Venerdi 18 settembre 2026 alle ore 14,00 sul prestigioso schermo della sala Michel Piccoli all’interno del Festival Film di Villa Medici di Roma è stato proiettato in lingua originale sottotitolato in inglese, in première mondiale, il film francese JUSQU’OU LA FORET di Romain Rampillon e Feda Wardark alla presenza degli autori e degli attori principali.
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JUSQU’OÙ LA FORÊT: una storia ai margini della città

Ci sono film nei quali il paesaggio non costituisce semplicemente lo sfondo dell’azione, ma diventa il vero protagonista, un organismo capace di conservare tracce, accogliere corpi, sedimentare memorie e opporre una diversa idea del tempo a quella imposta dalla modernità. Jusqu’où la forêt, diretto da Romain Rampillon e Feda Wardak, appartiene a questa categoria. Presentato in anteprima mondiale al Festival di Film della Villa Medici di Roma 2026, il film nasce intorno a una foresta della Seine-Saint-Denis, ai margini di Parigi, minacciata da un vasto progetto di trasformazione urbana. Al suo interno si muovono Pedro e Sapa, due adolescenti arrivati da poco in Francia, alla ricerca di una libertà che la città sembra aver loro sottratto. La foresta, visto come uno spazio resistente, non è soltanto ciò che resta della natura quando la città avanza. È uno spazio altro, una zona di passaggio nella quale le categorie abituali – centro e periferia, abitabile e inabitabile, umano e naturale, passato e presente – cominciano a perdere la loro nettezza.
La periferia come territorio dell’immaginazione
La scelta della Seine-Saint-Denis è tutt’altro che casuale. Siamo in uno dei territori simbolicamente più complessi della periferia parigina, segnato da grandi trasformazioni urbane e da una lunga storia di marginalizzazione spaziale e sociale. La foresta di Bondy, in particolare, è stata al centro di tensioni legate alla trasformazione del territorio e alla relazione fra grandi complessi abitativi, infrastrutture e ambiente. Il film evita però di trasformare questo dato in una semplice denuncia. Non siamo di fronte a un documentario che utilizza il paesaggio per dimostrare una tesi sulla periferia. La poetica di Jusqu’où la forêt è più sottile: consiste nel cambiare il modo in cui guardiamo un territorio. La periferia, in questo caso, non viene osservata dall’alto, come un problema urbanistico da risolvere, ma dal suo interno, attraverso i corpi di due giovani che la attraversano. Pedro e Sapa non sono semplicemente “soggetti sociali”: sono esploratori. La loro presenza introduce nel film una dimensione quasi iniziatica.
Il diritto all’opacità degli spazi naturali
Pedro e Sapa sono adolescenti recentemente arrivati in Francia. La loro relazione con la foresta si sovrappone inevitabilmente alla condizione dell’esilio: sono corpi che hanno attraversato un confine e che si trovano ora in un territorio che ancora non appartiene loro completamente. Se per vivere la città è necessario acquisire lingua, codici e regole, nello spazio naturale, o meglio, per vivere come “figli della natura”, non occorre mostrare documenti e legittimità. Inoltre, nella foresta ci si può smarrire, e perdersi può significare anche sottrarsi temporaneamente alla necessità di essere identificato. Da questo punto di vista, il film può essere letto come una riflessione sul diritto all’opacità, ovvero l’esercizio della possibilità di non essere completamente leggibili, classificabili, riconducibili a una funzione sociale. La foresta è precisamente lo spazio dell’opaco, ciò che resiste alla trasparenza amministrativa della città contemporanea.
Il bosco come testimone di “passaggi”

Uno degli aspetti più interessanti del film riguarda la progressiva comparsa delle figure e delle storie di coloro che hanno abitato quella foresta prima dei due ragazzi. La sinossi ufficiale parla esplicitamente di “figure” e “racconti” di persone che un tempo avevano fatto di quel luogo la propria casa. È qui che Jusqu’où la forêt supera il tema ambientale in senso stretto, assumendo una dimensione antropologica nella sua capacità di diventare un archivio non istituzionale. Se la città conserva la memoria attraverso monumenti, archivi, edifici, targhe, musei, la foresta registra, invece, attraverso tracce più fragili: sentieri, incisioni su alberi, oggetti, racconti, presenze. È una memoria senza monumento. In questo senso il film sembra suggerire che ogni trasformazione urbana produce inevitabilmente dei resti. Quando un territorio viene progettato, razionalizzato, infrastrutturato, qualcuno o qualcosa viene espulso dalla rappresentazione ufficiale, ed ecco che la foresta raccoglie ciò che il progetto urbano tende a cancellare. Non è dunque soltanto uno spazio naturale, ma assume le fattezze di uno spazio mnemonico, e proprio perché non parla attraverso un linguaggio istituzionale, questa memoria conserva qualcosa di irriducibile.
Un film sul tempo della trasformazione
Sono rimasto piacevolmente sorpreso di come il film di Rampillon e Feda condivida un nucleo concettuale profondo con il mio saggio breve dal titolo L’uomo, il tempo e il paesaggio edito da ChiPiùNeArt nel 2023. Il momento condiviso riguarda essenzialmente l’analisi del paesaggio non come mero sfondo statico o elemento estetico, ma come un palinsesto vivo, modellato dall’interazione continua tra tempo storico, memoria umana e trasformazione naturale indotta dall’uomo. Secondo le due visioni risulta evidente che il paesaggio sia un archivio del tempo e la sede, dunque, delle stratificazioni delle azioni umane. L’uso funzionale delle immagini e del sonoro nel film cerca di far riemergere ciò che quel paesaggio sembra nascondere. Il cinema diventa così uno strumento per scavare nei segreti del territorio al fine di rendere visibili le dinamiche umane invisibili o marginalizzate. Nel saggio breve sembra essere proposto un completamento di questa istanza nel momento nel quale vengono posti quesiti sul ruolo della percezione e della consapevolezza: comprendere il paesaggio richiede sempre un atto di interpretazione e consapevolezza critica, superando la visione utilitaristica della società contemporanea al fine di riconnettersi alla memoria dei luoghi.
Una regia rispettosa dei luoghi

Il percorso artistico dei due autori aiuta a comprendere questa impostazione. Rampillon lavora come direttore della fotografia, regista e produttore, concentrandosi anche sui paesaggi in trasformazione, sulle relazioni interspecifiche e sui ritmi stagionali; Wardak è architetto, costruttore e ricercatore, con una ricerca dedicata ai territori e alle dinamiche locali. Non sorprende quindi che Jusqu’où la forêt si collochi in quei meandri del cinema contemporaneo nei quali documentario, ricerca territoriale e pratica artistica tendono a contaminarsi. La macchina da presa non sembra voler dominare il paesaggio, ma abitarlo. È una differenza decisiva, in quanto il paesaggio cinematografico tradizionale è spesso qualcosa che viene mostrato; qui diventa qualcosa che viene attraversato, e questo significa accettare che non tutto possa essere immediatamente tradotto in significato.
Conclusioni

Il merito principale di Jusqu’où la forêt consiste allora nel rifiutare una contrapposizione semplicistica fra natura e città. La foresta non è un “altrove” incontaminato. È già dentro la storia urbana, è attraversata dai conflitti, dalle migrazioni, dalla marginalità, dalla memoria e dai progetti di trasformazione. Non è qualcosa di profondamente diverso dallo spazio urbano, ma solo qualcosa che la città non riesce a controllare. Per questo il titolo assume, alla fine, un significato quasi filosofico. “Fino a dove arriva la foresta?” non indica soltanto un confine geografico. Sembra piuttosto chiedere fino a dove possa estendersi uno spazio sottratto, almeno temporaneamente, alla logica dell’utilità, e forse chiede anche fino a dove possa arrivare il cinema quando decide di non limitarsi a rappresentare il mondo, ma di ascoltarne le zone marginali, i silenzi, le tracce. In una stagione cinematografica nella quale la periferia viene spesso raccontata attraverso l’emergenza, la violenza o la denuncia, Rampillon e Wardak scelgono una strada più obliqua: raccontano in maniera asciutta un territorio attraverso la possibilità di perdersi. Ed è proprio nel momento dello smarrimento che la foresta diventa visibile, non come paesaggio da salvare, ma come luogo della memoria da ascoltare.
Visto il 18 settembre 2026
JUSQU’OÙ LA FORÊT
Di Romain Rampillon e Feda Wardak
Produzione: Avant la Nuit, Le Grand Gardon Blanc


