PLUTOCRAZIA @ Teatro Magnolfi di Prato: l’eterna lotta tra Ricchezza e PovertÀ 

Fino al 21 maggio il piccolo Teatro Magnolfi propone PLUTOCRAZIA, un progetto teatrale a cura di Archivio Zeta e prodotto dal Teatro Metastasio di Prato che ancora una volta offre allo spettatore uno sguardo sulla contemporaneità attraverso gli occhi degli antichi. Stavolta è il turno di Aristofane la cui ultima commedia documentata è stata rivisitata ed arricchita dai testi del compianto economista Franco Belli, da installazioni audio e video e dai risultati della ricerca riportata nella pubblicazione “VENDERE E COMPRARE – processi di mobilità sociale dei cinesi a Prato”; un tuffo nella contingenza odierna e nella multiculturalità pratese affidato alla magistrale regia di Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, registi ed interpreti insieme a Ciro Masella

All’ingresso nel piccolo teatro ottocentesco lo spettatore viene accolto da un rumore metallico inizialmente indefinibile come di ingranaggio che subito lo proietta in una dimensione lontana da quella della platea di un teatro e più vicina, invece, a quella di una fabbrica: un disagio uditivo che già lascia presagire il sentimento di dissidio e di contrasto che percorre tutto lo spettacolo, fino a trascinare lo spettatore in un vortice di pensieri e di riflessioni capace di stordirlo e di sorprenderlo.
Punto di partenza per gli accadimenti è il testo antico di Aristofane nel quale viene inscenata la metaforica lotta tra il dio Pluto, ovvero il dio Denaro o la Ricchezza, e la Povertà, in una sorta di lotta di classe ante-litteram alla quale la rivisitazione contemporanea, affidata al professore economista Franco Belli e ai due registi ed attori Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, si ispira fortemente e ripetutamente. Sul palco, le vicissitudini di un padrone e del suo schiavo che, davanti all’Oracolo di Apollo, incontrano un cieco e iniziano a seguirlo secondo quanto indicato dal Dio; si alternano poi, oggetti e personaggi che nulla hanno a che fare con la commedia greca: cappotti di panno, macchine da cucire Singer di ultima generazione, costumi che ricordano l’Unione Sovietica della Guerra Fredda.
 

Dopo aver scoperto che il cieco protagonista è il dio Pluto, dio della Ricchezza, si svela la brama di denaro che ha spinto il padrone, interpretato da Gianluca Guidotti, a rivolgersi ad Apollo seguito dal suo schiavo, impersonato da Ciro Masella, con un atteggiamento misto di fastidio e di complicità. Un fastidio derivato dalla consapevolezza che “il corpo non è tuo ma di chi lo ha comprato” e di silente complicità perché in fondo, “è così che va il mondo”: un mondo nel quale il binomio disonestà-ricchezza è inscindibile proprio a causa della cecità di Pluto che, punito da Giove, non può distinguere i buoni e gli onesti cui rivolgere il proprio sguardo e la propria benevolenza. Nonostante ciò, l’infimo livello cui il mondo contemporaneo è sceso, testimoniato da riferimenti molteplici allo scenario geopolitico internazionale (il Presidente Trump, la caduta di Gheddafi in Libia, la corruzione della politica italiana), portano il dio Pluto ad implorare i due uomini di non preoccuparsi della sua vista perché è meglio restare ignari della realtà che sembra ormai aver imboccato un vicolo, appunto, cieco. 

Si presenta così uno scenario quasi apocalittico in cui lo spettatore è confuso e stordito anche grazie alla posizione che i personaggi assumono sul palcoscenico, disposti su più livelli realizzati con una larga scala, quasi a voler sottolineare che, nell’antica Grecia come oggi, il livello sociale conta e nonostante i due mondi così lontani siano accomunati dalla parola “Democrazia”, quest’ultima ormai ha lasciato il posto ad una “Plutocrazia” dove la figura della Ricchezza è predominante, così come lo è l’interpretazione di Enrica Sangiovanni che occupa la scena riuscendo a far percepire la propria superiorità di “dio” rispetto agli altri personaggi che spesso sfiorano la caricatura sia nelle movenze sia nel tono della voce. Proprio a questo punto dello spettacolo Ciro Masella ci offre una efficace interpretazione moderna di un comizio comunista in cui i gesti e i contenuti sono quelli più tradizionali se non addirittura triti. Ecco perciò che si ripresentano i concetti di lotta di classe, di ridistribuzione della ricchezza che può portare la pace e mettere fine alla discordia; il tutto dal bordo del palco come se il compagno volesse eliminare il divario con il pubblico “plebeo” seduto in platea. Sono però l’atteggiamento poco convincente, nonché il risvoltino ai pantaloni – un richiamo radical chic alla moda contemporanea- che convincono lo spettatore che ciò non basta, che quasi lo fanno sorridere, come se a parlare fosse un cabarettista, con la consapevolezza di ciò che la Storia ha dimostrato.

L’uscita dal vicolo cieco richiede un intervento più autorevole che provenga ancora più dal basso e per questo dal fondo del teatro spunta nuovamente Ciro Masella in una convincente e sempre caricaturale interpretazione di Karl Marx che, attonito, ascolta le parole del padrone sempre in scena a fungere quasi da regista e da coordinatore delle scene che si susseguono in un ordine temporale volutamente scardinato. Parole che finalmente chiariscono al pensatore e filosofo tedesco il perché dell’ingiustizia sociale e della disuguaglianza secondo la visione della mitologia greca; una visione che amareggia l’uomo moderno e che allo stesso tempo lo porta a tradirsi quando realizza che, proprio a causa della cecità, “(la Ricchezza) non è mai venuta da me”. 

In un’atmosfera ormai surreale che intreccia un aulico lirismo diffuso ad una scenografia monocolore, essenziale e vagamente angosciante, la vicenda volge quindi al termine con l’ingresso di colei che avrà il compito di “restituire la vista”, di aprire gli occhi a tutti i presenti: il padrone, sempre sul palco e bramoso di denaro, Karl Marx deluso e amareggiato tanto che per lui i “compagni sono diventati una congrega della chiacchiera” , gli spettatori che ormai hanno perso ogni punto di riferimento e attendono altrettanto bramosi di uscire dal vicolo cieco. Colei è Povertà, interpretata autorevolmente e magistralmente da Enrica Sangiovanni, stavolta nel ruolo di “deus ex machina” della scena; dall’alto del suo piedistallo, inizia a sciogliere i nodi sviluppando un ragionamento puramente deduttivo, di stampo filosofico marxista, che stravolge per la sua incredibile semplicità e veridicità: voi siete la domanda, la Povertà è l’offerta.

In un mondo regolato solo dalla legge della domanda e dell’offerta che ha condotto alla “Ricchezza” del presente, privilegio di pochissimi (8 persone al mondo possiedono la ricchezza di 3 miliardi e mezzo di altri cittadini e il 70% della popolazione mondiale non ha accesso alle politiche economiche dei propri paesi), la miseria può essere combattuta solo con la Povertà che consente di riscoprire il valore del lavoro, dei mestieri. 
Sono essi infatti l’unica strada possibile per il benessere che non è fatto solo di denaro ma è fatto di rapporti umani e di sentimenti; una ricchezza diffusa, una ridistribuzione universale equa della ricchezza non può che condurci ad una vita di alienazione e di estraniazione in cui non c’è più quel senso di bisogno che è motore della volontà di imparare un mestiere, di sviluppare le proprie capacità di fare e di pensare. Solo la Povertà può, infine, essere la risposta al consumismo incondizionato imperante nella nostra società e soprattutto in quella dei grandi distretti manifatturieri. E proprio Prato è un laboratorio in cui al rumore dei telai di qualche anno fa si è sostituito quello metallico e dissonante delle macchine da cucire, sempre sul palco, per il confezionamento dei nostri capi di abbigliamento, dei nostri cappotti, che con movimenti meccanici da automa vengono prelevati da Povertà e distribuiti sul palco mettendo noi spettatori di fronte a noi stessi, così come gli operai sfruttati che li hanno realizzati ci vedono: tanti cappotti che nascondono un mondo che solo con le parole dei protagonisti può essere raccontato.

E’ perciò che in chiusura un video raccoglie le testimonianze di operai, ragazzi, uomini e donne della comunità cinese le cui parole vengono messe in bocca ai pratesi che spesso li vituperano, li ignorano o addirittura li rifiutano; la ricerca fatta da un gruppo di sociologi, economisti e linguisti è stata proprio lo spunto per la rivisitazione di questo spettacolo che, inscenato per la prima volta nel 2006, diventa una prima assoluta con questo nuovo allestimento. 

PLUTOCRAZIA è dunque un viaggio nel tempo che, a partire da Aristofane, mette a nudo quello che siamo diventati e il mondo come lo abbiamo trasformato noi come consumatori inconsapevoli, e come lo hanno trasformato i nostri politici, presenti e passati, e l’economia: i primi non hanno fatto altro che cercare di restituire la vista a Pluto senza capire che la soluzione è la Povertà, unica merce che non può essere compravenduta e quindi unico “Capitale” che potrà davvero arricchirci; la seconda sempre tesa solo alla crescita incondizionata frutto di una disuguaglianza sociale contro cui nessun Karl Marx può nulla e che solo con il consumo consapevole potrà essere finalmente combattuta.

 

Info:
5/21 maggio (lunedì 8 e lunedì 15 riposo) 2017 | feriali ore 20.45, sabato ore 19.30, domenica ore 16.30 | Teatro Magnolfi
Archivio Zeta
PLUTOCRAZIA
un contrasto economico, un collasso dialettico

un progetto di Archivio Zeta 
drammaturgia e regia GIANLUCA GUIDOTTI e ENRICA SANGIOVANNI
dal Pluto di Aristofane
traduzione Federico Condello
conflagrazioni Franco Belli, Noam Chomsky, 
Karl Marx, Goffredo Parise
riflessione teorica e ricerca empirica Fabio Berti, Valentina Pedone, Andrea Valzania, Sara Iacopini
con Gianluca Guidotti, Ciro Masella, 
Enrica Sangiovanni 
coro in video Agnese Belcari, Fabio Berti, 
Guja Iginia Del Bene, Tommaso Di Ienno, 
Giulia Fantastichini, Elena Franchi, 
Franca Giovannelli, Sara Iacopini, 
Elisabetta Lombardi, Silvia Mercantelli, 
Mauro Morucci, Deborah Pagliero, 
Andrea Valzania, Renzo Vannucchi
videoriprese/editing Federica Toci e Tamara Pieri (Il gobbo e la Giraffa – videoproduzioni)
partitura sonora Patrizio Barontini
luci Roberto Innocenti

produzione Teatro Metastasio di Prato

PRIMA ASSOLUTA

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