I CONIUGI UBU, diretto da Angelo Savelli e liberamente ispirato all’UBU Re di Alfred Jarry (già recensito in altri allestimenti) del lontano 1896, è la nuova produzione del Teatro della Toscana rappresentata in prima nazionale al Nuovo Rifredi Scena Aperta dal 3 all’8 febbraio scorsi per festeggiare i 40 anni dalla riapertura dello storico teatro fiorentino di via Vittorio Emanuele II. Chiaro esempio di teatro dell’assurdo, lo spettacolo è un mix riuscito di comicità, irriverenza e condanna della smania di potere tutt’oggi presente nella società, senza tralasciare chiari riferimenti shakespeariani.
A cura di Michele D’Ambrosio e Federica Murolo
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I CONIUGI UBU per i 40 anni del Teatro di Rifredi
È tempo di festa per il teatro di Rifredi, oggi Nuovo Rifredi Scena Aperta e parte del Teatro della Toscana: ben 40 candeline dal momento della sua riapertura. Per celebrare l’occasione è stato scelto di portare in scena I CONIUGI UBU, scritto e diretto da Angelo Savelli. Un trionfo di umorismo, amarezza e denuncia della smodata ricerca del potere che fa sorridere e al tempo stesso riflettere.
GLI UBU: due assurdi coniugi in vestaglia

All’inizio della pièce, netta è la sensazione di ritrovarsi in un mondo nerd, fatto di forme geometriche e di conversazioni tra le stesse e un giovane: l’imponente cornice rettangolare di un abbagliante neon definisce uno spazio scenico che fa da stridente ed efficace contrasto ad uno spettacolo che è tutto il contrario della razionalità. Non appena Padre UBU (Massimo Grigò) e Madre UBU (Giulia Weber) entrano in scena è chiaro che è l’Assurdo a fare da padrone: due coniugi di ispirazione macbethiana assetati di potere che indossano vestaglie e pantofole di stampo borghese, e che regnano in una Polonia non-Polonia, luogo volutamente non geolocalizzato. La patafisica, scienza delle soluzioni immaginarie che va oltre la fisica più volte chiosata da padre UBU, è il suo credo profondo e fa da leitmotiv in tutta la rappresentazione. Ma altro non è che la giustificazione para-scientifica alla sua hybris malata e maldestra, in cui non c’è niente di divino né di profetico ma solo la volontà furbesca di una donna, madre UBU, affinché i due possano diventare regnanti. A ben capire tra le inclinazioni della coppia ci sono sicuramente da un lato la manipolazione e la scaltrezza di madre UBU e dall’altro la tirchieria e grettezza di padre UBU: due personaggi tossici che si fomentano l’un l’altro per prendere il potere.
I CONIUGI UBU: scelte registiche e stile

Lo spettacolo ha un alto livello di comicità, a volte sicuramente più scontata con battute facilmente riconoscibili per chi conosce il mondo del teatro (“i coniugi UBU meriterebbero un Premio…il Premio UBU!”), ma che funzionano comunque per il tutti grazie al ritmo sostenutissimo della recitazione (gli attori protagonisti sono due punte di diamante) oltre ai repentini cambi scena e costume. Le scenografie curate da Federico Biancalani infatti sono state pensate per modificarsi innumerevoli volte durante lo spettacolo, accompagnando gli stessi protagonisti nelle loro vite folli e sregolate, passando da un salotto dell’exURSS di metà anni ’90 dove amabilmente I CONIUGI UBU trascorrono il tempo presi dalle proprie passioni, ad uno spazio semi-onirico in cui Padre UBU può ascoltare la propria“coscienza”: da un ritratto di famiglia degli attuali regnanti ignari delle trame dei coniugi alle loro spalle, ad un momento di cabaret-varietà dove gli UBU si esibiscono in coreografie danzate tipiche della televisione negli anni 50/60. Il linguaggio resta semplice per tutta la rappresentazione, espediente utile a comprendere i vari e molteplici riferimenti storici e letterari: un Macbeth sovietico, dove poco cambia in merito alle ambientazioni e poco importa la collocazione geografica, ma quello che fa davvero la differenza è la mancanza del destino, della profezia. Tutto è basato hic et simpliciter sul moto interno momentaneo.
Quale messaggio dai due coniugi?

Tra repentini cambi di scena e continui riferimenti a personaggi letterari e storici, tra dubbi amletiani e discorsi trumpiani, nelle rocambolesche e grottesche vicende degli UBU, sonore e amare sono le risate in sala. Questo continuo divenire scenico è emblematico della velocità con cui oggi gli equilibri cambiano e a cui ormai siamo assuefatti: abbiamo smesso di farci domande e peggio di trovare, o meglio cercare di trovare, risposte. Di fronte a un mondo completamente diverso da quello in cui siamo nati, questo spettacolo ci ricorda profondamente che la vera libertà è la schiavitù. Servi di un re, di un presidente, di un generale, siamo sempre e comunque sudditi di qualcuno. Non mancano i riferimenti alle dittature del XX secolo, che Larry aveva quasi profetizzato a fine Ottocento, ossia dittature nate non più da guerre o colpi di stato ma ottenute con il consenso popolare. Padre UBU è e sarà sempre la parte dispari degli uomini liberi, nel sistema binario di cui siamo composti.
Visto il 7 febbraio 2026 aL Nuovo Rifredi Scena Aperta (Firenze)
I CONIUGI UBU – credits
liberamente ispirato a Ubu Re di Alfred Jarry
testo e regia di Angelo Savelli
scenografia di Federico Biancalani
costumi di Elena Bianchini
musiche di Federico Ciompi
design luci di Samuele Batistoni
con Giulia Weber, Massimo Grigò, in scena con Cosma Barbafiera, Olmo De Martino, Fabio Magnani, Samuele Picchi, Sebastiano Spada, Elisa Vitiello
una produzione di Teatro della Toscana
foto di Filippo Manzini


