NATURAE @ Compagnia Fortezza: il simbolismo della parola che si è fatta carne e sale

Isolamento e contingentamento non hanno impedito alla Compagnia della Fortezza di liberare tutta l’energia onirica dei propri spettacoli. Dopo Beatitudo 2018 e Ouverture 2019 il regista e drammaturgo Armando Punzo ha portato avanti la saga di NATURAE che conclude le celebrazioni del trentennale della Compagnia (1988-2018) in attesa dell’evento finale previsto per il 2021. I due quadri in cui è suddiviso lo spettacolo si sono tenuti rispettivamente presso la Fortezza volterrana e presso la “cattedrale” dello stabilimento industriale delle ex Saline di Stato a Saline di Volterra, capolavoro moderno di Pier Luigi Nervi. Da “La vita mancata” al site-specific “La valle dell’innocenza” il rito sembra essersi compiuto nell’auspicabile attesa dell’evocato “vento dolce” della metamorfosi.

Prendere le distanze da un’idea di umanità per immaginarne un’inedita sognante dimensione da innestare nuovamente nella vita. Una parabola in cui l’uomo raggiunge consapevolmente un inconscio che per sua natura e definizione è la dimensione più lontana dalla coscienza. Una ricerca che è introspezione estrema in un tentativo di ripensare l’umanità dal di dentro perché non serve cambiare il mondo intorno a noi ma gli occhi con i quali lo si guarda. Tra le mura della storica Fortezza si entra, senza neanche bussare, in una dimensione onirica guidati da un Armando Punzo-Virgilio che forgia, lima e perfeziona ogni singola parola per rendere intelligibile questa realtà seppur nella sua ineffabilità: 100 minuti (su due quadri) da osservatori mentre i sensi assistono ad una progressione di colori, suoni, forme, veri e propri frammenti di psiche che nel loro susseguirsi non sempre trovano il loro incastro nel mosaico dell’esistenza che sta prendendo vita.

Nessuno come gli antichi si è avvicinato a questo obiettivo, laddove il Mito classico ha saputo incarnare quella beatitudine che nel suo progetto drammaturgico Punzo ha inseguito fino ad oggi: “diventare colui che inizia; colui che scrive la prima parola dopo un punto che dura interi secoli”. E proprio quando sembrava che ci fosse spazio solamente per il silenzio nel pandemico presente, ecco che il teatro prova a rinascere dalle parole che, come le immagini, vengono affidate, sibilline, al vento che provvidenzialmente spira per il I quadro nel cortile della Fortezza in una calda giornata di mezza estate. Una drammaturgia che racchiude la cromaticità sospesa e surreale di Dalì permeata da un raffinato gusto orientale in cui sembrano comparire i costumi di una Turandot pucciniana tra eleganti principesse e compìti servitori, mentre le parole fuoriescono scarne, ripetute, riecheggianti come se pronunciate sott’acqua. Un teatro che colpisce gli occhi ma che ricerca l’essenzialità della parola, mezzo per portare in superficie quei frammenti di psiche da un “porto sepolto” di ungarettiana memoria.

Inesauribile è la fonte laddove l’infinito non sta in una realtà sconfinatamente adimensionale ma in un essere finito che, suddivisibile in infinitesimi tasselli, diventa eterno perché mai completabile. Importante è non smettere mai di costruirlo quell’essere, importante è continuare a deporre “ogni giorno una pietra di sogno in quell’edificio impossibile”. Nel momento in cui riusciremo a comprendere che la mancanza è parte integrante della vita allora potremo liberarci dalla ragnatela che ci ingabbia o potremo uscire dallo psichedelico dedalo che ci ipnotizza per raggiungere un equilibrio celestiale, vagamente paradisiaco nel biancore abbagliante del sale e che si realizza, in sfida e paura, nel secondo quadro.

Qui nel Padiglione Nervi ritornano quei simboli segreti, impliciti, attesi e inattesi, che si giustappongono e si alternano in una danza comune: centrifughi e misteriosamente centripeti, perché ognuno è parola di un metodo inimitabile che usa questo codice per rimandare a un nucleo pulsante, quello creativo di Armando Punzo. Un simbolo dopo l’altro, o in onde, che riconosciamo. Ritroviamo la mela mangiata sensualmente e poi lanciata nel sale, e poi il demiurgo che modella il suo nuovo uomo riecheggiato dallo stesso Punzo che tornisce la sua umana creazione specularmente al suo performer. Ritroviamo le lenzuola stropicciate del Cristo velato: donna, stavolta, in veste di Eva, nuda, che assiste all’intera performance nella montagna di sale sul fondo circondata da mani gigantesche. Tornano le canne rosse che vengono puntate contro gli spettatori, i velieri adorni di piume leggere che i performer trasportano, prima in capo e poi in mano, in ampi cerchi. Ritroviamo il Verbo degli Uccelli negli incredibili costumi che da soli costituiscono gran parte dello stupore visivo e visionario.

La frammentarietà dell’essere che non ha una trama di vita è forgiata dalla parola (misteriosa, ieratica, indecifrabile, frammento di specchio fatto ondeggiare e brillare, richiamo per far uscire un uccellino dal bosco, trappola e miele) che non tende, certo, a una fabula teatrale consueta. Non ci sono ruoli da incarnare, o personaggi in una serie di rapporti. Nei monologhi altamente poetici, pronunciati con il perfetto tono di questa Compagnia, a metà tra estasi e straniamento, le parole si evolvono: da originari lampi, grumi di senso, che singolarmente esaminati ci porterebbero al montaliano “anello che non tiene”, costruiscono veramente un percorso di senso laddove, attraverso i termini base della classicità e del mito (“ananke, tyke, casualità, fortuna, il toro e le sue vergini, un evento universale come la guerra di Troia”), il rito cosmico del teatro evoca e riconosce come affini le categorie cosmiche della nostra civiltà.

Naturae qui nella salina non è ekfrasis: non si tratta di mettere in competizione due arti diverse, recitazione e pittura, ed evocarle una nell’altra. Si tratta invece di usare una per dar vita all’altra, in un evento d’arte che non trascura niente, e di cui tutto fa parte. La voce inimitabile di Lui, collegato solo per un filo al mondo iperuranico, esistenzialmente sempre sospeso sulla scala scarlatta, fra cielo e terra, in doppia dimensione. Il caldo e il sale, la litania disturbante degli scatti dei fotografi, la musica viscerale e impalpabile di Andreino Salvadori, tra I e II quadro, il gioco eterno del rosso e del bianco, un mondo di latte e sangue. L’attenzione e la pena degli spettatori, i rumori e il momento: “lasciami vivere questo momento” perché “sto bene qui”.

Guarda che meraviglia, sorride davvero” commenta una giovane spettatrice in un momento chiave dello spettacolo, quello in cui Armando Punzo, in piedi sulla scala rossa, in equilibrio celestiale, in sfida e paura, ecco, appunto, sorride. E sorride davvero, e nel suo sorriso, luciferino e solare, c’è tutto il suo incarnare il rito sacro che si sta svolgendo. E il segreto della Compagnia della Fortezza, che non recita, sta nella citazione di Sallustio, molecola di uno dei monologhi, relativa in origine a mito e rito: “queste cose non avvennero mai, ma sono sempre”. In questo teatro contemporaneo lo spettatore sente di viaggiare costantemente su una sottile linea di confine: quella tra un simbolismo, multiforme e dinamico, grande risorsa della drammaturgia della Compagnia, e il dogmatismo, ieratico e monolitico, che rischia di ostacolare quel “vento dolce” della metamorfosi nel quale segretamente confidiamo per l’evento conclusivo del prossimo anno.

Info

NATURAE

drammaturgia e regia Armando Punzo

produzione Carte Blanche  –  Tieffe Teatro
con il sostegno di MiBACT – Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, Regione Toscana, ACRI-Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio Spa, Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, Comune di Volterra, Comune di Pomarance, Ministero della Giustizia Casa di Reclusione di Volterra

musiche Andreino Salvadori

foto Stefano Vaja

I quadro

LA VITA MANCATA

Fortezza Medicea/Casa di reclusione di Volterra, 2 agosto 2020

II quadro 

LA VALLE DELL'INNOCENZA

Padiglione Nervi presso ex Saline di Stato a Saline di Volterra, 9 agosto 2020

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