PIGIAMA PARTY, DISCORSO SUL MITO, SI! I GIORNI FELICI @ Il Respiro del Pubblico Festival 25. Una follia, un ritorno, una lettera

Le recensioni della Scuola di Critica Teatrale Ciuchi Mannari dalla V edizione Il Respiro del Pubblico Festival 25 a cura di Cantiere Obraz: PIGIAMA PARTY del Collettivo BALADAM B-SIDE, DISCORSO SUL MITO di e con Vittorio Continelli, SI! I GIORNI FELICI di Matteo Pecorini.

Articolo di Sara Lanza, Scuola di Critica Teatrale Ciuchi Mannari, Cantiere Obraz

PIGIAMA PARTY: una follia audace e sapiente

Il Respiro del Pubblico Festival 25 SI! PIGIAMA PARTY (foto Emilio Trambusti)
Il Respiro del Pubblico Festival 25 SI! PIGIAMA PARTY (foto Emilio Trambusti)

PIGIAMA PARTY è uno spettacolo che sicuramente non lascia indifferenti. L’ignaro spettatore che si reca in sala, al Teatro di Cestello il 29 novembre 2025, credendo di assistere a uno spettacolo moderno, ma con un filo conduttore sempre in vista e comunque legato a una sequenzialità scenica lineare, si renderà subito conto che le sue attese non sono congruenti con il ciclone di eventi che sta per travolgere la sala. Teatro dell’assurdo giovane e dinamico, sia per l’età del gruppo attoriale, sia per la freschezza del contenuto, che osa sfidare con la sperimentazione proprio quelle drammaturgie lineari e sempre uguali a se stesse nei secoli dei secoli. Lo spettacolo appena concluso, stando a quanto detto dai personaggi in scena (e qui si spalanca la finestra del metateatro, perché il personaggio coincide con l’attore e dialoga col pubblico), è uno spettacolo critico, che nasce da una lettura del testo originale de “Le Baccanti” di Euripide, tra il dionisiaco secondo Nietzsche e il sovvertimento dello stato di cose dell’etnologo Ernesto De Martino. PIGIAMA PARTY mira al sovvertimento del mondo già con il titolo rappresentativo della sua dichiarazione d’intenti, in quanto quasi totalmente distaccato e incongruente rispetto all’accadere scenico (se non fosse nell’invito al pubblico a partecipare in pigiama). È un titolo assurdo e apparentemente senza senso, se non contestualizzato nella rete della tipologia di spettacolo in cui si inserisce e che dopo uno sguardo scettico si rivela essere la ciliegina sulla torta alla panna. Torta alla panna con i confettini. Con i brillantini. Con i sassi. Con i peperoni. Con una chitarra scordata sopra. Con un coltello. Con il sangue. Con i peli di gatto e l’aroma di vaniglia. Non manca davvero nulla.

Lo svecchiamento del teatro classico è assolutamente riuscito.  E sulla scia del dionisiaco, non manca la nudità, una donna che allatta un gatto di pezza, come una qualsiasi donna che allatterebbe per strada un bambino che piange. Un’operazione innecessaria? E invece no, un’operazione da cento e lode. La normalizzazione della maternità e del corpo non è ancora del tutto cucita nel tessuto sociale del nostro tempo e lo scandalo è sempre dietro l’angolo. Ciò che è naturale, ma ancora demonizzato talvolta, viene accettato, nell’assurdità della scena che sorpassa in sorpresa la sorpresa per la naturalità della stessa. Poi la nudità totale e una canzone cantata con l’accompagnamento della chitarra, e a quel punto, il pubblico in sala ha superato anche questo “scandalo”, perché il corpo si è mostrato come una semplice corpo al di là della oggettificazione sessuale che minaccia costantemente la figura della donna. Un’operazione che ricorda “Bestie di Scena” di Emma Dante. Una satira sottile è legata anche alla figura del critico teatrale, che da arguto osservatore si fa poi servo dell’attrice e regista, arrivando addirittura a morire durante la ripetizione di una scena per cui si presta volontario, anche se pressato dai due e non senza remore. Il critico, per poter portare il suo lavoro a compimento, deve fare parte di esso anima e corpo fino alla fine, con sguardo aperto e lasciandosi attraversare tanto dall’assurdità, quanto dal ridicolo e dal dolore. Il Collettivo Badalam B-Side con PIGIAMA PARTY azzarda una follia ben riuscita, che quindi si può chiamare audacia sapiente.

DISCORSO SUL MITO: IL RITORNO DI ULISSE IN PATRIA

Il Respiro del Pubblico Festival 25 DISCORSO SUL MITO foto Emilio Trambusti.
Il Respiro del Pubblico Festival 25 DISCORSO SUL MITO foto Emilio Trambusti

Se l’Odissea è stata trasmessa a noi per iscritto, prima ancora era tramandata per via orale. Ed è proprio questa oralità che contraddistingue *Discorso sul mito: il ritorno di Ulisse in patria* di Vittorio Continelli, una produzione Cantiere Artaud, andata in scena a Firenze, nella preziosa cornice della Galleria del Chiasso Perduto, il 21 novembre 2025. S’intende per “oralità” la sapiente e accorta capacità di trasmettere quello che si potrebbe definire il movimento d’animo dei personaggi dell’Odissea, i quali, nel racconto di Continelli, si scarnificano delle loro fattezze epiche e diventano carni umane vive. Ecco Circe: la sua magnificenza e il suo dolore diventano tangibili; i Giganti sembrano portare con sé più storia che mostruosità; Odisseo, Penelope, la contrapposizione tra una vita in viaggio senza posa e una vita ferma, rimasta in attesa. Il moto dell’essere umano che cerca se stesso è sempre narrato accanto a una chiarezza del sentimento tutta greca, che forse è la nostalgia intima dei nostri tempi, dove la volatilità delle relazioni umane non contempla certamente l’attesa di Penelope e l’accettazione dei numerosi tradimenti di Ulisse lungo la strada verso casa — e a buona ragione. Oggi esiste un apparato di sensibilità di una materia tessile non paragonabile a quella greco-antica, in quanto anche gli studi in ambito psicologico hanno contribuito ad approfondire questa tela, cambiando le nostre percezioni riguardo a ciò che è amore e ciò che non lo è, a ciò che vale la pena tollerare e a ciò che non fa bene. È chiaro che il mito antico porta alla luce la narrazione di tematiche universali e immortali, ma al tempo stesso l’epico si confronta con la percezione del moderno, che non aspira alla preservazione bensì al cambiamento costante. Non vi è in questa espressione alcuna forma di giudizio: essa si fa piuttosto punto di osservazione della differenza e della similitudine.

Ulisse è in verità identificato da Omero, nell’invocazione iniziale alla musa, con l’epiteto πολύτροπον (polýtropon), che sta a significare “multiforme”: colui che, con il suo ingegno, assume molte identità e trova mille stratagemmi, mentre i compagni stessi vengono trasformati fisicamente in porci da Circe, e quel cambiamento intrinseco all’essere umano diventa dannazione. Atena trasforma Ulisse in un vecchio mendicante affinché possa percorrere i sentieri di Itaca. Così Ulisse si reca nella capanna di Eumeo: il servo non riconosce il padrone. Per tornare a casa deve passare attraverso un ulteriore cambiamento, spogliarsi del suo essere di re. Tuttavia la casa, Itaca, l’isola del ritorno, è la stella polare, il punto fermo che riporta il cambiamento e la sua poesia verso la stabile compiutezza e l’assolvimento della promessa, oltre le turbolenze del mare e degli dèi. Interessante è sicuramente la sottolineatura del fatto che solo dopo aver pronunciato il proprio nome alla reggia dei Feaci l’eroe Odisseo può fare ritorno a casa (impossibile non pensare a La città incantata di Hayao Miyazaki), proprio perché sceglie di non mentire più, di mostrarsi, di essere vero, dopo essere stato tante cose diverse. Accanto all’oralità, gesti semplici e veri: un carillon per rievocare i ricordi, una stanza che sembra la grotta dove Circe alberga e, da potente maga, accoglie noi spettatori a corte. Lì, a un passo di distanza dal cantastorie che racconta il viaggio e le persone, non gli eroi. Noi, semplici esseri umani, spettatori e protagonisti multiformi, di un multiforme mondo.

SI! I GIORNI FELICI: una lettera all’attrice

Dopo uno spettacolo che arriva diritto al cuore come acqua di fonte, non si può mettersi in dialogo con esso se non tramite lo stesso mezzo: un’apertura genuina e sospesa tra la verità – poetica per sua essenza – e la poietica – l’atto creativo. Per cui ecco la mia lettera a Lilla Mangano:

Il Respiro del Pubblico Festival 25 SI! GIORNI FELICI back stage foto Emilio Trambusti
Il Respiro del Pubblico Festival 25: back stage SI! GIORNI FELICI (foto Emilio Trambusti)

Cara Winnie, cara Lilla,
Sembri davvero felice quando sei felice e davvero disperata quando sei disperata. Hai un’inclinazione naturale verso la vita vera, mi hai fatto invidia, perché anche il mio passo ha questa inclinazione, sempre a picco nella verità, eppure a volte una lastra di ghiaccio si fa scatola intorno a me, congelando emozioni, sentimenti, pensieri, tutto ciò che è esperienza vissuta totalizzante. Un giorno, credo, cadrà anche quest’ultima brina e la verità sarà del tutto serena, facile. Tra la sedia e le luci del palco, ho visto la te bambina tremare tra le bombe, nella mia visione avevi i capelli mossi e castani, taglio corto da ragazzino, le calze bianche di cotone e il vestitino merlettato avorio e marrone. La mente ha generato questa immagine sulla tessitura delle tue parole e ha immediatamente annesso a questa un’immagine cartoonesca quanto tragica, figurandosi i tetti che assumono le movenze del mare in tempesta per l’onda d’urto delle bombe e la bambina di Una tomba per le lucciole, capolavoro d’animazione dello Studio Ghibli. Eri spaventata, molto, avrei voluto abbracciarti, portarti via da lì, farmi madre.
Poi l’amore che hai perso, il vuoto che ha lasciato. Come si fa a dimenticare l’unico amore, gli unici occhi che ci hanno finalmente guardato dentro? Una vita assieme, senza pudori, senza mezze parole sulla lingua e sullo stomaco, supporto e sopportazione, perché con chi è casa e famiglia puoi permetterti di tutto, puoi anche mostrarti vulnerabile, cadere dalla tua intoccabilità. Vorrei essere spudorata, semplice, un enigma quotidiano, con un altro enigma quotidiano al mio fianco e a cui donerei il sangue, per poi redarguirlo l’attimo dopo: “Togli quelle cazzo di mani dalla mia cazzo di borsa, amore mio!”.
Ti piace proprio tanto ballare e cantare, eh? Scommetto che nella tua testa, per tutta la tua vita, non hai fatto altro. C’è sempre stata una colonna sonora per tutto, un passo che ha fatto battere il piede contro un palco, la strada, il vuoto, ogni passo è stato coreografia. Sì, coreografia, sì, giorni felici. Coreografia al mattino appena sveglia, la domenica la cucina è un palcoscenico. Tu sei sempre stata un’attrice. Non c’è dubbio. Hai sempre sentito tutti gli estremi, poi hai scoperto che potevi raccontarli. La luce blu, a un certo punto, ha avvolto l’amore per Willie, mentre nella luce gialla hai perduto tua figlia. La bellezza e la dannazione della complementarità dei colori. Credo che tua figlia, se davvero cammina sui melograni di Persefone, no – vedi? Mi sono trattenuta, volevo essere delicata e ho perso di autenticità, ma tu hai dato autenticità e quindi te ne devo altrettanta senza mezze misure. Intendevo dire che se tua figlia è morta, sono sicura che ora vive in te, che sarai mamma per sempre e che ti guarderebbe con occhi pieni di meraviglia.
Tra le luci che si accendono e si spengono, hai fatto respirare anni di storia e di storie. Credo che il tuo dono sia stato questo, la storia della perdita naturale e del tempo che si dilata dando spazio alla vita così com’è, senza ricami, solo pura energia e luce. Sei luce. Sì, luce. Come ti sei sentita quando nessuno si aspettava più nulla da te e hai potuto permetterti di cedere come cede la pelle quando ha immagazzinato mille miliardi di esperienze e pensieri? Libera? Libera di ballare. Tu ridevi e qualcosa si muoveva in sala come acqua sgorgante di dolce malinconia. È stata una rivelazione: è come se io avessi perso qualcosa migliaia di anni fa, ma non ricordo che cosa. Al tempo stesso, conosco l’immensa energia, la luce, la meraviglia del danzare davanti al caffè e del sentire l’aria fresca sulla faccia, d’estate. Credo di averti capita, ne ho la presunzione, come se il tuo tempo corposo, pieno e rugoso, avesse risuonato nella mia carne giovane, ricordandomi che l’anima è antica. Per cui, ti ringrazio. E ti saluto, scrivendoti qui la domanda che hai risvegliato in me e che restituisce il senso dell’accadere scenico che ha avuto luogo al Teatro di Cestello la sera del 25 novembre 2025: “Posso essere felice per un piccolo niente, anche se della vita ho vissuto ogni cosa?”

Scuola di Critica Teatrale Ciuchi Mannari

L’articolo è stato realizzato nell’ambito del progetto Scuola di Critica Teatrale Ciuchi Mannari all’interno della V edizione de Il Respiro del Pubblico Festival 25 di Cantiere Obraz. I partecipanti al Gruppo di visione Ciuchi Mannari sono stati: Andrea Lanini, Anik Sourav Islam, Antonio Schongut Marzili, Ayman Abouelkhir, Bianca Buchelli, Carlo Mattia Governa, Caterina Megli, Cosimo Pesci, Elisa Bellu, Emily Martina Best, Enis Ibrahimi, Gianalessandro Morganti, Giovanni G. Gori, Giulia Veltroni, Isotta Traxler, Jasmine Ruby Thompson, Jemma Robin Thompson, Julia Fodor, Lorenzo Pedonese, Margherita Cecchi, Marta Bani, Martina Spanò, Medard Lekli, Miriam Berchicci, Petra Mosetti, Sara Lanza, Sara Pasquali.

Il Respiro del Pubblico Festival 25

Ideazione e organizzazione Alessandra Comanducci e Paolo Ciotti. Assistenza al progetto Michela Cioni e Antonella Longhitano. Grafica Thomas Harris. Comunicazione Camilla Pieri. Ufficio Stampa Fabrizio Calabrese. Un progetto di Cantiere Obraz con Fondazione CR Firenze. In collaborazione con Teatro di Cestello. Ciuchi Mannari – Scuola di Critica Teatrale.

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Collettivo Redazione Firenze

Redazione di Gufetto a Firenze e in Toscana attiva dal 2017 con articoli di teatro, arte, danza e libri, Un gruppo di appassionati redattori e redattrici insieme per amore del teatro e dell'arte. Ne fanno parte: Alice Capozza, Michele D'Ambrosio, Leonardo Favilli, Sandra Balsimelli, Susanna Pietrosanti, Martina Corsi, Federica Murolo, Francesca Valente, Sofia D'Andrea, Serena Chiaramonte, Chiara Guarducci (arte), Michele Mariotti (libri)