SE NON Àˆ IN FLUXUS, Àˆ PETRIFICATUS @ Palazzo Pretorio: l’esperienza dell’arte contemporanea

In occasione della mostra “Effetto Leonardo. Opere dalla collezione Carlo Palli”, si è tenuta al Palazzo Pretorio di Prato, Se non è in fluxus, è petrificatus, performance di arte contemporanea ispirata alla corrente novecentesca denominata appunto Fluxus. Protagonisti i due artisti e coniugi nella vita Philip Corner e Phoebe Neville che hanno stupito il pubblico presente coinvolgendolo in un percorso sensoriale che è poi continuato con la visita alla mostra aperta fino al 30 giugno con svariati appuntamenti collaterali già in programma.     

Se l’arte è davvero la massima espressione della realtà e delle sue sfaccettature in un preciso momento storico, per comprendere la performance di Palazzo Pretorio è necessario farsi uomini e donne di quegli anni Sessanta che hanno aperto la strada a quella fame di dinamismo e di novità che oggi cerchiamo di calmare con i social network. Laddove però la tecnologia multimediale ci vede spesso passivi, vittime di un algoritmico meccanismo in cui diventiamo carnefici di noi stessi, l’arte ha la capacità di porci delle domande costringendoci a trovare dentro di noi una risposta. Lontani dalle velleità di rappresentare dei maestri di vita, così come Montale implorava il lettore di non chiedergli “la parola che mondi possa aprirti”, gli artisti del secondo dopoguerra si sono fatti carico del caleidoscopico polimorfismo del loro, e del nostro, presente rivolgendosi all’intera sfera sensoriale. Non più quindi arte visiva ma arte esperienziale.

Nello spazio riservato usualmente alle conferenze, che abbiamo trovato troppo impersonale per l’occasione, i performer Philip Corner e Phoebe Neville hanno letteralmente distribuito onde sonore a partire dalle vibrazioni dei cosiddetti “gongs qui virvoltage”, realizzati da Michel Vogel, e dei cembali balinesi opportunamente percossi tra il pubblico sfiorandone spesso le orecchie come volersi avvicinare il più possibile all’organo uditivo e al suo sistema nervoso. Solo quando i due si incontrano e i gong vengono nuovamente accoppiati non vibrano più completandosi l’uno con l’altro. Appena il tempo di un breve titubante applauso e i due artisti si inoltrano in un esperimento corale per cui la ricerca musicale dello statunitense John Cage, dedita a dimostrare l’impossibilità del silenzio assoluto, anche all’interno di una camera anecoica perché il corpo umano stesso è fonte di suono, si trasforma in teatro. Se dentro la “gabbia” di John (evidente il divertissement lessicale con il significato del cognome del musicista) ci sono solo rumori umani fisiologici, al di fuori di essa, ovvero Out of John’s Cage, i rumori umani sono quelli dei presenti che sono pregati con appositi cartelloni di conversare tra loro, di urlare, di applaudire, di tossire e perfino di fischiare. A completamento della performance Corner e la moglie si sono prodigati in Canto comunale, un cantilenante esercizio di piegamento della schiena sincronizzato e di coppia accompagnato dal suono continuo e alternativamente crescente e decrescente delle due sillabe di Flu-xus, quasi ululate nel vento.    

Se non è in fluxus, è petrificatus è pertanto e prima di tutto un’esperienza in cui non ci sono pittori, scultori o architetti pronti a mettere in mostra la propria abilità ma due “tutor” in grado di provocare una reazione e costringerci a trovare in essa la risposta alla nostre proprie domande. Philip Corner e Phoebe Neville con aria quasi scanzonata sono riusciti ad instaurare un rapporto sensoriale con il pubblico che a fasi alterne ha saputo reagire in un misto di imbarazzo, titubanza, disorientamento e un pizzico di sudditanza psicologica, come se fosse posto sotto esame. Dove si trova la vera arte in questa performance? Lo è essa stessa oppure lo è il riscontro del pubblico? Difficile se non impossibile trovare una risposta esaustiva e soprattutto è inutile cercarla. “L’arte è un discorso sull’arte”: così detta il manifesto dell’arte concettuale di Ben Vautier proprio in mostra a Palazzo Pretorio. Se l’arte ha perso il suo significato sociale in quanto vittima del flusso che ci trasporta, allora non resta che applaudire i due performer perché, seppur solo per poco, hanno cercato di accompagnarci in mezzo alla corrente per farci singolarmente sentire “una docile fibra dell’universo”.

EFFETTO LEONARDO. OPERE DALLA COLLEZIONE CARLO PALLI

A completamento, nonché ragione stessa, della performance la mostra “Effetto Leonardo” allestita negli spazi di Palazzo Pretorio rende pubblica parte della collezione di arte contemporanea che il lungimirante collezionista ed imprenditore pratese Carlo Palli ha raccolto nei decenni. In omaggio al genio vinciano da cui il nome dell’esibizione, le opere sono state selezionate individuando un fil rouge in grado di interpretare l’influenza che ha avuto sulla contemporaneità nel tentativo di comprendere come sarebbe riuscito ad essere altrettanto rivoluzionario ed innovatore nel XX secolo, epoca da cui proviene la maggior parte delle opere.

Seguendo un percorso che si snoda nelle stanze dell’antico Palazzo delle Poste, attiguo al Pretorio, si scoprono molti degli elementi che hanno fatto dell’arte e dell’ingegno di Leonardo un patrimonio inesauribile e sorprendente. Perciò il suo iconico Uomo Vitruviano diventa il Ping Body di Stelarc, in cui non basta valutare la perfetta proporzione del corpo umano e delle sue parti in armonia tra loro per formalizzare l’antropocentrismo “divinizzante” dell’Umanesimo. E’ necessario spingersi oltre per trovare la divina proportione anche nei segnali che l’uomo scambia fisiologicamente con l’Universo e che un intricato sistema di rilevatori e sensori può registrare. E se in questo modo si riesce a discoprire il divino per mezzo delle sue manifestazioni, allo stesso modo un’entità esiste non solo in quanto tale ma tramite il suo fenomeno come una forza, modello fisico per spiegare le interazioni meccaniche tra corpi. Oppure come l’acqua che non c’è ma che ha scolorito le lettere della stessa parola che con il suo suono ci permette di associare un’immagine alla sua origine. E’ questo ciò che ci trasmette l’opera Acqua del fiorentino Giuseppe Chiari, massimo esponente italiano di Fluxus, la corrente artistica di cui Philip Corner, anche lui in mostra, è uno dei fondatori.

Non possono poi certo mancare i molteplici riferimenti e rifacimenti della Gioconda e le reinterpretazioni del suo Cenacolo che in epoca di iperconsumismo diventa Jesus Christ Superstore – Dinner for Twelve di Trinkewitz in cui sulla tavola imbandita la fanno da padroni involucri di hamburger marchiati con l’inconfondibile M gialla curvilinea e lattine vuote della celebre bevanda gassata zuccherata americana. E infine un po’ di intelligente e ironica dissacrazione la troviamo in Ben Patterson che con Thank you, Leonardo irride le invenzioni militaresche del genio rinascimentale figurandosi due ipotetiche lettere moderne di Cesare Borgia e Ludovico Il Moro che ringraziano per aver consentito loro di distruggere più facilmente vite umane seminando odio e terrore.

Parola d’ordine: istinto. Crediamo che alla fine del percorso iniziato con la performance della coppia Corner-Neville e completato con i pezzi della collezione Palli, non resti miglior guida dell’istinto per farsi trasportare dal flusso e riuscire a trovare la propria “urna d’acqua”. Solo una volta accomodati si può apprezzare la bellezza intorno. Se non ci si riesce l’arte non solo resta un discorso sull’arte ma ce ne allontana con il rischio di restare pietrificati, rigidi e inerti, destinati ad essere levigati dalla frenesia degli eventi senza via di scampo.

Info:
Philip Corner, Phoebe Neville
Se non è in fluxus è petrificatus
Gong/Orecchio – duetto con “les gongs qui virvoltage” di Michel Vogel, e cymballes balinaises
Out of John’s Cage / Fuori dalla Gabbia di John – con la partecipazione del pubblico
FLU–XUS canto comunale
Effetto Leonardo. Opere dalla collezione Carlo Palli
curatela Stefano Pezzato
in collaborazione con Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci
foto Fabrizio Garghetti

Museo di Palazzo Pretorio, Prato
5 aprile – 30 giugno 2019
 

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