GRAN TEATRO ANATOMICO @ Istituto Rizzoli: anatomia di corpo e spirito

In scena fino al 22 novembre (quasi tutte esaurite le date in programma) il nuovo inedito lavoro di Archivio Zeta: GRAN TEATRO ANATOMICO, drammaturgia liberamente ispirata al romanzo I vagabondi della scrittrice premio Nobel polacca Olga Tocarczuk nell’ambito del progetto Vista Paradox. Negli spazi storici (e ancora operativi) dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, presso l’ex convento di San Michele in Bosco, i viaggi – reali ed immaginifici – di tre personaggi si intersecano in un flusso continuo che ripercorre la storia del corpo umano e della sua consapevolezza, in un intreccio tra vita e morte, tra corpo e anima, tra ragione e sentimento. Come sempre sono le domande a far da padrone in un testo che ancora una volta conferma la straordinaria capacità di introspezione e di analisi della letteratura, tradotta in drammaturgia senza tempo dal talento della coppia Guidotti/Sangiovanni.

Il corpo umano: presa di coscienza dopo la morte

Gianluca Guidotti in GRAN TEATRO ANATOMICO (foto di Franco Guardascione)
Gianluca Guidotti in GRAN TEATRO ANATOMICO (foto di Franco Guardascione)

“Oggi si soffre e si fa soffrire, si uccide e si muore, si compiono cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle (..) Tutto il resto non conta.” E’ qui un Curzio Malaparte disilluso e disarmante che allontana ogni trascendente velleità da quel corpo la cui pelle è un abito che siamo oltremodo interessati a salvare. Non c’è più posto per l’anima nella Napoli de La Pelle devastata dal ciclone bellico di metà Novecento. Per natura è il corpo che, pur perdendo la vita, resta, insieme al desiderio umano innato di dimostrare che il passaggio non è stato vano: nel culto della preservazione dei corpi si dimostra un rispetto degli stessi che supera spesso quello che gli riserviamo in vita. Da Abramo ed Antigone, passando per la tradizione egizia, il corpo che abitiamo guida la presa di coscienza del nostro essere qui e ora. Ma solo dopo la morte.

Il dolore, strumento di conoscenza e di coscienza

Enrica Sangiovanni in GRAN TEATRO ANATOMICO (foto di Franco Guardascione)
Enrica Sangiovanni in GRAN TEATRO ANATOMICO (foto di Franco Guardascione)

La gamba amputata dell’anatomista fiammingo Philip Verheyen, il cuore strappato all’inumazione del musicista Chopin, il corpo impagliato ed esposto di Angelo Soliman: la morte è fil rouge delle storie dei vagabondi che Archivio Zeta ha scelto di rappresentare. E se sullo sfondo della morte si animano antiteticamente i protagonisti, è il dolore il motore delle loro vicissitudini. Un dolore nel quale coesistono la sua natura intrinseca e la consapevolezza dell’essere sostanza viva in uno stato di consustanziazione che ben prima del cosiddetto secolo dei lumi ha spostato la lente sulla precarietà del dolore per scoprire la perfezione anatomica e fisiologica della nostra macchina (“gli uomini sono come linee, piani, volumi”). Cos’è, però, che trascende questo dolore e lo amplifica nella direzione della compassione?

Le storie di GRAN TEATRO ANATOMICO: il grido dell’anima

Andrea Maffetti in GRAN TEATRO ANATOMICO (foto di Franco Guardascione)
Andrea Maffetti in GRAN TEATRO ANATOMICO (foto di Franco Guardascione)

“Mi fa male qualcosa che non esiste”. Philip Verheyen (Andrea Maffetti), nella massima consapevolezza della sua condizione di sofferenza fisica per l’amputazione e la sostituzione della gamba con un arto protesico in legno, non può darsi altra spiegazione: l’anima è la risposta, capace di far male quanto il corpo e pertanto fatta della sua stessa sostanza. E’ l’anima dei vivi che grida il proprio dolore anche per i morti: è così per Josefina (Ermelinda Nasuto), figlia di Soliman, che pretende la restituzione del corpo del padre, schiavo africano finito alla corte asburgica e ora esposto nella Wunderkammer dell’imperatore; ma è così anche per Ludwika (Enrica Sangiovanni), rimasta lontana dal fratello musicista Fryderyk e decisa ad esaudire la sua volontà di essere sepolto in Polonia dopo esequie solenni sulle note mozartiane del Requiem. Mentre la prima purtroppo non riuscirà a far sentire il suo grido, trascritto nelle lettere indirizzate a Francesco I d’Austria, accusato di aver usato e poi ridotto a feticcio da esposizione il corpo del padre solo perché nero, Ludwika vincerà gli ostacoli che si sono frapposti alla realizzazione del sogno del fratello ma questo non basterà per soddisfarla. Il furto del suo cuore e il suo trafugamento nella terra madre lasceranno comunque aperta una ferita copiosa di rabbia a fiotti, pronta ad esplodere nell’unica flebile luce al centro del chiostro ottagonale nel silenzio della notte bolognese. “Vada in malora questo mondo di merda!”

L’apparato scenico di GRAN TEATRO ANATOMICO

La coppia Guidotti/Losacco in scena per GRAN TEATRO ANATOMICO (foto di Franco Guardascione)

Partendo dalla biblioteca storica fino alla monumentale sala Vasari, passando per il chiostro e gli ampi corridoi, GRAN TEATRO ANATOMICO esplora gli aspetti controversi della natura umana cercando nella morte e nel culto del corpo il bandolo della matassa, partendo dagli studi di anatomia straordinariamente rappresentati dai disegni conservati nell’archivio storico dell’istituto bolognese. Stampati su enormi tappeti ed arazzi così come sui costumi (capolavori di Emanuela Dall’Aglio), quelle visioni anatomiche, opere d’arte per un capolavoro della natura, hanno vestito gli spazi e gli attori in scena, lacerandosi passo dopo passo per scoprire la loro intimità profonda e rendendo gli essere umani incredibilmente vulnerabili nel loro tentativo di cercare delle risposte. Il processo di escavazione del corpo espone gli organi ma non si trova quell’anima che i protagonisti cercano di studiare e di salvare. Troppo finemente lacerata o addirittura malapartianamente ignorata? Citando un altro premio Nobel: “Codesto solo oggi possiamo dirti,/ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.  

La performance anatomicamente spirituale di Archivio Zeta

Ermelinda Nasuto in GRAN TEATRO ANATOMICO (foto di Franco Guardascione)
Ermelinda Nasuto in GRAN TEATRO ANATOMICO (foto di Franco Guardascione)

Con una tensione che non viene mai meno, neanche negli spostamenti che restano un tassello integrante e sensibile della drammaturgia e ai quali Archivio Zeta ci ha ormai abituati nel corso degli anni (si vedano le esperienze vissute al Cimitero Militare Germanico della Futa), il cast (completato egregiamente da Giuseppe Losacco e Gianluca Guidotti), con la complicità di un apparato musicale e sonoro estremamente efficace (consulenza di Patrizio Barontini), ha saputo rendere carne una dimensione spirituale che, nelle storie rappresentate, ha mosso il fervore intellettuale e la curiosità della rivoluzione scientifica così come la romantica ricerca di un sublime trascendentale in cui l’uomo potesse eternarsi. Quando in chiusura esplode inevitabilmente l’applauso del pubblico e l’emozione è ancora tangibile nei corpi degli artisti, in fondo sembriamo offrire un tributo anche al capolavoro del nostro corpo di cui in questo luogo ci si prende straordinariamente cura. E ancora una domanda risuona nella testa: com’è possibile che una macchina così perfetta possa altrettanto perfettamente autodistruggersi?  

GRAN TEATRO ANATOMICO

drammaturgia e regia Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni
linfa liberamente tratta dalle storie di Olga Tokarczuk
con Gianluca Guidotti, Giuseppe Losacco, Andrea Maffetti, Ermelinda Nasuto, Enrica Sangiovanni
consulenza musicale Patrizio Barontini
costumi Emanuela Dall’Aglio
assistenti costumi Ilaria Strozzi, Anna Gaiti
tecnica Elio Guidotti
grafiche stampe anatomiche Andrea Sangiovanni
cura delle relazioni Emanuela Rea
ufficio stampa Francesca Rossini – Laboratorio delle parole
foto di scena Franco Guardascione
grafica Silvia Galliani
produzione archiviozeta 2025

Lo spettacolo fa parte di VISTA PARADOX 2025 prospettive culturali realizzato con il sostegno del Comune di Bologna | Settore Cultura e Creatività, nell’ambito dell’accordo di programma con MiC Direzione Generale Spettacolo a sostegno di attività di spettacolo dal vivo nelle aree periferiche
e con il contributo di Regione Emilia-Romagna e Fondazione Carisbo
in collaborazione con IRCCS Istituto Ortopedico Rizzoli
nell’ambito del Patto per la lettura Bologna
ringraziamenti: Annamaria Milanesi e Sara Nanni (IOR), Maria Pia Cumani (Laboratorio di Disegno Anatomico, DiBINEM, Università di Bologna-Istituto Ortopedico Rizzoli), Kirsten de Graaf e Vincenzo Scorza

Visto all’Istituto Ortopedico Rizzoli (Bologna) il 26 ottobre 2025

Su Gufetto leggi anche La Montagna Incantata e La Notte

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Leonardo Favilli

Più che un critico, un appassionato di teatro che ha iniziato a raccontarlo dopo una pluridecennale esperienza da spettatore attento. Lo faccio dalle pagine della redazione fiorentina di Gufetto sempre alla ricerca di luoghi ed esperienze che vadano anche oltre la platea.