Fino al 17 agosto (con repliche ogni giorno alle 18) va in scena IL PROCESSO capolavoro senza tempo di Franz Kafka che ha incontrato sulle pendici del Cimitero Militare Germanico al Passo della Futa gli attori e drammaturghi di Archivio Zeta. Come ogni anno, dopo la trilogia dedicata alla Montagna Incantata (proposta anche in unica maratona a Bologna ad inizio anno raccontata da Gufetto), la compagnia emiliana ha affrontato con meticolosità e inventiva la lettura critica di un altro romanzo caposaldo della letteratura del secolo breve. Le vicissitudini di Josef K., improvvisamente arrestato nella sua camera da letto nel giorno del suo trentesimo compleanno, hanno preso vita in questo Primo dibattimento che ci conduce fino alla metà del testo kafkiano in una spirale soffocante in cui ognuno di noi è chiamato a giocare un ruolo, senza alibi.
Visione a cura di Sandra Balsimelli e Leonardo Favilli
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IL PROCESSO: siamo tutti il signor K di Archivio Zeta

Era il 2 agosto 1914 quando lo scrittore ceco accostava con presunta inconsapevolezza la dichiarazione di guerra della Germania alla Russia e la prevista lezione di nuoto del pomeriggio. A questo binomio si può agganciare la terza notizia che Josef K., senza aver fatto presumibilmente nulla di male, è stato arrestato. In un passaparola da telefono senza fili, in cui però nulla si è perso del messaggio originale, i quattro attori (Mattia Bartoletti Stella, Pouria Jashn Tirgan, Giuseppe Losacco, Andrea Maffetti) che fino a poco prima simulavano in aria quella presunta lezione di nuoto, diventano improvvisamente i protagonisti del testo. Perché K. non è uno, ma sono tutti loro; e presumibilmente ognuno di noi è chiamato ad indossare quell’inequivocabile quanto stigmatizzante cappotto con una enorme K gialla sulla schiena. È così che Archivio Zeta ha aperto il Primo dibattimento de IL PROCESSO nel punto più alto del Sacrario Militare che da anni ospita le loro drammaturgie e migliaia di spettatori saliti fin sul Passo della Futa per viaggiare con loro.
Claustrofobia a cielo aperto de IL PROCESSO

luogo de IL PROCESSO Primo dibattimento
foto tratta dalla pagina facebook di Archivio Zeta
Anche stavolta, infatti, si tratta di un viaggio: dal culmine personaggi e pubblico scendono vorticosamente per richiudere il loro percorso su loro stessi. Una spirale che ci conduce in una dimensione di spostamento, di cammino, di evoluzione che però si richiude inesorabilmente riportandoci più volte negli stessi luoghi: alla fine la chiusura del cerchio non significa quindi soddisfazione per una logica conclusione della vicenda ma recinto invalicabile, ragnatela implacabile che imprigiona e soffoca. Come K. nei corridoi delle cancellerie o al di fuori del cancello (una delle varie ottime trovate sceniche). Nonostante l’apertura sconfinata dello spazio circostante, che domina le cime appenniniche, la predominanza del colore nero – che si adatta particolarmente alla natura del luogo – insieme ai personaggi le cui parole sembrano costantemente nascondere un non-detto, un equivoco, un’allusione, in un linguaggio fatto di metafore interrotte, una claustrofobica ed inebriante sensazione di smarrimento ci attanaglia passo dopo passo.
IL PROCESSO: un surreale gioco di maschere
Come nel testo originale, viaggiamo perennemente sul limite, talvolta molto labile, che sta tra la natura dei rapporti umani e la percezione che se ne ha quando siamo in difficoltà: K. è davvero così solo come appare? Nonostante il suo pregevole ruolo in banca e la vicinanza con inquilini (la signorina Bürstner, interpretata da Diana Dardi), colleghi e affittuari (la signora Grubach, interpretata da Enrica Sangiovanni)? L’aspetto caricaturale con sfumature da carattere della commedia dell’arte appare sempre mediato da una lente capace di distorcere, di deformare, di sur-realizzare in un gioco di maschere che non compaiono fisicamente sulla scena ma si palesano nei toni e nei movimenti, spesso enfatizzati e spinti al limite: un tratto distintivo della lettura che Sangiovanni e Guidotti hanno fatto e restituito del romanzo che, rimasto incompiuto e riassemblato postumo dall’amico ed editore Max Brod, potrebbe essere sogno, lontano dall’onirismo di Chagall ma vicino all’espressionismo ambiguo ed ossessivo di James Ensor.
Il tribunale è attratto dalla colpa

foto di Franco Guardascione dal sito della compagnia
Dopo un secolo esatto dalla sua pubblicazione, IL PROCESSO continua a inquadrarci senza farci sconti. “Non conosce la legge ma pretende di essere innocente”: una frase che suona già come una sentenza inappellabile capace di soffocare ogni presunzione di innocenza che il nostro buon senso ci porta a sostenere mentre un congenito senso di colpa, che va anche oltre quel peccato originale, di cui certe dottrine ci dicono macchiati, si fa spazio in una psiche che si rivela più vulnerabile del previsto. In questa crepa dell’apparente carapace va quindi ad inserirsi un sistema occulto di controllo pronto ad additarti ed a mettere le sue mani – geniali i bastoni con inquietanti e inquisitorie manine di legno manovrati dagli attori – per mezzo di insospettabili suoi funzionari; insospettabili proprio come i tre colleghi di K. che lui riconosce nei volti dei funzionari pronti ad arrestarlo. Finché “il tribunale è attratto dalla colpa” non c’è pertanto scampo e diventa naturale sentirsi sbagliati come quando si decide di non allinearsi, di mantenere il proprio spirito critico, di esprimere un’anarchia del pensiero che ci aiuti a restare parte dell’umanità impazzita.
Dentro il labirinto de IL PROCESSO

foto di Franco Guardascione dal sito della compagnia
Con un lavoro drammaturgico che è apparso rispettoso del testo originario ancor più di quanto fatto magistralmente per La Montagna Incantata, Archivio Zeta ha espresso nuovamente una pregevole abilità registica e scenografica – pur con i limiti e la meraviglia di questo luogo – che diventa essa stessa drammaturgia. Colpisce la capacità di rendere movimento immaginifico la parola di un romanzo tanto complesso, in cui lo stile stesso traduce il senso di asfissia. Le parole si fanno sbarre della prigione invisibile della società del controllo e dell’autoritarismo burocratico per tutto il secolo a venire. Gesti, oggetti, rallentamenti innaturali della voce, sonorità e ritmi: tutto concorre a creare l’immersione nel labirinto psicologico della vicenda narrata a cui è data consistenza materica. Come ci ricorda Gianluca Guidotti alla fine dello spettacolo, nonostante la cura filologica e drammaturgica avuta nel distaziarsi emotivamente dalla Trilogia su Thomas Mann, tra le opere dei due grandi autori sembra emergere una sorta di controcanto inquietante reso palpabile dalla interpretazione seducente e magnetica degli attori di Archivio Zeta, portandoci ad esplorare le eterotopie concentrazionarie del controllo, gli ospedali, i carceri, i tribunali, i santuari del potere per sorvegliare e punire, come direbbe Foucault. Un lavoro che trasuda di impegno civico denso di attualità, come sempre accade nella costante ricerca di dialogo col pubblico di Archivio Zeta e che ci invita a riflettere sulla dimensione contemporanea e sull’attualità delle opere presentate.
IL PROCESSO Primo dibattimento
di Franz Kafka
drammaturgia e regia Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni
con Mattia Bartoletti Stella, Diana Dardi, Gianluca Guidotti, Pouria Jashn Tirgan, Giuseppe Losacco, Andrea Maffetti, Enrica Sangiovanni
consulenza musicale Patrizio Barontini
ufficio stampa Francesca Rossini – Laboratorio delle parole
foto di scena Franco Guardascione
grafica Silvia Galliani
produzione archiviozeta 2025
con il contributo di Regione Emilia Romagna MIC Direzione generale spettacolo


