Lo Spazio Diamante, il 7 maggio, per l’ultima giornata dedicata alla VII edizione del Festival inDivenire 2026 ha proposto uno studio della Compagnia Open-Box dal titolo “GODLIKE” con la regia di Clara Addari ed Edoardo D’Antonio, drammaturgia Penelope Sangiorgi, scenografia Andrea Noviello, interpretato da Clara Addari, Edoardo D’Antoni e Francesco Providenti.
Lo studio introduce e poi sviluppa la vita di tre personaggi, sconosciuti tra loro, mostrando allo spettatore spezzoni della loro vita personale e focalizzandosi sul tema dell’interazione con la tecnologia, in varie forme, e su come questa possa influenzare profondamente le scelte e le azioni di ciascuno dei tre. Numerosi gli oggetti di scena e interessante l’utilizzo di grandi schermi che aiutano lo spettatore a capire come i tre ragazzi si interfacciano con la vita in un mondo costantemente in rete.

L’articolo è stato prodotto nell’ambito del Laboratorio di Visione di Teatro realizzato da Gufetto.
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Contenuti
Di cosa parla GODLIKE il lavoro-studio della Compagnia Open-Box?
La tematica del rapporto con la tecnologia e con i social media è un argomento attualissimo e molto controverso. Lo spettacolo vuole sottolineare come tre individui appartenenti alla così detta “Generazione Z” o “Zoomers” sempre connessi, attenti all’ambiente e ai diritti sociali, sostenendo valori di autenticità inclusione e sostenibilità, affrontino diverse sfide che la vita gli pone davanti, perdendosi chi in giochi open world, chi nella trappola dei social media e chi in estremismi ambientalisti.
L’approccio di Arturo (Francesco Providenti) al mondo del Console Gaming nel 2004 è il primo contatto con il mondo tecnologico che viene mostrato allo spettatore. Poi vengono presentati Enrico (Edoardo D’Antonio), che nel 2017 apre il suo canale, il “Fancazzo Channel”, registrando il suo primo video live e poi Luana (Clara Addari), ballerina professionista, che nel 2024, tornando da una degenza in ospedale, affronta la consapevolezza di non poter più ballare a causa dell’infortunio subito e che, per superare lo sconforto, focalizza tutte le sue energie su catastrofi naturali, inquinamento e altri temi legati all’ambiente.
Il Messaggio di GODLIKE

L’utilizzo esasperato degli strumenti tecnologici, spesso causato da profondi bisogni non soddisfatti o da vuoti emotivi da colmare, può portare l’individuo a forti momenti di smarrimento, isolamento, rabbia fino a un distacco dalla realtà stessa. I tre protagonisti, infatti, si trovano ad affrontare delusioni, solitudine o assuefazione da consenso perdendosi nel dedalo e nelle trappole del world wide web.
Enrico, il gamer, non riesce ad affrontare le sue insicurezze e si isola sempre di più intessendo esclusivamente rapporti con avatar virtuali. Le sue interazioni con il mondo avvengono esclusivamente attraverso tastiera, schermo e microfono, atteggiamenti sempre più comuni nelle giovani generazioni di tutto il mondo e che hanno portato allo sviluppo del fenomeno degli “hikikomori”.
Enrico costruisce la consapevolezza di sé stesso attraverso un insaziabile bisogno di conferme, consensi, rassicurazioni e approvazione dell’algoritmo che sfociano in un distacco dalla realtà tale da fargli definire chi lo osserva e lo supporta non più come follower ma come discepolo citando spesso l’antropologo Gustave Le Bon.
Luana invece, dopo una profonda delusione, riempie il suo vuoto interiore approfondendo all’esasperazione temi legati all’ambiente isolandosi anche lei da amici, familiari e conoscenti fino all’affiliazione a gruppi ecologisti insurrezionalisti conosciuti in rete. L’isolamento che porta a radicalizzazione.
Scelte interpretative e le soluzioni scenografiche dalla Compagnia Open-Box
Le tematiche vengono portate in scena, come se le vicende dei personaggi avvenissero parallelamente in tre stanze differenti.
I monologhi dei tre ragazzi spesso si sovrappongono trasmettendo all’osservatore un senso di smarrimento e iperstimolazione tipico del mondo costantemente connesso di oggi. L’utilizzo di questa scelta interpretativa, tuttavia, riproposta in numerose parti dello spettacolo, rischia di rendere lo spettacolo poco accessibile.
Il tema spigoloso e originale rende la rappresentazione accattivante e stimolante per l’osservatore. Emerge, la necessità di alcuni approfondimenti sui personaggi e le loro interazioni per rendere più leggibili al pubblico le scelte di ciascun soggetto. Il personaggio dell’influencer, ad esempio, se interagisse con il pubblico esclusivamente attraverso lo schermo e fosse invece solo un’ombra quando offline sottolineerebbe ancora di più la differenza tra la meravigliosa vita mostrata in rete e le costanti sfide di quella reale.

La messa in scena di Godlike: gli schermi
La scena è suddivisa in tre aree due laterali e una centrale che rappresentano ciascuna una stanza da letto. In ogni stanza sono presenti numerosi oggetti di scena con i quali gli attori interagiscono. Davanti a ogni stanza uno schermo connesso ai cellulari o ai laptop degli attori.
Molto interessante l’utilizzo di tre schermi, uno per ogni personaggio, sui quali vengono proiettate le immagini, gli articoli o i video che i protagonisti vedono sui propri device permettendo così allo spettatore di comprendere meglio le loro azioni e scelte.
La decisione di posizionare gli schermi nella parte bassa del palco purtroppo non permette, agli spettatori seduti a partire da metà sala, di vedere bene le immagini proiettate perché coperte dagli spettatori seduti nelle file più vicine al palco perdendo così uno degli elementi chiave per la lettura e la comprensione della rappresentazione.
GODLIKE può diventare uno spettacolo?
La regia è riuscita bene a esprimere alcuni temi come l’isolamento, l’insicurezza e il senso di vuoto interiore. Rappresentando puntualmente come tali sensazioni oggi possano facilmente essere sostituite, ma non risolte, da altri stimoli. Impulsi costanti, infiniti e confondenti provenienti da strumenti tecnologici sempre più avanzati, sempre più fagocitanti, sempre più manipolatori. In una società ultra social dove l’individuo è progressivamente più solo e fragile.
In un mondo in cui si parla sempre di più di Intelligenza Artificiale, non vedendo che l’emarginazione tecnologica potrebbe portare ad una Emotività Artificiale, il racconto di un utilizzo incosciente di tali strumenti diventa la forza di questo spettacolo.
Per rendere ancora più efficace il messaggio i tre diversi spazi, le “camerette” dei protagonisti dovrebbero avere maggior risalto e i tre schermi, elemento originale nonché filo conduttore delle diverse storie, dovrebbero essere protagonisti della scena e visibili da tutti gli spettatori.
Mi auguro di poter presto vedere in scena lo studio completo e perfezionato di questa compagnia che già in passato ha raccontato splendidamente, con lo spettacolo “Noi – studio per uno Stato Ultimo”, inspirato al romanzo “Noi” di Evgenij Ivanovič Zamjatin, il rapporto uomo-tecnologia.
Che cos’è il Festival Indivenire? – tutte le recensioni di Gufetto
Il Festival organizzato ideato da Alessandro Longobardi con la direzione artistica di Giampiero Cicciò presenta ogni sera 1 o 2 studi di massimo 30 minuti presentati da alcune compagnie e collettivi teatrali scelti attraverso un bando.
Ogni sera fino al 7 maggio il pubblico può votare lo studio più promettente e soprattutto, dibattere con la Compagnia a fine spettacolo per comprendere il significato della messa in scena e le scelte stilistiche.
Il Festival viene recensito da tutti i redattori di Gufetto nell’ambito del progetto di formazione interna alla visione e alla scrittura critica col supporto dei Redattori-Gufetti senior.
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