due, ph. Manuela Giusto

Mentre in KAMIKAZE il performer si espone volontariamente al giudizio, qui l’esposizione diventa condizione subita, quasi una condanna. Eppure, in entrambi i casi, è proprio questa esposizione a generare teatro: non come rappresentazione compiuta, ma come attrito tra ciò che si tenta e ciò che inevitabilmente sfugge.
Alessandro Averone evita ogni rigidità interpretativa e lascia che sia la scena a far emergere la contemporaneità di Beckett. Ne nasce uno spettacolo compatto, capace di restituire la radicalità della sua scrittura senza irrigidirla, mantenendola viva e contraddittoria.

Il teatro come tentativo

Alessia Giangiuliani, Gabriele Sabatini in QUATTRO QUARTI, Catastrophe, ph. Manuela Giusto
Alessia Giangiuliani, Gabriele Sabatini in QUATTRO QUARTI, Catastrophe, ph. Manuela Giusto

È proprio nello scarto tra queste due forme — partecipativa e strutturata — che il discorso sul fallimento si chiarisce. Se KAMIKAZE espone il fallimento come gioco condiviso e QUATTRO QUARTI lo indaga come destino esistenziale, entrambi gli spettacoli convergono su un punto: il teatro non è il luogo della riuscita, ma del tentativo, del fallimento.
Da una parte, l’energia caotica e partecipativa di Giulio Santolini; dall’altra, la precisione chirurgica della regia di Alessandro Averone. Due modalità opposte che si incontrano nella stessa consapevolezza: salire su un palco significa esporsi al rischio, accettare la possibilità dello scacco, continuare nonostante tutto. La stessa esigenza beckettiana: non smettere di tentare. La lezione di Samuel Beckett risuona qui come pratica viva: un teatro che tenta, per fallire ancora, fallire meglio.

“Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better.” Samuel Beckett,  Worstward Ho (1983)

Visti il 26 e 31 marzo 2026 al Teatro Cantiere Florida, Firenze

KAMIKAZE – Spero vada meglio dell’ultima volta: crediti e dati tecnici

di Giulio Santolini
con Giulio Santolini e Daniele Boccardi
dramaturg Lorenza Guerrini
sound & light designer live Daniele Boccardi
voci Filippo Baglioni, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini
produzione La Corte Ospitale
con il sostegno di Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna
residenze artistiche Attodue, Fabbrica Europa/PARC
si ringrazia CollettivO CineticO, Simone Arganini, Stefano Tumicelli, Fabio Novembrini
traduzione LIS a cura di Daniel Bongioanni e Luca Falbo

QUATTRO QUARTI – Quattro testi brevi di Samuel Beckett: crediti e dati tecnici

regia di Alessandro Averone
con Alessia Giangiuliani, Marco Quaglia, Gabriele Sabatini, Mauro Santopietro, Antonio Tintis
Atto senza parole: Antonio Tintis
Teatro Due: Marco Quaglia, Mauro Santopietro, Antonio Tintis
Catastrophe: Alessia Giangiuliani, Gabriele Sabatini, Antonio Tintis
Non io: Alessia Giangiuliani, Antonio Tintis
scene Paola Castrignanò
costumi Marzia Paparini
luci Luca Bronzo
produzione: Altra Scena

Reportage di Gufetto dal Materia Prima Festival 2026

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Alice Capozza

Redattrice per Gufetto Firenze e fondatrice del collettivo di redazione. Appassionata di teatro, attrice e regista, formatrice di critica teatrale. Scrive su Gufetto dal 2017