Dopo la messa in scena al Teatro Metastasio un’intensa, indimenticabile MIRRA di Vittorio Alfieri, ultima perla di una collana di realizzazioni intense e estremamente originali che il regista Giovanni Ortoleva ha diretto negli ultimi anni, e delle quali, gentilmente, accetta di parlare.
Contenuti
Le ragioni di un percorso
Susanna Pietrosanti: Facciamo, se non le dispiace, un’intervista alla carriera, come talvolta si dà il Leone d’oro che purtroppo non ho capacità di conferirle. Il vertice di MIRRA è l’ultima tappa di un percorso che si è svolto sempre con risultati intensi, seducenti e particolari, tenuto insieme da una coerenza sia sull’argomento – spesso, l’amore – che da una personale estetica. È vero? O è una mia impressione?

Giovanni Ortoleva: è vero, ho sempre desiderato, col mio teatro, costruire un percorso, fare un progetto, gestirlo e vedere come risuona. Anche le tappe più particolari, ad esempio DRAMMA INDUSTRIALE, che sembra una performance molto più rivolta al sociale, molto più radicata nel reale, in verità fa parte della progressione, del progetto che ho concepito.
SP: Sì, io avevo trovato un collegamento forte nell’altezza, nella dignità della parola: non discordava affatto da testi molto più radicati nel registro letterario: “vola alta, parola” di Luzi è il verso che viene in mente quando si assiste a Dramma Industriale…
Giovanni Ortoleva. Sì, esatto. Dissento completamente dalla teoria che recitare la contemporaneità debba dare luogo a risultati bassi, relativamente al linguaggio, a un’atmosfera da fiction, in cui dovrebbe svolgersi il teatro dei nostri giorni. Lavorando con Favaro, non ho mai trovato ostacoli a insistere sull’altezza della parola in teatro, sull’inattualità, addirittura, della parola. Per me il mestiere dell’attore è proprio questo: portare al cuore ciò che è alto. La possibilità di fare arrivare vicino il lontano.
Quando il testo si fa carne: il lavoro con gli attori

SP: Sono importanti, vero, gli interpreti per lei? Peraltro, nei suoi spettacoli sono sempre stati capaci di risultati veramente splendidi: Leda Kreider in LANCILLOTTO E GINEVRA tracciava un grafico emozionale solo camminando a piedi nudi sul palco, e tutto il cast di Mirra rende decifrabile e contemporanea una lingua estremamente ermetica come quella del teatro alfieriano…
Giovanni Ortoleva. Gli attori sono una parte essenziale del mio lavoro. Passo molto tempo a guardarli, a guardarli lavorare. Ci tengo a che arrivino a una loro interpretazione, a che riescano completamente a incarnare il lavoro. Voglio raggiungere questo risultato: la loro incarnazione del lavoro…
SP: Da una parte questo ascolto e questa attenzione e aiuto agli e degli interpreti per raggiungere un esito completo, ma dall’altra anche un lavoro drammaturgico molto forte. In Lancillotto e Ginevra, ad esempio, il lavoro drammaturgico non poté che essere estremamente complesso…
Giovanni Ortoleva. Lancillotto e Ginevra nasce dalla suggestione, forte, del magnifico film di Robert Bresson: su quell’attrazione ho lavorato, insieme a Riccardo Favaro, in primo luogo studiando: i materiali sono moltissimi. Sentivo l’importanza, la forza della parte finale della storia – l’unione degli amanti, Lancillotto e Ginevra appunto, e la loro rovina – ma percepivo anche quanto fosse necessaria la parte che c’era prima, lo smarrimento del cavaliere, i boschi, le peripezie… Non è stato facile. Il materiale si ribellava, la lingua era uno scoglio, dimostrava a ogni passo la sua resistenza a non diventare materiale teatrale…
SP: Avete resistito con esiti vittoriosi…
Giovanni Ortoleva. Una grande fatica, un corpo a corpo con tantissime pagine, potenti, evocative…per rendere la storia ci sarebbe voluto un cast enorme. Invece abbiamo scelto di stringere al massimo il numero degli interpreti, di valorizzare lo studio, la ricerca…e facendo così, è successo qualcosa. Ho proprio percepito che è successo qualcosa…
Verso il passato e verso il fututo: prima e dopo MIRRA

SP: Mirra è collegata a Lancillotto, vero?
Giovanni Ortoleva. Lo è. Forse l’avevo conosciuta al liceo, forse non l’avevo neppure letta, ma nel periodo di Lancillotto l’ho trovata su una bancarella di libri usati. Ero con un’amica, lei ha preso la Virginia di Alfieri, io la Mirra. È andata meglio a me…
SP: Certo che sì…
Giovanni Ortoleva. L’ho letta, riletta, studiata, quindi quando è arrivata la proposta di Massimiliano Civica è stata proprio una certezza metterla in scena, ovviamente per niente facile. Anche per Mirra si è dovuta attivare una creazione molto particolare, un’enorme preparazione degli attori. Lo erano, tutti, estremamente preparati, e questo ha permesso un’attenzione estrema alla costruzione della performance, il privilegio di impiegare venti giorni a filare lo spettacolo, un privilegio…
SP: Capisco dalle sue parole che dedica un’attenzione estrema all’ossatura, alla preparazione dello spettacolo…
Giovanni Ortoleva. Assolutamente sì. Uno spettacolo è un qualcosa che gli attori devono incarnare. Per farlo, devono lavorarci molto, a lungo, con applicazione, con concentrazione, usando il tempo necessario. Non ci deve essere nessun senso di incertezza, di casualità. La struttura necessariamente sarà complessa, ma loro devono sempre e comunque sapere dove sono. Quando uno degli interpreti di Mirra, una sera, durante le prove, ha improvvisato, ha inserito un “ten priego” che nelle battute non era presente, mi sono detto eccoci, lui c’è, lo spazio è suo, lo spettacolo è suo, lo incarna davvero…
In cammino verso il passato

SP: E dopo Mirra? Come prosegue il suo viaggio?
Giovanni Ortoleva. Verso la tragedia. Voglio continuare a studiare la tragedia, mi sento molto impreparato sulla tragedia classica e invece voglio possederla. Voglio andare verso Eschilo. Ho sempre amato gli altri tragici, ma adesso…
SP: Beh, adesso il mondo ha bisogno di Eschilo…
Giovanni Ortoleva. Sì. Ha bisogno di Eschilo, del suo linguaggio e della sua infinita radicalità. Vado in quella direzione, senza nessun dubbio…
Altri articoli su Gufetto Magazine
Sul lavoro del regista Giovanni Ortoleva su Gufetto abbiamo scritto:
LANCILLOTTO e GINEVRA @Teatro Fabbrichino: dal mito alle radici di un sentimento crudele
RIFLETTORI SU: LA CRITICA E L’INSIDIA DEL TEMPO
DRAMMA INDUSTRIALE Firenze 1953 @San Miniato: vola alta, parola
LA DODICESIMA NOTTE @Il Moderno: nel disperato regno dell’amore
DRAMMA INDUSTRIALE @Teatro di Rifredi: il sogno oltre la collina


