Debutto in prima assoluta per l’adattamento site-specific all’Olimpico di Vicenza de IL CANTO DI EDIPO, da Tragùdia, lavoro di Alessandro Serra che è stato rappresentato nell’ambito di Coro, 77° ciclo di spettacoli classici diretto da Ermanna Montanari e Marco Martinelli. L’epopea del re di Tebe, dall’ascesa alla caduta, così come Sofocle l’ha condotta ai giorni nostri con Edipo Re ed Edipo a Colono, è stata riproposta nell’originale allestimento dello stesso Serra che ha deciso – dopo lo straordinario Macbettu in sardo – di affidare il mito all’antica lingua grecanica, enclave idiomatica dell’entroterra calabrese e salentino. Il risultato è una messa in scena rituale, ricca di spiritualità in cui il mito ha ritrovato vigore, proprio come accadde nell’epoca d’oro dell’architettura che ha regalato all’umanità la meravigliosa scenografia palladiana dove tutto è accaduto.
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IL CANTO DI EDIPO: la parola si fa suono

Quando si assiste ad una tragedia greca classica in lingua non originale, pur senza voler generalizzare, è facile perdere la musicalità insita nel testo. Accenti, ritmo, sintassi sono prevedibilmente stravolti anche qualora la traduzione sia veramente degna di questo nome. La sfida che Alessandro Serra ha voluto affrontare è invece andata nella direzione di recuperare l’armonia fonica e sonora che Sofocle aveva previsto per i suoi Edipo Re ed Edipo a Colono. Non si veda però in questa operazione un intento puramente estetico ed esteticizzante fatto per compiacere i puristi e gli amanti spassionati della forma fine a sé stessa. Nell’allestimento di Serra c’è la visceralità, c’è un antropologico senso di inadeguatezza, c’è la summa dei desideri più bassi dell’uomo che si incarna negli attori in scena, prestati al ruolo di portatori di vizi e virtù. Non interpreti ma vivificatori di sentimenti che parlano per mezzo dei loro corpi, casse di risonanza che riempiono all’unisono le cinquecentesche architetture sceniche dello Scamozzi.
IL CANTO DI EDIPO: l’armonia dei registri
Come in un concerto d’organo, il mito di Edipo viene mirabilmente modulato dalle voci degli artisti in scena che saltano tra i registri emotivi ed armonici con maestria, eleganza ed immediatezza espressiva. Quando la comprensione del testo è completa grazie ai sovratitoli in italiano, l’emozione ci ha già travolti, direttamente infiltratasi come l’aria nelle canne dell’organo, rendendoci parte integrante di quel concerto. Da spettatori abbiamo risuonato con quella meravigliosa ed evocativa lingua che Serra ha scelto per il suo allestimento (complice il traduttore Salvino Nucera), forte di aver trasformato il teatro Olimpico in un luogo spirituale dove gli scambi tra gli attori e/o il coro, sempre in scena in un fluido interscambio con i personaggi, restituiscono un canto, un gregoriano da cattedrale gotica. Il testo possiamo immaginarlo allora come lo spartito di un antico corale da intonare all’unisono ed in cui le miniature sono i quadri dello stesso Serra.
IL CANTO DI EDIPO: un allestimento scenico per sottrazione

Coerentemente con la scelta di valorizzare la parola ed il suo canto, l’allestimento scenico de IL CANTO DI EDIPO va per sottrazione prediligendo luci dirette ma concentrate, mirate tali da non illuminare mai completamente il palco. A dominare quindi, è un’atmosfera tenebrosa amplificata dai costumi, in prevalenza neri, lineari, quando Edipo (Jared Mcneill) a Tebe finalmente vede la drammatica verità grazie al cieco Tiresia, qui in versione donna – non per malizia ma seguendo una versione del mito che avrebbe visto l’indovino cambiare sesso nel corso della vita per volontà divina. Solamente i re devono distinguersi – nel mito di Edipo non certo per merito, tranne Laio, che infatti, a differenza degli altri, dallo stesso Edipo a Creonte fino a Teseo ed Ismene, ha una doppia fascia a strisce dorate che agli altri non è concessa perché solo lui è legittimato al regno. Compare quindi il rosso porpora che macchia con uno scialle raccolto sulla spalla la veste di Ismene mentre colora interamente la lunga veste di Teseo – anch’esso donna – autorevole ma anche presago del sangue che ancora dovrà essere versato dalla progenie di Edipo dopo la sua morte, anche per colpa del re di Atene.
IL CANTO DI EDIPO: dall’epifania del buio alla redenzione

Così come gli abiti indossati dai personaggi quando ormai è iniziato il processo di “redenzione” di Edipo, privatosi della vista ma finalmente capace di vedere la realtà, bianco è l’abito di Giocasta sin dall’inizio e bianca è la maschera indossata da Teseo. I suoi tratti ambigui, quasi sardonici sposano i gesti delle mani, una presunta lingua dei segni per un personaggio che resterà muto fin quasi al finale, al momento di raccogliere le ultime volontà di Edipo ormai prossimo alla morte nella sua cecità. La stessa che per volontà del regista ci ha sovrastati negli interminabili secondi di agonia dell’incestuoso re appena trafittosi gli occhi con un pugnale: completamente al buio, il corpo del re ha caracollato impazzito nello spazio dove risuonava il dolore fisico e morale amplificato dal recente ritrovamento del corpo esanime di Giocasta impiccata nella sua veste di candore. Un’epifania del buio anche per noi che abbiamo finalmente visto proprio quando la luce è mancata ai nostro occhi.
IL CANTO DI EDIPO: il rapporto con l’architettura scenografica
Le statue che popolano le nicchie dell’architettura scenografica vengono illuminate all’uopo, sentinelle dallo sguardo severo, giudicante sulle vicende che si sviluppano in scena. Nonostante questo, Serra ha scelto di concentrare l’attenzione sui personaggi, estraniando lo spettatore dalla dimensione scenica naturale dell’Olimpico ed impedendone l’identificazione con Tebe o con Atene. Anywhere, everywhere. Lo spazio è funzione del testo ed è plasmato dagli artisti e dal mito che in quanto tale non è perfezione ideale, quella che lo Scamozzi sembra aver perseguito nella sua opera, ma archetipo delle bassezze umane.
L’ironia sofoclea tra consapevolezza e rappresentazione

Nelle scelte drammaturgiche e registiche di questo CANTO DI EDIPO l’effetto tragicamente ironico di cui Sofocle era maestro non viene mai meno, dal dialogo tra Edipo e Tiresia in cui tutti sanno tranne il diretto interessato, troppo cieco per vedere (“Tu hai la vista ma non vedi la tua sventura”), fino all’incontro di Polinice col padre, pupo in abito da graduato militare novecentesco. Anche in questo caso il falsetto della voce, tesa quasi allo sfilacciamento, si sposa con i movimenti marionettistici del corpo che appare schiacciato da forze esterne capaci di rendere totalmente innaturale la dinamicità del personaggio, colpevolmente assetato di potere e capace di distruggere la propria genia per raggiungere il suo obiettivo.
Una scelta, quella dell’ironia, che sin dall’anteprima si è rivelata caratteristica di questo allestimento: un angelo poco credibile con piccole ali nere e attillati pantaloni di pelle, su uno sgabello, dopo averci osservati per alcuni minuti, spostandosi nello spazio scenico a luci accese, chiedendoci indirettamente silenzio, ci ha infatti dato il benvenuto istigandoci allo spegnimento dei telefoni cellulari, pena la fulminazione da parte di Apollo.
IL CANTO DI EDIPO: dalle macerie un inno all’amore
Restando fedele ad una cifra stilistica che già in Macbettu (qui recensito da Gufetto al Cantiere Florida di Firenze e al Teatro Era) aveva raggiunto un apice – l’evocatività della lingua, il suono che vince sulla parola, l’oscurità prevalente che vede solo sprazzi di luce ben circostanziati, la rappresentazione di vizi e virtù nella loro visceralità antropologica – Alessandro Serra a nostro parere ha vinto la sua sfida. Affidato ad un cast (Alessandro Burzotta, Salvatore Drago, Francesca Gabucci, Sara Giannelli, Jared McNeill, Chiara Michelini, Felice Montervino) che ha saputo farsi interprete ed esecutore senza cadere nella tentazione dell’immedesimazione, come nell’intenzione del regista, cristallino ed esaustivo nelle ottime note consegnateci all’ingresso, IL CANTO DI EDIPO ha esaltato la distruzione intorno al mito e alle bassezze umane in costante rapporto con una volontà che si esprimerà comunque. L’uomo può infierire sulla sua condizione lasciandosi guidare dai vizi e dalle bramosie nel tentativo di autodeterminarsi. Come per Edipo, nudo nella penombra, arriverà il momento della fine con l’ineluttabilità della morte. “Solo una parola può dissolvere tutti i tormenti: Amore” è il suo lascito ma intorno quel che resta sono solo macerie. Come ha dichiarato lo stesso Serra, “In un’epoca di macerie non c’è altra possibilità che lavorare su ciò che resta”. E il risultato a nostro parere è stravolgente.
Visto al teatro Olimpico (VI) il 27 settembre 2024
IL CANTO DI EDIPO
con Alessandro Burzotta, Salvatore Drago, Francesca Gabucci, Sara Giannelli, Jared McNeill, Chiara Michelini, Felice Montervino
regia, scene, luci, suoni, costumi Alessandro Serra
traduzione in lingua grecanica Salvino Nucera
voci e canti Bruno de Franceschi
collaborazione ai movimenti di scena Chiara Michelini
collaborazione al suono Gup Alcaro
collaborazione alle luci Stefano Bardelli
collaborazione ai costumi Serena Trevisi Marceddu
direzione tecnica e tecnica del suono Giorgia Mascia
direzione di scena Luca Berettoni
costruzione scena Daniele Lepori, Serena Trevisi Marceddu, Loic Francois Hamelin
produzione Sardegna Teatro, Teatro Bellini, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale , Fondazione Teatro Due Parma
in collaborazione con Compagnia Teatropersona, I Teatri di Reggio Emilia


