L’istante prima che la scena si riveli, prima che il teatro — questo dispositivo antico e al tempo stesso sempre nuovo — dispieghi la propria alchimia, c’è un momento in cui il buio sembra trattenere il respiro: quello dei bambini e degli adulti che affollano la platea per il debutto in prima assoluta di HANSEL & GRETEL de L’Ultima Fila al Teatro Moderno di Tavarnuzze a Impruneta. La compagnia, recensita già su Gufetto per Storie della mezzanotte, costruisce un varco, un corridoio percettivo in cui la fiaba tradizionale si frantuma e ricompone attraverso immagini potenti, maschere perturbanti, silenzi carichi di senso, nel bosco di ombre e prove da superare per diventare “grandi”.
Articolo a cura di Martina Corsi e Alice Capozza
Contenuti
HANSEL & GRETEL: la fiaba che non ti aspetti
Sul palco, una catasta di legni che rimanda al bosco e alle sue minacce, al centro un tavolone che ricorda quasi un lettino operatorio, il luogo in cui il reale viene inciso, aperto, sviscerato. Alle spalle, una mastodontica maschera dalle fattezze ambigue, con pomelli e aperture: non un volto, ma un portale. La scenografia visiva è già una dichiarazione estetica: L’Ultima Fila intreccia le regole precise del teatro di figura con un linguaggio poetico, quasi cinematografico, in cui il cambio delle luci, del ritmo e del respiro diventa parte integrante della narrazione (leggi l’intervista alla compagnia).

Durante un temporale, creato con grande effetto luministico e sonoro, si aggira una mascherona dal becco blu, interpretata da Giacomo Cassetta. È una figura che evoca i medici della peste, con un abito bordeaux e una tuba rigida come un rituale; è un presagio. Una voce fuori campo intona la frase d’apertura: “C’era una volta tanto tempo fa… una coppia di fratellini, noti come Hansel & Gretel.” In scena sopraggiunge una seconda maschera, meno spettrale, vestita di verde. Solleva il panno che copre il tavolo: sotto, un piccolo pupo in salopette gialla. Alice Mignolfi dà vita a Gretel con movimenti leggeri, minuziosamente stilizzati: un corpo di bambina spensierata che sgambetta, rimbalza, salta, s’inchina al mondo con fiducia. È un equilibrio fragile, però, destinato a incrinarsi nel momento in cui il pupo, il fratellino Hansel, viene rapito. Da qui il clima si trasforma: dalla quiete iniziale si scivola in una tensione crescente, come se la tempesta del prologo avesse finalmente trovato il suo bersaglio e dalla serenità puerile si passa ad una tetra ed affannosa ricerca.
Una fiaba antica senza via maestra

In HANSEL & GRETEL de L’Ultima Fila gli elementi canonici della fiaba ci sono tutti: le molliche di pane, la strega che vuole cucinare Hansel, il finale risolutivo. Eppure, ciò che la compagnia mette in scena è un racconto laterale, obliquo. Il punto di partenza è la nota fiaba dei fratelli Grimm, eppure la messa in scena non è quello che ti aspetti. La scelta più radicale è quella di lasciare Hansel nella forma del pupo, senza mai concedergli un corpo umano. L’intera storia scivola così dalla parte di Gretel: è lei il vero centro emotivo e simbolico dell’opera, la protagonista e l’artefice della scena. Il pupo diventa domanda, ferita, assenza. Chi o cosa rappresenti non è chiarito, ed è esattamente qui che risiede la libertà interpretativa voluta dagli autori. A fine spettacolo, Giacomo Cassetta – anche regista dello spettacolo – ci racconta: “Non volevamo tracciare una via maestra. Preferiamo che ognuno legga il proprio significato: un lutto? Una perdita? Una crescita forzata?” L’Ultima Fila sceglie di scostarsi da un significato univoco e lascia aperta ogni possibilità, così da avere diverse suggestioni. Anche la strega, figura iconica della fiaba, viene sovvertita: appare con un corpo neutro, né maschile né femminile. È un archetipo rarefatto, un puro dispositivo narrativo, che ci costringe ulteriormente a spogliarci dalle nostre aspettative.
Maschere e musica in HANSEL & GRETEL
Nel teatro di figura gesto e suono non accompagnano l’azione: sono insieme l’azione stessa. Ed è proprio attraverso questa sinergia che si articola gran parte della forza espressiva dello spettacolo. La musica originale di Stefano Settinger gioca un ruolo centrale, attraversando registri diversi: un carillon infantile e dolcissimo, che affiora ogni volta che Gretel accudisce Hansel, si intreccia a timbri più cupi e spettrali di flauto, clarinetto e pianoforte, evocando un immaginario alla Tim Burton, tra fiaba e inquietudine. Le maschere, realizzate dalla compagnia (e che alla fine dello spettacolo vengono messe a disposizione per poterle vedere da vicino) sono veri dispositivi drammaturgici: tratti marcati, colori spenti, linee che oscillano tra naïf e gotico. I movimenti degli attori, volutamente stilizzati e simbolici, richiamano la tradizione della Commedia dell’Arte: gesti netti, codificati, che diventano segni che raccontano silenziosamente le tensioni, le paure e il percorso emotivo dei personaggi. La scenografia, che nella scelta stilistica de L’Ultima Fila è costituita da un unico corpus centrale, ha molteplici funzioni: è sia la casa di Hansel e Gretel piena di oggetti familiari (le calzette, il lume), sia la temibile casa della strega con dolci fluorescenti; infine al centro si spalanca il grande forno, come una bocca della maschera, da cui sgorga un fumo rosso e un ribollire che sembra provenire direttamente da un incubo.
HANSEL & GRETEL: un viaggio psicologico di morte e rinascita

Sotto la superficie della fiaba, lo spettacolo vuole raccontare con sottigliezza ma decisione, un processo di crescita interiore che appartiene soprattutto a Gretel. La sua ricerca del fratello nel bosco assume i tratti simbolici di una discesa dentro di sé, una catabasi psichica in cui il bambino smarrito è anche la parte più fragile e primordiale della propria identità. Nella tradizione psicoanalitica, il bosco è lo spazio dell’inconscio: un luogo senza coordinate, dove ci si perde per potersi ritrovare trasformati. E Gretel attraversa questo scenario in una serie di“piccole morti”, lutti sottili che segnano il passaggio dall’infanzia alla giovane età adulta. Il pupo-Hansel, con la sua immobilità, diventa il simbolo di ciò che resta indietro, ciò che va protetto ma anche lasciato andare. È nella sua ricerca affannosa, nella sua ostinazione, che Gretel compie un rito di iniziazione: elaborare le ferite, accogliere la perdita, accettare che crescere significa separarsi. Anche la strega non è più il mero antagonista della fiaba, ma appare come la materializzazione di un legame familiare che soffoca, un archetipo materno deformato da cui è necessario emanciparsi. Bruciare la strega significa allora bruciare le ombre dell’infanzia, recidere un cordone invisibile e attraversare la soglia che porta alla consapevolezza. In questa lettura, Hansel & Gretel diventa la storia di una metamorfosi: Gretel non salva soltanto il fratello, salva sé stessa. E ciò che ritorna alla luce del giorno non è più una bambina, ma qualcuno che ha imparato a portare il proprio buio senza temerlo.
HANSEL & GRETEL: la fiaba dai forti contrasti
Il lavoro della compagnia L’Ultima fila è dominato dal contrasto: dalla spensieratezza iniziale all’inquietudine del rapimento, dalle maschere scure e spettrali, ai costumi brillanti e dai colori esuberanti, dal carillon rassicurante al clarinetto dissonante. La fiaba diventa così un viaggio enigmatico, quasi onirico, in cui ogni scena apre un possibile significato e subito lo ritrae. Anche il finale è un risveglio solo apparente: “La notte lasciava il posto al giorno, ora tutto sembrava essere un sogno. Ora Gretel sentiva pace.” Una pace lieve, forse provvisoria, un sogno ad occhi aperti, che si chiude esattamente dove si era aperto. Hansel & Gretel nel lavoro de L’Ultima Fila è una fiaba che offre lo spazio per rileggere le nostre paure, le nostre perdite e i nostri ritorni.
Visto il 30 novembre, Teatro Moderno, Impruneta
HANSEL & GRETEL
Con Alice Mignolfi e Giacomo Cassetta
Drammaturgia, luci e regia Giacomo Cassetta
Scenografia, maschere e puppet Alice Mignolfi e Riccardo Dal Cin
Costumi Grazia Biagoli
Musica Steven Settinger
Supervisione coreografica Bianca Bonechi
Scenografia realizzatrice Caterina Camiciotti
Registrazioni Guido Calabrò
Voci narranti Alice Mignolfi e Silvia Parenti


