In occasione della presentazione presso il Teatro delle Arti di Lastra a Signa (Firenze) del volume IL TEATRO DEL MARE edito da Cuepress e curato da Gianfranco Pedullà, ideatore del progetto, abbiamo incontrato Francesco Giorgi, responsabile del laboratorio musicale per l’allestimento degli spettacoli che hanno costituito l’omonima trilogia nel periodo 2020-2024 (interamente seguita e raccontata su Gufetto). Partendo dal mito di Ulisse (spettacolo vincitore del premio ANCT 2020 Catarsi – teatri della Diversità) fino alla Tempesta shakespeariana passando per le Metamorfosi ovidiane, il progetto TEATRO DEL MARE, con il contributo della Regione Toscana, ha portato in scena sull’isola di Gorgona ed in altri teatri italiani l’esperienza del laboratorio teatrale e musicale coordinato da Gianfranco Pedullà insieme a Francesco Giorgi e Chiara Migliorini nell’istituto penitenziario ospitato sull’isola, distaccamento della Casa Circondariale Le Sughere di Livorno.
Il libro è disponibile su prenotazione in tutte le librerie indipendenti ed a questo link.
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IL TEATRO DEL MARE: il progetto sull’isola

Leonardo Favilli (L.F.): Innanzitutto bentrovato Francesco, e grazie per la disponibilità. Iniziamo subito parlando del progetto Teatro del Mare: ci puoi raccontare quando per la prima volta Gianfranco (Pedullà, N.d.R.) ti ha parlato del progetto e la tua prima volta sull’isola? Qual è stata la genesi di tutto?
Francesco Giorgi (F.G.): diciamo che la definizione Teatro del Mare non è nata subito. Siamo arrivati sull’isola (insieme a Gianfranco e Chiara Migliorini, N.d.R.) nell’autunno del 2019 ed abbiamo cominciato a prendere confidenza con la realtà carceraria per capire cosa potevamo fare e cosa non potevamo fare. Abbiamo anche potuto avventurarci sull’isola perché fin da subito abbiamo ritenuto importante che gli spettacoli avessero una natura itinerante. La potenza dell’isola era evidente, noi la vedevamo in tutto, sia nell’attività del carcere sia nell’attività tra di noi, quello che ci suscitavano certe immagini, certe sensazioni. Poi è arrivata anche l’idea di tentare la messa in scena di Ulisse (Ulisse o i colori della mente, N.d.R.) e allora era inevitabile il riferimento al mare, perché il mare era troppo presente, era lì sempre e continuamente e si frapponeva tra noi e la terraferma. Non solo come una barriera ma come un ponte perché attraverso il mare noi arrivavamo lì.
L.F.: leggendo il libro il messaggio comune ricevuto da tutti è l’abbattimento delle barriere, che per un’isola è paradossale, luogo isolato e chiuso per eccellenza. In che modo la musica, generalmente riconosciuta come linguaggio universale, ti ha aiutato ad instaurare un canale comunicativo con i detenuti?
F.G.: qui va aperta una parentesi sul mio ruolo di musicista: grazie al lavoro con Gianfranco mi sono specializzato nella cosiddetta drammaturgia musicale. Ho una mia teoria su cosa deve essere la musica nel teatro, per me era dare una cosa che mi avvicina più di tutti agli altri. La musica ha avuto un doppio ruolo cioè da una parte nei laboratori serviva come apripista: mettersi a cantare una canzone o suonare un ritmo insieme o fare un vocalizzo era un rompighiaccio perché ci si può trovare davanti a un gruppo che come minimo ha da gestire 3-4 lingue, con altrettante culture diverse. Da questo ho poi coinvolto gli attori detenuti nella musicalizzazione degli spettacoli, che vuol dire spiegargli ad esempio perché una musica sta su una determinata scena oppure no. Quindi al primo valore del lavoro, quello aggregativo per abbattere una barriera e riuscire a entrare in comunicazione con loro, si è aggiunto un secondo valore: riflettere sul testo e attraverso la musica riuscire a comprenderne i significati più profondi, scatenando la creatività dei partecipanti. Questo è il laboratorio musicale su Gorgona: non un corso per insegnare a suonare uno strumento ma un lavoro con un approccio musicale in senso lato.
Il disegno generale del progetto IL TEATRO DEL MARE

L.F.: ripensare e anche rileggere nel libro quanto successo aiuta a rifocalizzare un po’ il percorso e a rivederlo un po’ tutto insieme. Si percepisce proprio un disegno generale in cui c’è stata una grossa evoluzione, ancor più accentuata dallo spettacolo dell’anno scorso (La città invisibile, N.d.R.) che non fa parte tecnicamente della trilogia.
F.G.: l’ultimo spettacolo è il primo di un’altra serie di cose che proseguiremo a Gorgona. Io l’ho voluto differenziare per cui non compaio in scena con i ragazzi perché ho proprio consegnato a loro il compito di fare tutto il lavoro. E’ stato un altro passaggio in cui loro si sono fatti carico della drammaturgia anche semplicemente nel capire quando entrare in scena o quando suonare senza qualcuno che li dirigesse. Ciò ha dimostrato ovviamente la maturità del gruppo e ha rafforzato il percorso pedagogico, vero obiettivo laboratoriale. Oltre alla parte musicale, anche quella teatrale è giocata alla stessa maniera: la metodologia di Gianfranco era improntata a dare sempre più responsabilità agli attori, capaci anche di adattare le parti a loro stessi con incredibile abilità.
Il rapporto con i detenuti
L.F.: qual è stato il processo di selezione degli attori? I detenuti si proponevano e voi avete fatto una scelta oppure c’è stato un lavoro a monte anche da parte della direzione del carcere? Come si è creato il gruppo?
F.G.: ti racconto questa cosa perché secondo me è fondamentale: quando siamo arrivati sull’isola nessuno pensava che noi fossimo capaci. Molti non credevano nelle nostre competenze fino alla usuale festa di Natale in carcere. Ad un certo punto della festa, a mo’ di sfida, i detenuti mi fanno: “e ora facci l’Ave Maria di Schubert”. Allora io prendo il violino e gli suono questa Ave Maria, conquistandoli tutti perché capivano che ero un vero musicista. Da lì ho assunto una certa autorità e lo stesso è successo col teatro: quando hanno visto che le cose funzionavano, allora abbiamo conquistato la loro attenzione. Perciò da classi di laboratorio vuote siamo passati ad un gruppo stabile di 25 persone. E comunque da molti punti di vista quello di oggi è un punto di cambiamento perché i detenuti-attori storici per fortuna se ne stanno andando quindi c’è un ricambio. E chi sa che tra poco se ne andrà ci tiene tanto a raccontare ai nuovi il progetto in un passaggio di consegne molto interessante. Per arrivare a questo c’è stata una selezione a partire dai detenuti che si proponevano spontaneamente con l’intervento anche del reparto educatori che ci ha seguito passo passo; poi noi abbiamo cercato di organizzare il gruppo talvolta facendo desistere qualcuno quando capivamo che poteva essere comunque deleterio per la coesione. Oggi capita che alcuni nuovi arrivino e sapendo dagli altri di cosa si tratta, si propongano già con idee precise, tipo “io voglio venire a fare le scenografie”, “io voglio venire a scrivere i testi”, si sono già un po’ inquadrati, grazie anche ad esperienze simili in altri istituti penitenziari. Poi ovviamente nel loro immaginario c’è sempre la possibilità di uscire: il fatto che gli spettacoli siano usciti da Gorgona dà la possibilità agli attori di lasciare il carcere ma per questo è bene cercare di far capire che non si fa teatro solo per poter “evadere” temporaneamente.

L.F.: a tal proposito mi chiedo: quali sono le dinamiche che si instaurano in conseguenza di questo tra i detenuti? Quelli che partecipano al progetto del teatro, sono considerati dei privilegiati? Vengono esclusi o etichettati in qualche modo?
F.G.: All’inizio c’erano prese in giro anche pesanti poi la cosa ha assunto toni più goliardici quando si è capito che stavamo facendo sul serio. C’è da aggiungere che a differenza di altre realtà dove ho lavorato come Pistoia, Arezzo o Pesaro, a Gorgona c’è una vera e propria comunità cioè lì non c’è possibilità di starsene da soli in un angolo a non fare niente perché la giornata è totalmente condivisa. In generale non si trovano persone che vedono in malo modo il fatto che qualcuno le prenda un po’ in giro. E’ difficile che si verifichino episodi di rabbia, io lì non la sento e non l’ho mai sentita mentre altrove c’è molta rabbia nella convivenza forzata. Senza contare che sicuramente stare nella bellezza dell’isola aiuta: ritornando all’inizio, quando siamo arrivati abbiamo notato che il livello di attenzione che i detenuti erano capaci di darci era dieci volte superiore a qualsiasi altro carcere tanto che alla lezione successiva ancora si ricordavano le cose. In altri posti era proprio impossibile anche se ora purtroppo sta cambiando anche a Gorgona. L’aspetto rieducativo è sempre importante ma quello coercitivo sta comunque prendendo piede laddove sono proprio le regole del carcere che non sembrano sposarsi bene con il progetto rieducativo. Perciò non è tanto la volontà dei singoli quanto la volontà politica più generale a complicare talvolta il lavoro.
Il rapporto col pubblico a Gorgona
L.F.: parlando del pubblico, si presume che chi decide di venire sull’isola abbia già una certa sensibilità nei confronti di un determinato progetto, di un determinato approccio alla rieducazione, all’aspetto pedagogico e riabilitativo. Questo però magari non è scontato quando lo spettacolo va al pubblico uscendo dall’isola. Mi aggancio a tal proposito anche ad un episodio che raccontava Gianfranco quando ci siamo visti al debutto de La città invisibile: all’interno di una scuola alcuni ragazzi avevano avuto reazioni molto dure con il supporto dei docenti stessi. Al di là dell’accadimento specifico, qual è stata la reazione del pubblico fuori dal carcere?
F.G.: per inciso, ci avevano proprio accusato di mandare in scena degli assassini, in verità. Venendo comunque alla domanda, nonostante sia tutto più istituzionalizzato, a Gorgona il pubblico è paradossalmente molto più caloroso. Il teatro comunque è una struttura altra e il pubblico vede uno spettacolo immaginandolo come tutti gli altri mentre dietro c’è un lavoro che è 15 volte superiore. In generale il pubblico lo apprezza anche fuori sebbene non averlo visto a Gorgona rende difficilissimo un confronto mentre chi lo ha già visto nell’allestimento originario e lo rivede a teatro rimane entusiasta. In questo senso la domanda che mi faccio spesso è: perché facciamo questa cosa? Se abbiamo accompagnato lo spettatore è perché noi vogliamo far vedere cosa può fare il teatro e cosa significa l’educazione in carcere, non vogliamo solamente andare in un carcere a fare teatro per mero lavorare. A cosa serve altrimenti? A tal proposito abbiamo ospitato a novembre la compagnia Fort Apache di ex detenuti di Rebibbia, abbiamo fatto un progetto con un bellissimo incontro preliminare dove si è parlato di questo. Loro portano in teatro uno spettacolo incredibile “Il mercoledì delle ceneri” curato nei minimi dettagli con maestranze completamente interne al gruppo quindi hanno ideato e realizzato costumi, scene e luci. E’ talmente bello che a un certo punto non capisci più che si tratta davvero di attori con un passato da detenuti.

L.F.: un’ultima domanda: anche grazie al progetto del Teatro del Mare avete avuto contatti con altri penitenziari?
F.G.: sta succedendo che dietro a questo libro in realtà si sta muovendo qualcosa perché, non tanto gli istituti penitenziari, ma altri ci hanno contattati come il teatro pubblico ligure che ci sta coinvolgendo in alcune iniziative: un gruppo di spettatori della Liguria verrà da noi sull’isola a giugno mentre noi andremo a fine marzo a presentare le nostre cose alla fine di un ciclo che loro hanno fatto in 5 anni proprio su teatro e mare seguendo il percorso dell’Eneide. Insomma vogliono aprire un canale con noi. Noi allo stesso tempo stiamo provando ad aprirci sempre più in Toscana per portare la nostra esperienza in altre carceri toscane. Quello a noi più prossimo è a Porto Azzurro con la sezione di Pianosa dove proveremo ad andare. Non lo so se ce la faremo però l’idea è questa e nonostante le difficoltà di lavorare in più istituti, faremo del nostro meglio con l’entusiasmo di sempre.
L.F.: grazie Francesco e grazie a tutto il gruppo di lavoro con l’augurio di rivederci presto insieme a Gianfranco.
F.G.: grazie a voi!


