Dopo il debutto a Lugano, va in scena al Teatro degli Impavidi di Sarzana I MIEI STUPIDI INTENTI che la compagnia VicoQuartoMazzini VQM porta sul palco dal romanzo di Bernardo Zannoni (Sellerio, 2021), vincitore del Premio Campiello 2022. Uno spettacolo complesso e affascinante, evocatore di domande e di emozioni estetiche profonde, nel solco delle produzioni della compagnia, come LA FEROCIA (recensito su Gufetto).
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I MIEI STUPIDI INTENTI: i confini friabili

Se non avesse già un titolo efficacissimo – così insolito e controeloquente, con l’allitterazione fitta e sparata delle i e la mitragliata in dentale delle t, e il termine disusato ‘intenti’ – il libro di Bernardo Zannoni e lo spettacolo che ne ha tratto VicoQuartoMazzini avrebbe potuto intitolarsi “L’animale che dunque sono” con buona pace di Jacques Derrida.
L’animale con la sua diversità ci obbliga, noi umani, a ricordare le nostre origini e a ricominciare ad essere uomini. Ma cosa significa essere un essere umano? Cosa ci distingue dall’animale? La storia del pensiero occidentale è percorsa da questa domanda potente: è possibile stabilire un confine fra uomo e animale? Nella caverna che la scenografia ha scelto per ambientare la scena, una tana che è un mondo, queste domande aleggiano, e molte altre.
Umani e animali

Gli animali, intanto, protagonisti del plot, sono uomini. Una scelta impeccabile per evitare qualsiasi rischio disneyano, qualsiasi goffaggine, qualsiasi approssimazione. Nulla li definisce nella loro animalità, e nella loro personalità, se non, e solo qualche volta, una caratteristica speciale: la zoppia di Faina (che come tutti i compagni ha perso il nome proprio, Archy), Edipo animale destinato al dubbio e alla domanda, il bavero di volpe della casacca di Vecchia Volpe (che ha perduto il biblico nome di Solomon), e poco altro. I loro moventi sono insieme animali e umani: ferito in un tentativo di caccia che lo lascia zoppo, il cucciolo di faina viene venduto alla Volpe, che gestisce un traffico di prestiti aiutato dalla forza fisica del suo collaboratore, Cane. Sotto la zampa tirannica del suo padrone Faina lavora, soffre, si ribella, tenta di sviluppare rapporti d’amicizia con le galline che viene costretto ad uccidere, e poi, infine – riceve un regalo. Il suo tormentatore diventa il suo maestro, e gli fa un dono: avvelenato, ma incredibile. La parola.
La morte, il tempo, la parola
E non una parola qualsiasi: la parola di Dio. Volpe ha imparato a leggere e a scrivere in una vecchia Bibbia che gli è caduta in testa dalla tasca di un impiccato che, quando era ancora un brigante, ha tentato di divorare: e apprendendo la tecnica ha appreso anche i contenuti: e nella sua vita e in quella di Faina sono entrati la morte, scandalo che nessun animale può prevedere e nessun vivente accettare, il passaggio ineluttabile del tempo, le ipotesi, i dubbi, le alternative. E anche la possibilità di riscrivere se stessi, raccontandoci diversi: l’incommensurabile potere delle storie. Questa iniezione di caratteristiche tradizionalmente umane si sovrascrive agli istinti, ai moventi di base dell’animalità: l’impulso che spinge verso la femmina, la fame, a causa della quale Faina potrebbe addirittura sbranare e uccidere il suo cucciolo, tentativo sventato dalla reazione, e dalla fuga, della madre. E poi la catastrofe, l’assalto di Lince, l’incendio, e una seconda vita. La pietas di Istrice costituisce una svolta fondamentale: Faina diventa maestro di scrittura, ma trasmette soltanto la tecnica, e salva l’amico dal veleno della conoscenza della morte e di Dio.
I MIEI STUPIDI INTENTI: la drammaturgia

Lo spettacolo, rispetto al libro, comincia dalla fine: il lavoro drammaturgico è magistrale. Naturalmente, è inevitabile un’asciugatura: alcune parti sono sintetizzate, altre eliminate o solo accennate (l’amore infantile per la sorella, che si sarebbe sovrapposto a quello con la compagna ufficiale): talvolta gli snodi narrativi diventano monologhi affidati ai vari personaggi, che naturalmente aggiungono luce e profondità a ciascuno di essi: così Cane racconta la storia dell’inganno di Volpe riguardo alla sua nascita, e alla compagna di Faina spetta riferire la catastrofe dell’inverno e della miseria e della fame. Raccontandosi a Istrice, lo stesso Faina si sdoppia: lo vediamo in scena come narratore, che dà voce a quanto scriverà, punteggiatura compresa, e lo vediamo anche come personaggio, più giovane, a percorrere il suo viaggio di formazione. Talvolta i due piani temporali si sovrappongono, e fa tenerezza il momento in cui allo stesso tavolo siedono i due Faina, Istrice e Volpe, una comunità di maestri e apprendisti che si scambiano il sapere, per un momento in pace. Inserzione nuova rispetto al romanzo – che viene riprodotto con assoluta fedeltà, tanto che il fraseggio di Zannoni, per chi conosce il libro, opera una specie di sussurro memoriale assolutamente incantevole – l’alfabeto uguale e diverso che prima Volpe, per insegnarlo a Faina, e poi Istrice, che lo ha imparato da Faina, recitano. Nel primo caso, un alfabeto dei termini più veterotestamentari e terrorizzanti possibile: nel secondo caso, un elenco di piante e delle loro proprietà: al secondo tentativo, quando la creazione è personale, potremmo pensare che dal dolore possa, attraverso l’arte, generarsi pace, generarsi bellezza.

Il che non significa, ovviamente, che un finale lieto sia possibile: non lo è. Sunt lacrimae rerum, direbbe Virgilio, e in un mondo che comprende lo scandalo tremendo della morte non può esserci esito felice. “Forse solo chi vuole s’infinita”, montalianamente parlando, e forse Istrice troverà una sua felicità con la compagna e i piccoli, non Faina. Raggiunto dalla figlia superstite che lo mette di fronte alla consapevolezza, mentre le lettere dell’alfabeto, illuminate da dietro dalla torcia, sovrascrivono il mondo, la sala e i visi degli spettatori, deve rinunciare, come tutti noi dovremo, ai suoi stupidi intenti, e andare oltre – dove, non si sa, né essendo uomini né essendo animali.
Le domande dello spettacolo

Lo spettacolo, nella sua minimale asciuttezza, è un discorso che scava in profondità non solo sulle paratie porose fra umanità e animalità – la locandina, magnifica, ce lo racconta in un solo sguardo – ma anche sul veleno e sulla medicina della conoscenza (è giusto sapere? È giusto, se non salva dalla violenza, dal male, anzi aggiunge angoscia, aggiunge crudeltà e paura? È giusto sapere se può fornire memoria, se può conservare la conoscenza, riordinare il mondo?), sulle radici profonde della pietas (rimanere accanto al maestro che muore, anche se la sua violenza ci ha tormentati, salvare uno sconosciuto e alloggiarlo nella propria tana e condividere la vita con lui), su quelli che sono veramente i nostri intenti: di tutti noi, animalia, esseri animati.
Il doppio piano della performance
L’affollarsi delle domande riflette le ondate tematiche che il romanzo di Zannoni rovescia sulla pagina: forse addirittura troppe, nel tentativo di interrogarsi capillarmente su quanto dà forma al mondo, e anche a chi sulla crosta del pianeta abita e si muove. La compagnia ha intelligentemente bilanciato la cascata tematica con una resa, si diceva, insieme intensa e massimamente semplice, asciutta e dura, monocromatica e violenta: talvolta epica, addirittura. Il tentativo di riprodurre in scena un testo di narrativa contemporanea – specialità del gruppo, come ben sappiamo – si attua con successo, anche se in realtà è percepibile che sottostà al lavoro un movimento tellurico inesausto: da una parte il principio ordinatore drammaturgico, che raduna, riassume, mette in forma teatrale, scandisce in scene e monologhi, riordina – e dall’altra la voce di una storia lunga che sussurra, misteriosa a se stessa, infinitamente densa, difficile, se non impossibile, da mettere in scena. Sul palco, con successo estetico indiscutibile e capacità di emozionare indiscussa, ci va una dorsale, una serie di picchi e cime che disegnano l’indiscutibile profilo del romanzo: ma sotto, nascostamente, si addensa un discorso segreto, non pronunciato, non pronunciabile, il retroterra misterioso della parola scritta.
Se il disagio è un privilegio: I MIEI STUPIDI INTENTI
È difficile tradurre in parole quello che si prova davanti a questo spettacolo. Si ha l’impressione che sia più grande di quanto è in scena, di quanto vediamo. Sembra che ciò che rimane oltre la storia sia di una tale portata che non possa essere racchiuso in parole, in un giudizio critico. Una potenza misteriosa. E comunque, una certezza: essere messi a disagio da uno spettacolo teatrale è un privilegio; sentire il baricentro spostarsi e perdere l’equilibrio nella limpidezza di una scena costruita senza retorica, viva nella sua esatta bellezza, è un vero dono.
Visto il 19 aprile2026 al Teatro degli Impavidi, Sarzana
I MIEI STUPIDI INTENTI: crediti e cast
dal romanzo di Bernardo Zannoni (Sellerio Editore)
ideazione VicoQuartoMazzini
regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà
drammaturgia Linda Dalisi, Gabriele Paolocà, Michele Altamura
con Michele Altamura, Leonardo Capuano, Giuseppe Cederna, Jonathan Lazzini, Gabriele Paolocà, Arianna Scommegna
scene Daniele Spanò
luci Giulia Pastore
costumi Aurora Damanti
musica originale Demetrio Castellucci
sound design Niccolò Menegazzo
aiuto regia Giulia Odetto
cura della produzione Francesca D’Ippolito
produzione LAC – Lugano Arte e Cultura, Scarti Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro Nazionale di Genova


