La compagnia Teatrodilina ha portato in scena ‘IL BAMBINO DALLE ORECCHIE GRANDI’, con Anna Bellato e Leonardo Maddalena diretti da Francesco Lagi, in scena a Spazio Diamante fino al 6 aprile. Un racconto frammentato di due esseri umani che provano (senza riuscire) ad amarsi.
Vediamo come e perchè!
Contenuti
IL BAMBINO DALLE ORECCHIE GRANDI: una storia in divenire
Luci viola, soffuse, che illuminano tre tavolini trasparenti, l’atmosfera richiama un night bar. Questo è lo scenario che si trova davanti il pubblico, per lo più composto da giovani, mentre prende posto nella sala nera di Spazio Diamante, ma quando lo spettacolo inizia capiamo subito che siamo in una casa, la casa di lei, il giorno in cui per la prima volta i due hanno dormito insieme.
Un uomo e una donna la sera precedente sono andati a letto insieme e la mattina seguente lui racconta lo stravagante sogno che ha fatto. L’imbarazzo è palpabile e il pubblico ride divertito già alle prime battute. I due iniziano così a conoscersi, ma sembrano non capirsi mai, anzi sembrano proprio fatti per non stare insieme. Lei gli cucina il pesce ma lui è vegetariano, lui le racconta i sogni ma lei non vuole sentirli.
Entrambi con le loro piccole ossessioni sembrano disturbarsi continuamente a vicenda: lui registra suoni di cose che si rompono, lei odia le cose che si rompono; lei non chiude mai i barattoli, lui odia chi non chiude i barattoli; lui ascolta la musica da un vecchio ipod, lei quell’ipod non lo vuole neanche toccare perché teme che esploda.
Si dice che certi amori non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano, qui invece il giro immenso è fatto già solo per innamorarsi.
“E poi…?” gli interrogativi di teatridilina sull’amore
Il racconto inizia in medias res
‘.. e poi?’
È la battuta che apre lo spettacolo, e verrà ripetuta spesso – forse troppo – durante l’opera.
“E poi?” è anche la domanda che molto spesso si pone il pubblico, in una drammaturgia spaccata, interrotta. Le varie scene sono intramezzate da pause (un cambio temporale? Una rappresentazione del desiderio di uno dei due?) rappresentate scenicamente da un controluce basso, sempre color viola, nel quale entrambi gli attori cambiano posizione o spostano oggetti.
Non è ben chiaro lo schema di riferimento, a volte i due vanno in un fermo immagine fino al buio completo, altre volte lasciano sfumare l’immagine continuando a riempire la scena. In ogni caso entrambi restano visibili mentre preparano gli oggetti che serviranno nella scena successiva.
Viene da chiedersi perché siano state scelte queste gelatine viola, che stonano con la dimensione quotidiana dell’opera. Forse si vuole esprimere un senso di stranezza, di imbarazzo e incomprensione, che spesso si crea tra i personaggi, o forse vuole lasciare il pubblico nell’incertezza: è successo davvero? Quando è successo? È un sogno?
In ognuno dei due casi però si percepisce la discrepanza con l’atmosfera effettiva che i due abitano.
La volontà di lasciare questo interrogativo aperto è chiara: l’autore vuole che rimanga il dubbio, e vuole che lo spettatore stia incollato per capirci qualcosa. Il problema è che questo dubbio, così grande, rischia di deviare l’attenzione dello spettatore verso una disperata ricerca di senso che però – per volere dell’autore stesso – non deve trovare.

Il corpo dell’emozione – anna bellato e leonardo maddalena
Senza dubbio imbarazzo e ansia sono le emozioni più vissute all’interno dello spettacolo. Entrambi i personaggi sembrano camminare sui vetri, faticano a parlare, temono di dire la cosa sbagliata, cercano costantemente l’approvazione l’uno dell’altra e in questo Anna Bellato e Leonardo Maddalena sono impeccabili. I pensieri dei personaggi sono lampanti ed emergono sfacciatamente dalle battute in cui invece si dice tutt’altro. Il lavoro sul corpo è credibile, energico ma al tempo stesso quotidiano.
E se l’intesa tra i due personaggi è faticosa, quella tra i due attori invece va a gonfie vele.
L’arco di entrambi i personaggi è difficile da intendere poiché le scene sono frammentate e a volte si ha l’impressione che siano addirittura in ordine sparso. Questo fa sì che anche nel loro scontro più acceso manchi un aggancio al pubblico per crederci fino in fondo. La botta arriva, ma non fa male.
E allo stesso modo anche il tappeto di malinconia che permea tutta l’opera si percepisce, ma non riesce mai ad emergere davvero.
I costumi scelti per IL BAMBINO DALLE ORECCHIE GRANDI
Discutibile invece la scelta del costume. Non è chiaro in che anno siamo, viene citato più volte un ipod, ma lei porta una lunga gonna a campana, che decisamente non si sposa con il mondo delle tecnologie.
Nella successione delle varie scene sono sempre vestiti allo stesso modo, tranne quando si rompe la caldaia e si mettono maglione e cappello, questo non fa altro che ampliare i nostri dubbi sui cambi spaziali e temporali.
Teatridilina porta allo Spazio Diamante l’ossessione e il desiderio della genitorialità
Come dicevamo, i due personaggi hanno tante ossessioni che li portano a scontrarsi. Lui, per esempio, mangia solo i cibi viola e vuole collezionare i punti del supermercato per vincere una vacanza. Lei invece legge i tarocchi e mangia ripetutamente gli Smarties.
Questi piccoli atti quotidiani aprono un mondo di possibilità per esplorare la psiche umana.
Dalla superficie, da un’innocua abitudine, si può arrivare alla massima profondità, al cuore del problema, al conflitto. E qui le finestre spalancate sono tantissime: il destino, il caso, l’invasione degli spazi altrui, la mania, il suono delle cose che si rompono, la genitorialità.
Prendiamo questo macrotema: entrambi vogliono un bambino. O forse non lo vogliono? Entrambi hanno le orecchie grandi, quindi nascerebbe un bambino con le orecchie grandissime e poi lo prenderebbero in giro a scuola. Questo bambino è importante per entrambi, non a caso lo spettacolo si chiama proprio ‘Il bambino dalle orecchie grandi’, e ritorna, ma solo nei sogni, sia di lui che di lei, mai in un conflitto vero tra i due dove si urlano addosso cosa pensano davvero.
C’è una scena, molto drammatica, in cui imitano questo bambino che entrambi hanno sognato, in maniera grottesca, lui fa un verso, sembra quello di una balena in mezzo al mare, e lei un suono stridulo, un acuto canto del cigno, e danzano nello spazio a ritmo di questi due malinconici gridi d’aiuto. Un’ottima premessa per poi affrontare il tema della genitorialità, che però non viene più toccato, ma solo affidato ai non detti.
L’impressione è che ci siano tantissime possibilità, così tante che poi è difficile scegliere quale approfondire.
IL BAMBINO DALLE ORECCHIE GRANDI: un sogno realissimo
IL BAMBINO DALLE ORECCHIE GRANDI è un’opera in cui due esseri umani cercano di vedersi. Fanno fatica, comprendersi è più difficile di lasciarsi andare, ma loro continuano imperterriti a condividere momenti, a cercare di avvicinarsi l’uno all’altra.
E poi ci sono questi sogni, che tornano ricorrenti, sono assurdi e fanno sorridere, e ci vuole poco a capire che gli elementi del sogno, funzionali alla drammaturgia, danno voce alla volontà dei protagonisti. Freud troverebbe nei nostri protagonisti due squisiti pazienti.
Ma loro hanno paura – come tutti del resto – di dare un corpo alle questioni scomode, ai pensieri più dolorosi. Questo li rende estremamente umani, e dolcissimi nella loro fragilità.
Vuoi collaborare con la redazione di Gufetto-Teatro su ROMA, BOLOGNA, MILANO, NAPOLI… O NELLA TUA CITTÀ?

Gufetto cerca collaboratori!
Gufetto forma REDATTORI esperti di scrittura in ottica SEO, e CRITICI di Teatro, Arte, Libri e Musica, in erba.
La collaborazione a titolo formativo è gratuita e permette l’accesso ad un percorso di visione critica scelto dalla Redazione di Gufetto in base alle proprie capacità.
Vuoi scrivere di teatro? Vuoi metterti alla prova e dedicare il tuo tempo alla scrittura critica?
Scrivici a gufettomag@gmail.com


