Grazie alla gentilezza di Simone Derai che ne ha permesso la visione in video (come era già successo per Ecloga XI), il POLITTICO DELL’INFAMIA firmato Anagoor arriva ai nostri occhi. Uno spettacolo epocale, se arte è etica e bellezza insieme, se il discorso dell’artista al pubblico dev’essere, come si configura qui, insieme crudele e ineffabile, insieme problematico e inspiegabilmente curativo.
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IL POLITTICO DELL’INFAMIA: IL PERICOLO DELL’ARTE
Ma com’era cominciato tutto? È la domanda che costella il capolavoro di Roberto Galasso, Le nozze di Cadmo e di Armonia, e che prendiamo in prestito qui. C’è un romanzo di un autore colombiano, Pablo Montoya, Triptico de la infamia, un triplice metaromanzo che mette in vita alcuni artisti e le loro opere, opere-sguardo su episodi terribili della nostra storia: il genocidio operato dagli Spagnoli nel Nuovo Mondo e il massacro della notte di San Bartolomeo, episodi di crudele barbarie. Gli artisti li considerano come oggetto degno della loro arte: Theodore de Bry illustra su tavole atroci le efferatezze dei conquistadores, pur non avendo assistito di persona agli episodi illustrati; Francois Dubois, sopravvissuto, avendo perduto moglie e famigliari nel massacro, dipinge il celebre quadro sull’eccidio ugonotto del 1572. Opere d’arte. Ha senso che esistano? È giusto testimoniare l’orrore? L’arte può, o addirittura deve, mirare alla riproduzione del male? Non finisce, così, per diventarne contagio? Per sostenerlo, per farlo fruttificare?
IL POLITTICO DELL’INFAMIA: AL DI LA’ DELL’EKFRASIS
Ma – come comincia tutto? Lo spettacolo di Anagoor è veramente un polittico, e non solo perché si snoda in immagini molteplici, orrorose e paratattiche; e non solo perché si declina in momenti straordinariamente composti e crudamente terrificanti. Incrocio di forze pulsanti, rappresenta un alto punto di equilibrio nella storia del gruppo, riassumendo le forti valenze che ne rendono l’alto stile. Ekfrasis, prima di tutto e da subito: due forme d’arte in rapporto. La collana di immagini delle 17 incisioni di de Bry che scorrono su schermo, commentate da Marco Menegoni (dietro il suo viso, quando la parola gli permette di rimanere immobile, la maschera del Corifeo dell’Orestea sembra veramente tremare) costituisce un esempio fulminante di ekfrasis – quale arte è la più intensa?
L’immagine, la parola? Quale ferisce al cuore, quale fa più male? E del resto: dove finisce l’arte, intesa come immagine? Non certo dove comincia la parola, perché comincia dalla carne, dalle labbra, dal silenzio, sì, dei performer che nei loro minimi movimenti, nella loro immobilità, nell’aura emanata sono carisma visivo tanto quanto le incisioni commentate – composti nell’humanitas, nel logos, quanto il disegno, fermo per ovvi motivi, vibra e ronza della violenza rappresentata anche dopo secoli – e teatralmente rappresentata: sullo sfondo e al proscenio, proprio come in un teatro senza mutamento. L’ekfrasis persiste e viene quasi arcanamente superata.
L’inesplicabile “volontà di dire” che D’Annunzio riconosceva nel paesaggio fiesolano fa fare un salto mortale alle distinzioni: le due forme stingono l’una nell’altra, elevandosi a una terza, innominabile, ma assolutamente irrefutabile.
LE PAROLE DEL TRAUMA: IL POLITTICO DELL’INFAMIA

Comincia tutto – come? Dalle parole? Ci sono le parole di chi esamina l’orrore, e non ha paura di definirlo con precisione chirurgica, per arrivare al cuore del male e della sua rappresentazione. Ci sono le parole in lingua straniera (Roberto Ciulli è Theodore de Bry, R. J. Seidl è Dubois) di un dialogo in tedesco di cui Marco Menegoni fa la traduzione sporcata dalla sovrapposizione sonora, certo non casualmente, perché la lingua della guerra, del male, della violenza, non è chiarezza, non è retorica, non è eleganza, è un flusso di parole in cui parla il trauma.
Che non può rimanere in silenzio. È la lingua delle rondini – quella che Clitemnestra sospettava parlasse Cassandra, muta sopravvissuta a un genocidio, anche lei, e incapace di procedere oltre (meglio morire con consapevolezza). Accusa, testimonianza, memoria, responsabilità terribile, rifiuto del silenzio, incomprensibilità, grido della sofferenza. La chimera bellissima multicolore che in scena viene privata delle piume della coda non è una rondine, ma è il correlativo oggettivo di tutto quanto elencavamo prima. E della bellezza, che vince sempre la morte.
IL POLITTICO DELL’INFAMIA: LA LENTEZZA DEL MALE
Nel suo lento procedere, nella sua compostezza, greve come la goccia eschilea che cade dall’alto, greve come ‘il bue sulla lingua’, nella sua lentezza, perché il male va piano nel far male più che può, nella presenza di un Arlecchino intenso e feroce nei suoi sguardi di falco e nel codice dei movimenti, il dramma arriva alla fine, alla danza finale. Alla fine di un amore, forse, perché il dolore non finisce mai, e la realtà sarà sempre più atroce di tutti i modi che abbiamo di mostrarla.
POLITTICO DELL’INFAMIA – CAST E DATI ARTISTICI
di Anagoor
drammaturgia Simone Derai, Piero Ramella
traduzione dall’italiano Paola Barbon
con Marco Menegoni, Gayane Movsisyan, Piero Ramella, Aurora Rò, Monica Tonietto, Roberto Ciulli (Theodore de Bry), Rupert J. Seidl (François Dubois)
musica e sound design Mauro Martinuz
progettazione scenica e luci Simone Derai
costumi Fabio lo Piparo, Simone Derai, Nicolao Atelier
regia Simone Derai
produzione Anagoor 2025, Theater an der Ruhr, Centrale Fies, TPE – Teatro Piemonte Europa, La Contrada – Teatro Stabile di Trieste


