I PERSIANI @ Teatro Romano Fiesole: sangue, colpa e geometria del dolore

Al Teatro Romano di Fiesole va in scena I PERSIANI di Eschilo con la regia di Giovanni Ortoleva (già intervistato e recensito per Mirra in questa stagione). Se secondo Calvino un classico non finisce mai di dire ciò che si può dire, un’edizione classica di un dramma antichissimo che agisce oggi e agirà per sempre.  

I PERSIANI e la metonimia: il letto di legno

Scena da I PERSIANI di Eschilo al Teatro Romano di Fiesole per la regia di Giovanni Ortoleva
Scena de I PERSIANI (ph. Giulia Lenzi)

Ci sono spettacoli che abitano un punto intermedio tra quello che viene messo in scena e qualcos’altro, che spostano il baricentro dello spettatore tra quello che gli viene offerto in visione e altro. Rari, ma ci sono.

In visione, nella cavea del Teatro Romano di Fiesole, va una tragedia antichissima e speciale, con la regia di Giovanni Ortoleva. Il suo stile inconfondibile si nota subito: tutto avverrà intorno a un oggetto scenico che delimiterà l’orizzonte fisico e concettuale del lavoro. In questo caso, un letto di legno, che con la sua semplicità sfida le interpretazioni, perché ovviamente potrebbe alludere al nucleo familiare – il potere ovviamente è affare di famiglia – o alla reggia rigidamente confinata da cui solo con uno slancio di hybris si può uscire, per poi rovinare, ovvio – e da lì a tutto quanto è confine: il mondo, il destino, tutto ciò che possiamo solo circumnavigare angosciati come Atossa che descrive cerchi di ansia molteplici intorno al giaciglio/reggia, al giaciglio/mondo e destino quando deve affrontare il racconto rovinoso dell’angelos, e da lì, in modo così eschileo – intravediamo tutto, la rete, la trappola, la pesantezza. Il rischio di sovraccaricare l’interpretazione questa volta non esiste. Di Eschilo si tratta, la rete è la sua cifra, gli spettatori sono chiamati, ovviamente, da lui e dal regista, ad andare oltre, a riflettere, a lasciarsi imprigionare, come Agamennone nel lavacro dove fu colpito tre volte ed esalò l’anima .

Del confine e degli assenti: I PERSIANI

Il letto è un confine: spaziale e temporale. Il tempo batte forte nella corsa sul posto che il giovane interprete, Pietro Giannini, compie per venti minuti buoni, portando in scena la fatica e i gemiti del corpo in azione, fornendo il correlativo oggettivo dell’incalzare del Fato e contrappuntando la voce affascinante di Enrico Campanati,  il Coro, con il rintocco della pena che ancora si nasconde nelle parole – e presto verrà alla luce. Dario e Serse, corpo e ombra, entreranno nello spazio di legno, lasciandosi fisicamente chiudere, loro che invece hanno superato ogni confine: Serse, quello del mare, gettando un giogo di legno sull’Ellesponto e assoggettandolo alla sua volontà, con disastrose conseguenze; Dario addirittura quello dell’Ade, perché emerge dall’Oltretomba per dialogare col figlio e prendere atto della catastrofe che ha colpito la Persia, del lutto incancellabile che ha macellato la nazione. Il Coro chiama i nomi, chiede conto al sovrano persona per persona: dove sono? Sono stati lasciati indietro, ammette il sovrano umiliato, sconfitto, a termine di una fuga disonorevole, di scelte funeste, che hanno addirittura insultato il mana divino del suo corpo – si è lacerato la veste, ripete disperata Atossa (Valentina Picello), dando spicco alla disgrazia suprema: la veste che copre il corpo divino del sovrano non può, mai, essere distrutta e umiliata, oppure il prestigio del corpo del re cadrebbe in frantumi: e questo avviene, con conseguenze tanto numinose che il lacerto di frase viene ripetuto, variato, diventa brandello di suono, glossolalia, grido. Pietro Giannini dà corpo e voce ad ambedue i sovrani, tracciando un arco di conseguenze, hybris e legami di sangue che rende conto di quanto concettuale e profonda sia stata la considerazione del regista sul testo: se Nietzsche scrisse una volta che il teatro classico era la capacità di fare il massimo dell’effetto col minimo dello sforzo, ecco, questi Persiani si avviano ad essere valutati al vertice della classifica.

L’altra faccia della medaglia: l’evocazione dell’Orestea

Scena da I PERSIANI di Eschilo al Teatro Romano di Fiesole per la regia di Giovanni Ortoleva
Scena de I PERSIANI (ph. Giulia Lenzi)

Sono un iceberg, in realtà, perché quello che vediamo è solo un apice di quello che lo spettacolo evoca: non è solo l’ombra di Dario a emergere dagli Inferi. Di un’attrice di primi del Novecento un recensore scrisse che entrava in scena “seguita da un paesaggio silvano”: ecco, questi Persiani aprono la scena come se una forza misteriosa avesse fatto scattare un doppiofondo che, di là, si chiama Orestea. Lo spopolamento della Persia, l’eliminazione di nomi e nomi di amici e guerrieri, appello di assenti, echeggia nel profondo all’accusa che viene rivolta ad Agamennone, di aver condannato un’intera generazione all’eliminazione per recuperare la cognata fedifraga. Lo spettro del re persiano esce dal sepolcro mentre quello di Agamennone non cede alle preghiere dei congiunti, come se Eschilo volesse, gemellata la scena, applicare una variatio: aveva già esplorato fino in fondo ciò che poteva fare uno spettro in scena, e molto prima di Amleto. Persiani o Micenei, letto o tomba (lechos, nell’Orestea, letto nuziale, viene chiamato il nido degli avvoltoi orbati dai cuccioli nel primo, magistrale stasimo della prima tragedia: in cui si descrive il prodigio delle aquile, così vicino al sogno di Atossa con l’aquila ferita da rendere impossibile non accostare i due brani), il potere è un virus devastante. Il potere matura negli spazi chiusi e soffocanti del letto (o del grembo della regina, di qualsiasi regina si parli), della reggia, della patria, ed esplode in lampi di sopraffazione, grandina con violenza sugli altri, i guerrieri, i cittadini, stermina ed elimina, non trova limite né giustificazione. “Come ti chiamerò? Conquistatore di città?” chiede il Corifeo ad Agamennone che ritorna, vivo, a casa, e cammina, vivo, verso la porta della reggia che è quella della morte, per indossare, in pochi istanti, la maschera di Dario, e non essere più nulla.  

Né vinti né vincitori: la rete di Eschilo

Scena da I PERSIANI di Eschilo al Teatro Romano di Fiesole per la regia di Giovanni Ortoleva
Scena de I PERSIANI (ph. Giulia Lenzi)

La più consueta ipotesi interpretativa su I Persiani insiste sull’atteggiamento di Eschilo che avrebbe dato voce ai vinti, esaltando da un lato il potere e il carisma di Atene e dall’altro evocando il dolore e la pietà dovuti agli sconfitti. Ma dolore e pietà scavalcano la geografia: le ombre dell’hybris invadono il mondo, la colpa e la violenza sono senza limiti e la riflessione del drammaturgo, e del regista che ha saputo non solo interpretarlo ma indossarlo come un guanto, va molto più in profondo. Non esistono vincitori, ma solo un fiotto di male e di sangue che possiamo truccarci come vogliamo, ma che faremmo meglio ad affrontare masticando un cupo threnos, una lamentazione dal sapore di erba secca che ci definisce, ci ridimensiona: la guerra percorre il mondo, Polemos è il signore del mondo, tutti siamo vinti, non esistono vincitori, la gabbia di legno ci chiude, tutti, nessuno escluso.   

I PERSIANI – crediti

di Eschilo
adattamento e regia Giovanni Ortoleva
traduzione Giorgio Ieranò
con Enrico Campanati (Coro), Pietro Giannini (Messaggero – Dario – Serse), Valentina Picello (Atossa) e con Marco Santi
costumi Daniela De Blasio
assistente alla regia e disegno luci Marco Santi
musiche Pietro Guarracino
elettricista Davide Bellavia
produzione Fondazione Luzzati Teatro della Tosse

Visto il 23/06/2026 al Teatro Romano di Fiesole

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