Il Teatro di Rifredi di Firenze conferma la sua vocazione a ospitare le nuove frontiere della drammaturgia italiana, mantenendo saldo il dialogo tra tradizione e innovazione. Ne è prova la presenza di uno degli autori più potenti e riconoscibili del panorama contemporaneo, Mimmo Borrelli (recensito su Gufetto con la Cupa al Teatro Bellini di Napoli), che con IL GELO offre un rito teatrale di carne e voce, un affondo nell’atto creativo e poetico di Eduardo De Filippo. Accanto al suo lavoro, nella stessa settimana, sul palco di Rifredi anche una lettura scenica curata dal regista Tindaro Granata (da poco direttore artistico del Teatro di Carrara), di FRATELLI BENEDETTI della giovanissima Bianca Tortato, fresca vincitrice del Premio Hystrio Scrittura di Scena 2025, che amplia il ventaglio delle drammaturgie emergenti e rafforza un teatro italiano vivo, plurale, in trasformazione.
Contenuti
IL GELO come rivelazione: la naggianza borrelliana

Con IL GELO Borrelli torna alla sua lingua-magma, un dialetto flegreo che si fa detonatore emotivo più che elemento folklorico. Il testo, nato come un omaggio a Eduardo De Filippo e spettacolo site-specific per la chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio a Napoli, fa rivivere il ricordo del grande drammaturgo nel tormento della creazione scenica, seduto allo scrittoio nel freddo solitario della notte, nei camerini del teatro, circondato dai fantasmi dei suoi personaggi. IL GELO è condanna e metafora di una esistenza di sacrifici e rigore, una sopravvivenza che riesce a trasformarsi in vita solo sul palco.
La scrittura avanza come una marea scura: i monologhi sono colate laviche, musicali e feroci, e i personaggi parlano come se ogni frase potesse essere l’ultima pronunciata prima di sprofondare. A rendere del tutto particolare questa esperienza poetica nelle parole di De Filippo, da cui è tratto l’intero testo, è la musicalità della parola borrelliana, un tratto distintivo che travalica il significato letterale. Il dialetto con la sua densità fonetica e la sua ritmica naturale, si trasforma in una partitura vocale fatta di accenti, sospensioni, vocalizzi improvvisi. Il pubblico fiorentino, meno abituato a queste sonorità, ha inevitabilmente incontrato alcune difficoltà di comprensione semantica. Eppure è proprio in questo scarto che si rivela la forza del teatro di Borrelli: la parola diventa materia sonora, vibrazione fisica. La comprensione non passa attraverso la traduzione letterale, ma nella emozione che arriva obliqua come un’onda che investe lo spettatore: il senso cresce nella continuità ritmica del verso, nel suo farsi canto.
Eduardo, la radice bruciante: gli eroi perdenti ne IL GELO

Borrelli dialoga apertamente con l’universo poetico di Eduardo De Filippo, non sul piano dell’imitazione formale, ma su quello di una genealogia morale che attraversa la storia del teatro napoletano, e che si incarna nelle figure eduardiane. Partendo dal canto di Callibano da La Tempesta e dal noto monologo di Antonio Barracano da Il Sindaco del Rione Sanità, Borrelli costruisce un viaggio attraverso personaggi eduardiani di una umanità fragilissima: Vincenzo De Pretore, il ladro “innocente” che cerca la redenzione; Baccalà, il povero diavolo che la guerra rende un reietto; e Padre Cicogna, sospeso tra vocazione e dolore (poema musicato da Nicola Piovani e voce Luca De Filippo). Sono tutti eroi perdenti, creature che vivono ai margini, anime purgatoriali, illuminate solo a tratti da una grazia precaria, anche comica e paradossale come il dialogo di De Pretorio con Dio alle porte del Paradiso. Borrelli sembra scegliere questi poveri cristi non tanto per riproporli, ma per riattivare quella dimensione etica ed emotiva in cui il teatro si fa specchio delle contraddizioni umane. I personaggi di Eduardo sono attraversati da una dignità ferita, da un senso di ingiustizia cosmica e da una religiosità ambigua, irrisolta. Così il dialetto flegreo, la violenza poetica e la coralità arcaica di Borrelli risuonano come una continuazione, crudele e contemporanea, della stessa domanda che muove gli sconfitti eduardiani: si può restare umani anche quando il mondo congela ogni possibilità di riscatto?
Scrivere nel gelo: l’artista solo davanti alla sua notte
IL GELO mette in scena un processo: quello della scrittura come atto solitario, intimo, doloroso. Il gelo è quello interiore, il momento in cui si scava dentro le proprie ombre per trovare un linguaggio capace di dire la verità. Le figure del testo sembrano spesso parlare da un altrove pirandelliano: come se la voce che ascoltiamo fosse la loro e insieme quella di De Filippo mentre li scrive, ma anche quella di Borrelli stesso che li scolpisce e li attraversa. La scrittura appare come un’esperienza di isolamento radicale, come nelle parole-testamento di Eduardo a Taormina: “È stata tutta una vita di sacrifici e di gelo! Così fa il teatro. Così ho fatto”. Borrelli non addolcisce questo processo: al contrario, lo porta in superficie, trasformandolo in un tema scenico. La parola nasce da un gelo interno e, nel pronunciarsi, tenta di rompere quella lastra che separa l’individuo dal mondo. “Ma il cuore ha tremato sempre tutte le sere! E l’ho pagato, anche stasera mi batte il cuore e continuerà a battere anche quando si sarà fermato”. Queste le commoventi parole che chiudono lo spettacolo, omaggio al Maestro, a cui anche lo stesso Borrelli applaude insieme al pubblico di lato alla scena.
La scena: territorio di fratture di luci, assi, ombre
La scenografia de IL GELO a cura di Salvatore Palladino trova nell’essenzialità la sua potenza. Lo spazio è un tappeto nero nella scena bianca, una grande quinta argentea che sovrasta la figura dello scrittore al centro, con la testa reclinata su un tavolo di pietra fredda: un vuoto che respinge, come se l’ambiente stesso fosse incapace di scaldare o proteggere. Le luci, fredde e taglienti, disegnano fratture nette: fasci che isolano, coni che scompongono il corpo, ombre che si allungano come presenze. Di volta in volta la scena cambia con l’innesto di colore, trasformando la percezione dello spettatore: il gelo visivo si fa acqua, crepa luminosa nella solitudine, o fuoco che incendia il silenzio, materia calda, magma.
Il corpo che parla oltre la parola: mimica, presenza, resistenza

Nonostante si tratti formalmente di una “lettura”, l’interpretazione di Borrelli, solo sul palco, trascende la forma, grazie alla mimica e al modo in cui il corpo inchioda il testo nella carne restituendo la fisicità che è propria dello stile borrelliano. La lettura diventa un rito in cui la voce non basta e sembra cercare una verità ulteriore negli sguardi che fendono il vuoto arrivando al pubblico, nelle mani che scrivono nell’aria parole non dette, nell’espressività fisica. Come l’Alfieri sembra costretto, legato alla sedia per scrivere, fino all’unico momento in cui l’attore si alza e danza intorno alla scena, finalmente abitandola pienamente. Qui il significato si fa gesto, fiato, postura: in un teatro che spesso si affida all’aderenza filologica del testo, Mimmo Borrelli ci invita invece a riconoscere la parola nella sua essenza, anche quando non la comprendiamo. Ci chiediamo tuttavia se avrebbero giovato dei sovratitoli in italiano che portassero lo spettatore ad apprezzare le storie dei personaggi nella loro interezza, senza togliere niente alla poesia eduardiana.
Lo sguardo nuovo di Bianca Tortato: FRATELLLI BENEDETTI

Se Borrelli rappresenta oggi un punto fermo della drammaturgia contemporanea, Bianca Tortato ne incarna l’evoluzione più recente. Il suo FRATELLI BENEDETTI, approdato a Rifredi subito dopo la vittoria del Premio Hystrio 2025 è un testo che sorprende per intelligenza narrativa e costruzione scenica. La storia di Bianca Tortato, giovane drammaturga per la sua compagnia Teatro Nume di Milano, ruota attorno a una famiglia in bilico, costretta a confrontarsi con la perdita, con segreti taciuti, incomprensioni, rancori: tre monologhi di fratelli che dialogano in solitudine, affermando ciascuno la propria verità. La pièce ha un linguaggio nitido, essenziale, capace di penetrarci proprio grazie alla sua apparente semplicità. Non c’è compiacimento né ricerca di eccessi: la forza sta nella precisione dei dettagli, nella capacità di far emergere il non detto, nella costruzione di parole e personaggi che vibrano di quotidianità ma si aprono improvvisamente a squarci emotivi di grande potenza. In scena Sebastiano Spada, Maddalena Amorini e Davide Diamanti, attori de I Nuovi (recensiti in Elettra alla Pergola), diretti da Tindaro Granata, costruiscono con sensibilità una coralità fatta di resistenze, attriti, piccoli slittamenti che tengono insieme – o anche separano – i personaggi. FRATELLI BENEDETTI è un esempio brillante di quel teatro generazionale che sa parlare a pubblici diversi senza rinunciare alla complessità.
IL GELO e FRATELLI BENEDETTI: la drammaturgia protagonista
La presenza, nella stessa settimana, di IL GELO e FRATELLI BENEDETTI non è solo una coincidenza di calendario: è un segnale. Il Nuovo Rifredi si conferma un teatro che non teme di mostrare la profondità come postura etica ed estetica. In un panorama spesso segnato da scelte pavide, la sua programmazione all’interno del Teatro della Toscana diretto da Stefano Massini suggerisce che la nuova drammaturgia non solo è viva, ma sta producendo testi interessanti, capaci di restare.
FRATELLI BENEDETTI
Di Bianca Tortato
Premio Hystrio Scritture di Scena 2025
con Maddalena Amorini, Davide Diamanti, Sebastiano Spada
a cura di Tindaro Granata
in collaborazione con Hystrio Festival e Situazione Drammatica/Il Copione
Visto il 10 novembre 2025, al Nuovo Rifredi Scena Aperta, Firenze
IL GELO
da Eduardo De Filippo
con Mimmo Borrelli
musiche a cura di Antonio della Ragione
luci e spazio scenico Salvatore Palladino
produzione Fondazione Teatro di Napoli Teatro Bellini, Teatro della Toscana
foto Flavia Tartaglia
Visto il 15 novembre 2025, al Nuovo Rifredi Scena Aperta, Firenze


