IL MOSTRO DI BELINDA @ Teatro Era: la selva delle mille voci

E’ andato in scena al Teatro Era IL MOSTRO DI BELINDA. Chiara Guidi, cofondatrice della storica Societas (vedi qui la recensione sul documentario Rai), ha così affrontato una delle fiabe più note della tradizione, La Bella e La Bestia, lavorando drammaturgicamente sulla trama con raffinata eleganza estetica. Un percorso di scoperta e accettazione del mostruoso da parte di Belinda, anche della sua stessa parte imperfetta, capace di far emergere luce e oscurità, tramite la necessaria lotta, la peripezia, irrinunciabile  er andare dove qualcosa si nasconde e poter sentire in una voce un’altra voce. 

IL MOSTRO DI BELINDA: NELL’OSCURA SELVA

IL MOSTRO DI BELINDA – scena (foto di Eva Castellucci)

Quali sono le componenti del teatro, quali quelle di questo spettacolo, quali quelle della magia? L’oscurità. Quando la performance comincia, l’oscurità è il vivaio dell’emozione e dell’incanto, circonda una foresta fatata, o un giardino lussureggiante di forma circolare, che sostituisce il castello tradizionale della Bestia: questa foresta dantescamente “spessa e viva” è e rimane il luogo degli incontri, degli smarrimenti, il luogo dove il padre di Belinda, invece di essersi perso, approda al suo destino, dove la Rosa, magicamente capace di interloquire con gli umani e di ingigantirsi incredibilmente, abita e trasforma se stessa . E’ un simbolo importante la Rosa, in questa redazione della storia, un simbolo del dolore che attiva la trasformazione: chiunque, entrando in contatto con lei, dovrà pungersi, attivando la morte al suo sé di prima, e il cambiamento – la metamorfosi che il sottotitolo dello spettacolo promette. In realtà, l’ambientare tutta la favola in un giardino è una soluzione che altri avevano intrapreso: Yuko Shimizu, illustrando splendidamente Un cigno selvatico di Michael Cunningham, la raccolta più innovativa di fiabe rese contemporanee e estremamente dark da un retelling geniale, aveva mostrato la Bestia proprio al punto di fuga di archi rose, ‘selva’ domestica e labirintica evocativa del succo della fiaba. Nella selva oscura del palco, però, sono all’opera altre componenti. Prima fra tutte, la vocalità: voci incredibili si intrecciano: il coro inquieto e scintillante dei bambini – Amorini, che commentano e anticipano quanto accade o sta per accadere sul palco, ‘colpita, colpita’ strillano con gioiosa crudeltà quando le frecce d’oro dell’Eros impattano su Belinda, e costituiscono una vocale fontana di grazia; la Bestia, connotata dalla sua duplice voce, quella raschiante e minacciosa della parte cattiva, quella gentile e seduttiva della parte buona, perché proprio l’ascolto della voce è la chiave dell’interpretazione della realtà. Sentire è più efficace che vedere, una volta che si sente possiamo fare deduzioni sulla personalità di chi ci parla, e difficilmente sbagliare, anzi essere più sicuri che se ci affidassimo solo alla vista: perché non è detto che chi è brutto sia cattivo, né lo è l’opposto: e questo è uno dei chiari messaggi della storia.

BELINDA E L’AMBIGUITA’ DELLA VISIONE

Sentire, dunque, è una chiave dello spettacolo: ma certo non manca la profonda, struggente seduzione del vedere: le luci danzano con una loro voce, udibilissima nel segreto del nostro cuore; tutto è infinitamente suggestivo, il velario rosso che palpita sotto l’angoscia di Belinda, le gocce d’oro che piovono sulle spalle di lei e della Bestia fornendo scintille superstiti e giochi di luce anche alle scene seguenti; il buio, polveroso carbone primordiale. Non è certo trascurata la visività che le voci ci ammoniscono essere ambigua: ma ambiguo è ogni incanto. E al crocevia di voci e luci, di luci e buio si snoda la fiaba, con tutta la potenza e la nudità di un racconto archetipico. Belinda sceglie con consapevolezza, per salvare suo padre, di vivere con la “signora Bestia” che, nonostante si mostri assiduamente gentile, la spaventa e le fa orrore. La voce dolce del Principe invisibile, invece, l’attrae, ed è pronta a crederlo buono e bello in virtù proprio di quella voce. Ma niente è ciò che sembra, neppure la bella Belinda, pronta, pur buona e dolce e deliziosa, a mostrare le parti imperfette di sé: respinge le richieste della Bestia, che le chiede di abbracciarlo, promette e non mantiene al Ranocchio di consentirgli di vivere con lei, è pronta a fuggire, addirittura senza chiedere il permesso al padrone di casa, e lo farebbe, non fosse per la tempesta di colpi che gli Amorini le sferrano, un fuoco serrato di frecce d’amore che attivano, appunto, la metamorfosi, la convincono a tornare indietro, le permettono di capire che ama la Bestia e di scoprirne, finalmente, l’identità.

IL MOSTRO DI BELINDA – scena (foto di Eva Castellucci)

UN PUNTO DI SVOLTA: IL RANOCCHIO

Un altro personaggio, però, è profondamente importante nella storia: il Ranocchio. Estraneo alla fiaba di nascita, è riconducibile semmai a una storia dei Grimm, La principessa e il ranocchio, appunto. Esattamente come nello spettacolo di Chiara Guidi, nella storia dei Grimm è il ranocchio a riportare alla principessa una sfera d’oro che lei ha perduto: e in cambio, in tutte e due le situazioni, chiede un contatto con lei: un bacio, talvolta, che favorirà la sua metamorfosi e lo farà ritornare principe. Belinda promette e non mantiene: perché, come spiega la Bestia al Ranocchio, non basta un bacio, bisogna che l’amore abbia attivato le capacità metamorfiche, e questo non è successo. Dunque mentre Belinda e la Bestia ritornata prestante Principe escono di scena, oramai una coppia felice, il Ranocchio non può metamorfosizzarsi. Ma con deliziosa leggerezza, non si dispera, non si lamenta: seduto e ancora con sembianze ranocchiesche canta e gorgheggia. Un messaggio meraviglioso: bene se riusciamo a cambiare noi stessi, a diventare altro, a conoscere la radice del nostro desiderio: ma si può vivere ugualmente e con gioia: imperfetti, ancora non realizzati, e forse mai compiuti, eccoci qua, però, a emettere dolci note di gioia e guardare il mondo con occhi di rana. Il bosco delle storie incrociate è ancora attivo, la vita promette ancora e ancora qualcosa, dolceamara invincibile progressione, senza fine.     

IL MOSTRO DI BELINDA – trailer ufficiale di ERT

IL MOSTRO DI BELINDA

Metamorfosi di un racconto

da un’idea di Chiara Guidi

drammaturgia Chiara Guidi, Vito Matera

composizione sonora Scott Gibbons

scene, luci, costumi Vito Matera

con Maria Bacci Pasello, Eugeniu Cornitel, Alessandro De Giovanni

con le voci di Demetrio Castellucci, Chiara Guidi, Anna Laura Penna, Giulia Torelli, Lavinia Bertotti

voci infanti Bice e Maddalena Bosso, Eva, Lia e Nora Castellucci, Enrico, Iris e Michele Guerri, Amedeo Matera, Daphne Sophia e Ophelia June Nguyen, Gabriel Rotari, Agata e Federico Scardovi, Mia Valmori

cura del suono Andrea Scardovi

produzione Societas, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani – Onlus, Emilia Romagna Teatro ERT 

Visto al Teatro Era il 5 gennaio 2026

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