Dopo aver assistito allo spettacolo: IL CALCIO è ROBA DA DONNE (vedi la recensione) abbiamo raggiunto Massimiliano Vado, il regista, per fargli alcune domande su questo lavoro e abbiamo anche raccolto alcune informazioni interessanti sull’argomento, sulle scelte registiche in tema di scenografia e luci.
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Dai primi lavori a “IL CALCIO è ROBA DA DONNE”: il contrasto tra maschile e femminile
Leonardo Chiaventi (LC): Partiamo dai tuoi primi lavori come “Fiori d’acciaio” o “Figlie di Eva”: le protagoniste femminili, che sono ancora al centro della sua drammaturgia e delle tue scelte registiche, si affermano sempre per il contrasto; per il contrasto a una scelta, per il contrasto a una realtà che prima le accoglie e poi le getta via. In questo caso, però, forse il contrasto è più accentuato, è la violenza che permea tutto questo spettacolo.

Massimiliano Vado (MV): Vado per gradi. Credo di avere una sensibilità mista, nel senso che non sono proprio il maschio alfa, non sono quello che si veste con i giubbotti di pelle.
LC: Quindi credi di avere una sensibilità registica più orientata verso le attrici ?
MV: In un certo senso, mi trovo meglio a lavorare con le attrici, o almeno mi è capitato di lavorare molto più con attrici, anche con nomi importanti: da Stefania Sandrelli a Claudia Gerini a Maria Grazia Cucinotta, alla Belvedere, l’Andreozzi per forza di cose. Comunque, ne dirigo tante e devo dire che riesco a capirne meglio la loro sensibilità. Qui ho fatto un salto mortale, perché ho diretto gli uomini come avrei fatto con le donne e viceversa.
È un lavoro che abbiamo fatto insieme, io e Chiara Garbiero, che è una delle attrici e colei che mi ha proposto il testo. Tuttavia mi era arrivato con un’altra struttura: mezz’ora con gli uomini e mezz’ora con le donne. Poi io le ho proposto invece di fondere le cose e di contemporaneizzare, per far vedere ancora di più le differenze, per sfruttare ancora di più gli iperboli che stiamo creando.
Come destrutturare una Commedia?

LC: qual era l’intenzione con IL CALCIO è ROBA DA FEMMINE?
MV: A me interessava destrutturare una commedia, fare una commedia che non facesse ridere e che creasse un senso di vuoto, di non appartenenza e di distanza, in cui gli uomini riconoscessero in maniera finalmente diversa una violenza. Proprio perché rappresentata in maniera completamente distante da loro e non sotto qualunque stereotipo. Le donne invece apprezzassero un punto di vista maschile, finalmente interpretato con dei panni femminili. Insomma, era tutto volto a consegnare al pubblico presente in sala un messaggio ben preciso, ovviamente, che è la violenza di genere.
Però abbiamo detto: come possiamo farlo con uno stile teatrale in cui ci possiamo permettere una roba del genere e come possiamo farlo anche in maniera che sia una commedia senza esserlo veramente? Non ci importa se il pubblico ride, sorride o meno, ci interessa più se tutti i vari livelli di messaggio arrivano, anche se arrivano soltanto a uno spettatore, è già un risultato.
IL CALCIO è ROBA DA FEMMINE – il lavoro creativo e le scelte registiche di massimiliano Vado
LC: È molto interessante come entra la violenza all’interno dello spettacolo, grazie all’utilizzo della parola “Roba”. Nel titolo: “è una roba da femmine”, il lavoro è una roba da femmine, fino ad arrivare al corpo, che è forse la parte più importante.

MV: La cosa che ho chiesto agli attori è prima alleggerire tutto e poi diventare pesanti con l’andare avanti della pièce che dura comunque in maniera precisa un’ora e un minuto, più o meno. Stasera era un’ora e un minuto perché me la sono registrata, perché poi io torno a casa e me la rivedo… Visto che sto poi in regia, faccio suoni, luci, per prendere appunti e consegnare loro il giorno dopo, poi vado a casa e mi rivedo la registrazione. Però è vero quel che dici sulla parola…
Cominciamo con le cose molto leggere, col calcio, con la birra, le tisane, cominciamo da un fatto che può realmente accadere alle persone che frequento queste chat di incontri in cui incontrano qualcuno che invece esagera e le donne spesso si sentono a disagio e quando lo raccontano agli uomini, senza che questo abbia fatto una violenza reale, ma magari abbia fatto una cosa volgare, esattamente come rappresentata dagli uomini, spesso gli uomini rispondono “che vuoi che sia”, “non è successo niente”, quindi siamo passati dal “che vuoi che sia” al “guarda che non succede niente” al “peccato che è successo”.Andiamo per gradi: condannando non solo i violenti, ma anche chi fa finta di nulla, chi si sforza di non vedere, chi si gira dall’altra parte, chi ci ironizza sopra.
LC: Questa indifferenza generale fa parte anche un po’ del ritmo, è un ritmo che non drammatizza, è sempre sussurrato, ma forse questa è la sua forza. In un’intervista che hai rilasciato, ho letto che apprezzi Kandinsky, perché “è un’immagine che trattiene la violenza”. Infatti è presente un suo quadro nella scenografia. Soprattutto è sempre illuminato un punto al suo interno, quel punto, è un incontro o un luogo di contrasto?
MV: E’ lo sparo, nella rappresentazione che ci ha fatto lo scenografo, era proprio lo sparo a cui si arriva. Alla fine che è talmente annunciato, da non essere previsto.

LC: Uno non se lo aspetta fino alla fine e nemmeno lo vede…Come mai la scelta di quel quadro invece?
MV: Credo che Kandinsky sia molto violento. Non so, forse è una violenza che ci leggo solamente io. Quindi ho chiesto allo scenografo di farmi una rappresentazione simile a Kandinsky, comunque con lo sparo al centro che sia è diviso a metà tra maschi e femmine. Senza far capire però chi sia il maschio e chi è la femmina. Infatti poi utilizzo le controluce azzurri per quando nelle scene femminili e quelle rosa nelle scene maschili. In realtà potevo costruirla a mille modi, potevo anche non cambiare controluce, ma ho preferito così.
La messa in scena: i confini dello spazio
LC: Quali sono state le tue scelte registiche rispetto alla luce?

MV: Impongo io anche una parte di ritmi con le velocità dei cambi luce che sono sempre diverse, che vengono fatte a mano esattamente come io chiederei a un tecnico… però già che ci sono, l’ho fatto e impongo anche di dare un ritmo perché quando è troppo serrato, invece, va destrutturato. È un esperimento questo, non l’avevo mai fatto così.
Qui in questo spazio che conosco da decenni mi posso permettere delle cose perché è un po’ come se giocassi in casa, quindi, in realtà questo spettacolo con sei ragazzi e con il suo testo è un totale esperimento che magari ci viene bene, magari ci viene male…. qualcuno lo può trovare noioso qualcuno eccessivamente drammatico, qualcuno forse anche eccessivamente leggero, anche se non credo.
Però ci spingiamo in territori nuovi perché il teatro secondo me deve un po’ cambiare cioè ora sto per dire una cosa di una banalità sconcertante ma la dico lo stesso con l’affacciarsi dell’intelligenza artificiale l’unica arte che non ne risentirà affatto, se non forse nella scrittura ma non nella rappresentazione, è ovviamente il teatro.
Qui ci possiamo permettere di fare un passo in un’altra direzione e vedere che succede.
Le caratteristiche del teatro di Massimiliano Vado
LC: Nella messa in scena sono state fatte molte scelte interessanti a livello registico, in particolare quando si danno il cambio i due diversi gruppi di attori ; le parole non si incontrano mai, o meglio, solo alla fine, però i corpi gravitano vicini. All’inizio di meno, sono quasi divisi come nel quadro ma pian piano poi si incontrano veramente.

MV: Ci ho dovuto ragionare un po’ su questa cosa perché avrei voluto farli incontrare o leggermente sovrapporre anche di più, poi avrei sporcato troppo la cosa, per cui a un certo punto sono stato più misurato. Ci sono infatti dei leggeri incontri, delle piccole sostituzioni però mai niente di particolarmente esagerato. Avrei potuto fare un puzzle molto più complicato di questo ma… avrei messo in difficoltà gli attori e avrei messo in difficoltà una comprensione che, invece, per il pubblico deve essere garantita. Per cui sì, cioè è una nota giusta la tua ma non l’ho esagerata: ho pensato tanto a questa cosa di solito io passo giornate intere a farmi degli schemi, a disegnare scenografie. Faccio anche delle cose in 3D, tipo compongo la scenografia in miniatura e muovo i personaggi sopra, come se fossero una scacchiera
LC: La strategia è molto grafica infatti. Che caratteristiche credi poi abbia il tuo modo di fare teatro?
MV: Non ci credo al teatro sociale, a quello che mi insegna, perché il pubblico non haibisogno di una lezione. Ha bisogno di ricordare la storia che si porta in scena, quello sicuramente. Ma insomma le lezioncine al teatro sono sempre stato molto attento, perché poteva essere uno sconfinamento che poteva capitare e che non mi sarebbe piaciuto. Poi la prima volta che io e Chiara lavoriamo insieme da drammaturga e regista. Io volevo che fosse una cosa fatta bene perché lei aveva già sottofirmato altri testi e desiderava riaffermarsi per la prima volta in maniera definitiva come scrittrice per il teatro. Ho detto che andava bene, se però questa cosa va fatta, va fatta come si deve.
LC: Insieme a Chiara Garbiero hai già lavorato insieme come attore in “Conversazioni di venire”. Il tuo ruolo era sicuramente decisivo e anche molto violento, in particolare nei confronti di Natasha.
MV: Era più una mise molto sperimentale che durava un’ora e 45. Il testo infatti era un riadattamento dell’Idiota di Dostoievski. La violenza c’era anche lì in una forma trattenuta, poiché era un testo più da teatro borghese. É stata una sorpresa, ci siamo conosciuti così, da interpreti dello stesso spettacolo. Lavoro molto con i ragazzi, non so perché, mi viene di farlo tanto. Prendo dei testi e delle persone che mi piacciono e cerco di metterli insieme. Insegno poi in delle scuole: l’ho fatto con il Centro Sperimentale a suo tempo e lo faccio con il Laboratorio di Arti Sceniche di Massimiliano Bruno. Sono nati un po’ di testi molto interessanti e ora sto esplorando anche in altre realtà, tra cui con Chiara e altri giovani artisti. Hanno un punto di vista diverso dal mio, e anche il loro modo di recitare e i loro gusti, lo sono. E per me diventano una possibilità di confronto.
LC: Lo sparo è il punto focale della scena e dell’opera in generale; arriva e non si vede. Volevo chiederti se fosse anche un riferimento a un topos della letteratura. Come negli Indifferenti di Alberto Moravia, in cui il ragazzo arriva ma non spara, qui lo sparo c’è ma non si vede.
MV: Allora io Moravia l’ho cominciato ad apprezzare moltissimo ai tempi del liceo, quando mi veniva imposta una lettura dei classici io invece mi interessavo di Pavese, di Moravia. Ho conosciuto successivamente Alessandro Baricco, per cui in realtà la letteratura italiana è piena di esempi del genere da cui ovviamente più o meno volontariamente questa elemento ricorre. Ho attinto anche nella letteratura francese. Noi e i francesi devo dire siamo sullo stesso piano. Infatti le commedie francesi mi piacciono moltissimo. Ne ho fatte molte, soprattutto come regista: abbiamo un modo simile di spiegare senza spiegare, di drammatizzare senza essere eccessivamente drammatici dal cinema alla letteratura, al teatro che a me piace infinitamente. Questo senso di “non dramma” è fattore che viene mostrato all’interno della rappresentazione.
i prossimi passi di Massimilano Vado
LC: Continuerà questo spettacolo in giro tra i vari teatri?

MV: Il prossimo anno quest’opera andrà al nord Italia in tournée, ci sono spettacoli che vanno avanti da quattro anni come Fiori d’Acciaio. Potevamo fare un altro anno ma non avevamo più i diritti. Però ieri sera ho visto le attrici con cui sono ancora in contatto, per dirci “beh, riprendiamo quello o ne facciamo un altro sempre con la stessa formazione dell’ultimo spettacolo” perché comunque è rimasto un legame tra tutti noi molto forte. La cosa su cui volevo puntare in questo spettacolo è invece una realizzazione di gruppo che mi interessa moltissimo e con loro ho faticato tanto perché non si conoscevano. A parte Chiara, nemmeno io non li conoscevo. I gruppi già formati sapevo come assemblarli. Qui ci ho messo tanto a fargli capire che in una dinamica di gruppo questo spettacolo sarebbe stato infinitamente più forte e violento che in un dimensione più individuale. Ci siamo arrivati bene ma ci siamo arrivati sotto il debutto. Comunque ho fatto altri spettacoli dove la violenza era mostrata, per esempio in una avevo una tortura realizzata in scena, le stesse che stanno accadendo ora in Libano. Sono raccontate da un autore canadese che ho ritradotto, lui narrava però il dramma della guerra civile.
LC: Rimani sempre dentro i confini di una realtà domestica, la definiresti una commedia borghese?
MV: La definirei una commedia destrutturata, distrutta. Il pubblico riceve un messaggio che è tutto tranne che è leggero. Le parole fanno ridere però il contesto, anche la musica di sottofondo, preannunciano un qualcosa di più cupo. Ho scelto un sottofondo di una partita e ho utilizzato la musica di un gruppo del Québec, che si chiamano Angine de Poitrine. Sono due con una maschera che suonano: chitarrista, basso, un batterista e basta e sono violentissimi per quanto mi riguarda. Sono mascherati non li vedi mai in faccia, di uno si vedono solamente degli occhi neri sotto uno scafandro gigante con un naso. Sono stranissimi.
LC: Si potrebbe parlare anche di una violenza dell’attesa. La musica preannuncia un tono più forte che non arriva, se non alla fine. Da spettatore si è sempre in ansia di qualcosa però solo negli ultimi attimi accade.

MV: Esatto. Se devo esprimere una violenza o la faccio dichiarata e allora devo avere un mezzo teatrale per poterla esporre oppure se è una roba giustamente anche più intima devo andarci in punta di piedi in qualche modo e chiedere agli attori di fare lo stesso.
LC: Sei anche un attore nel cinema e nella televisione. Secondo te si può definire televisiva la forma di teatro che proponi?
MV: No, non mischio in generale queste due dimensioni. Non sono d’accordo quando mi dicono di trasformare uno spettacolo in un film o viceversa. Si dovrebbe proprio rivoluzionare così tanto che il testo non assomiglierebbe mai a quello che hai visto questa sera. Per tirarne fuori un soggetto cinematografico ci vorrebbe un anno di lavoro e forse toglierebbe tutti quei momenti di silenzio e di attesa che nel cinema uno non si può permettere ma qua, nel teatro si possono fare. Ci dovrebbero essere poi delle musiche e degli effetti per una maggiore completezza. Dovrei integrare molto la partita e quello che succede. Non potrei contemporaneizzare facendo toccare i fisici tra di loro anche quando non sono nella stessa stanza. Non ci ho mai pensato però ad altri, come Figlie di Eva per esempio è successa qualcosa di simile.
Era nato come film e come film però era zoppo. Come spettacolo invece ha funzionato alla perfezione.
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