In prossimità della Giornata Internazionale della Donna, il Teatro Niccolini di Firenze ha ospitato ILY – I love you baby, spettacolo scritto e diretto da Henrj Bartolini (già intervistato per Bent) con Stefania Felizzi ed Andrea Bino sul palco. Le dinamiche di una coppia apparentemente come le altre, il fardello di un passato personale scomodo e traumatico, l’incapacità di uscire da una spirale di frustrazione e di sensi di colpa: sono questi gli ingredienti principali di una drammaturgia di denuncia per le quotidiane realtà di subdola violenza che vede quasi sempre le donne vittime immolate sull’altare del patriarcato. Ma non è solo questo.
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ILY: le premesse e le prime incrinature

Un banale incontro-scontro davanti al supermercato, una prescrizione medica dimenticata, una veloce ricerca sui social che ci rendono rintracciabili ovunque. Inizia così la storia di Ily (Stefania Felizzi) e Juri (Andrea Bino), due single che scoprono ben presto di amarsi e di voler condividere lo stesso tetto. Tutto sembra procedere a gonfie vele, tra carinerie ed effusioni finché iniziano a comparire le prime crepe. A provocarle sono le confessioni reciproche di un passato violento, traumatico: lui abusato dal padre a sette anni con una madre incapace di reagire, lei psicologicamente soggiogata al suo fidanzato di un tempo, allo stesso tempo venerato ed odiato. Due sofferenze che non si avvicinano per solidarietà ma si allontanano lentamente nell’inaccettabilità del dolore altrui, mai percepito grave quanto il proprio.
Una continua escalation di violenza e oltre
I problemi però non sono finiti: il licenziamento di Juri e soprattutto la sua impossibilità di trovare un nuovo impiego provocano la deflagrazione. Sentirsi stigmatizzato dallo sguardo di chiunque incontri per quella violenza subita nell’infanzia fa comparire davanti ai suoi occhi fantasmi persecutòri pian piano sempre più insostenibili. Per salvarsi dalla venefica realtà la birra sembra l’unico antidoto col suo potere di offuscamento capace di disinibire a tal punto da perdere ogni tipo di attenzione e ogni capacità di cura di sé stesso e dell’altro. A farne le spese è ovviamente Ily che giorno dopo giorno vede riproporsi nella sua vita le dinamiche vissute con quel primo fidanzato. Una spirale dalla quale stavolta decide di uscire, con le buone o con le cattive nel continuo tira e molla in cui i sensi di colpa di Juri si riversano amplificati su di lei. Con un finale che lascia col fiato sospeso e concede allo spettatore la possibilità di immaginarsene uno proprio, si lascia comunque la platea con la consapevolezza che nessuna violenza è giustificata ma la complessità del tema non si riduce al semplice schema vittima vs carnefice.
La struttura drammaturgica di Bartolini
Henrj Bartolini, a fronte della linearità temporale delle vicende, sceglie una drammaturgia fatta di salti temporali, sia in avanti, sia indietro, con flashback che dall’inizio vanno via via esaurendosi verso il finale. Ad aggiungere un’ulteriore variante nella sequenzialità i soliloqui fuori campo in cui a luci abbassate gli attori lasciano il palco per ritrovare la loro intimità, ormai perduta dall’inizio della convivenza. Mentre Juri combatte una sua battaglia interiore con quel padre il cui spettro lo minaccia ogni giorno e che non riesce a rifuggire, facendolo diventare esattamente uguale a lui, Ily si rivolge epistolarmente alla migliore amica Lena, quasi un’amica immaginaria che oramai da tempo ha smesso di rispondere – potere della suggestione o ulteriore episodio di abbandono nella solitudine.
ILY: recitazione e scenografia

Stefania Felizzi e Andrea Bino si muovono agevolmente sul palco dove le suppellettili e l’arredamento hanno un aspetto domestico ma asetticamente privato dell’atmosfera accogliente di una casa da innamorati: il tavolo al centro non li vede mai seduti l’uno accanto all’altra, la piccola madia in secondo piano non è in grado di colmare uno spazio che resta vuoto e dove non basta una pianta d’appartamento a renderlo casa. In questo contesto gli attori hanno saputo dare una prova mirabile in cui l’intesa creatasi in varie repliche dello spettacolo si percepisce e aiuta a seguire il flusso delle vicissitudini, seppur non lineare. Complici anche gli interventi musicali curati dallo stesso Bartolini, la regia ha quindi completato il quadro di uno spettacolo a prima vista scontato, già visto o magari sentito nella triste cronaca di tutti i giorni. Ma superata la tentazione di un facile giudizio di pancia, sono molti gli ingredienti che lasciano invece comprendere quanto il tema della violenza domestica conosca molteplici sfaccettature.
Non solo violenza e patriarcato
“Tu hai fatto la gatta morta”, “volevo sentirmi di nuovo forte”, fino all’inaccettabile “non mi avevi lasciato scelta”: nel testo di Bartolini non manca nessuno dei meccanismi perversi che accendono ed alimentano le spirali di violenza domestica, dove la permanenza tra le stesse quattro mura accentua le incomprensioni e l’incomunicabilità. Non c’è infatti solamente una donna vittima con un uomo aguzzino in questa drammaturgia: c’è il trauma della violenza come abitudine di crescita, c’è l’incapacità di costruire un rapporto al di là dell’invaghimento iniziale e di aprire la propria personale dimensione privata ad accogliere l’altro/a. Senza cadere nell’errore di annullarsi per il prossimo, nonostante i sensi di colpa provocati o autoindotti, rinunciando alla propria intimità personale, la storia di Juri e Ily assume in questo testo una valenza non solo denunciatoria ma anche simbolica nella necessità di rifondare le basi dell’affettività in un mondo sempre più bullo, frustrato ed arrogante.
Visto al Teatro Niccolini (Firenze) il 6 marzo 2026
ILY – I love you baby – Credits
scritto e diretto da Henrj Bartolini
con Stefania Felizzi, Andrea Bino
produzione LoSpazioVuoto Aps


