Si torna a respirare profumo di drammaturgia internazionale al Metastasio di Prato con GARDEN PARTY, lavoro firmato dal regista e autore ceco Alexandre Pavlata che ha voluto concludere in Italia una tournée attraverso vari paesi europei insieme alla sua Compagnie n.8. Provenienti dalla Francia, attori ed attrici hanno voluto “divertirsi” tra di loro e con il pubblico in una festa che è vortice di dissolutezza, ostentazione, arroganza e superficialità mentre il lato umano lascia, sorso dopo sorso, il posto ad una follia animalesca ed incontrollata. Una parodia condita di caricatura e di satira che strizza l’occhio alla tradizione cinematografica italiana ed internazionale degli ultimi sessant’anni.
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GARDEN PARTY: si dia inizio alla festa!

Metti una sera a casa da amici, un giardino elegante, divani in pelle bianca, qualche bottiglia già pronta sui tavoli, calici in attesa dell’agognato nettare, lampadari sospesi su due argani che dagli angoli incombono sulla scena. La serata di GARDEN PARTY appare di quelle importanti, con gli uomini in papillon e le donne che sfoggiano abiti succinti dai colori sgargianti, acconciature curatissime e tacchi mozzafiato. Insomma, ci sono tutte le carte in regola per trascorrere una serata di baldoria, musica e risate. E noi tra il pubblico non attendiamo altro che divertirci con gli artisti appena entrati in scena con il passo cadenzato di chi si ammira e sa di essere ammirato, tanto da mettersi subito in posa per uno scatto iniziale. E’ tutto pronto. Sorridete. La festa sta per iniziare!
GARDEN PARTY: un macabro circo dove le bestie siamo noi
Passano pochi minuti che il cielo inizia ad oscurarsi oltre la notte. Nella noia che quel quadretto sembra ispirare, un cliché mille volte addossato all’alta borghesia ricca di una qualsiasi metropoli del mondo, serve alzare sempre più l’asticella dello stupore e del divertimento. Non basta più l’ironia per innescare ilarità e il gioco si sposta su un campo minato: a dadi si mette in palio la vita che con il suo contraltare, la morte, si scambia il ruolo di protagonista. Gli artisti sul palcoscenico – attori ed attrici, ballerini e ballerine, atleti ed atlete, cantanti e saltimbanchi – esondano in platea con il loro entusiasmo sempre al confine tra riso e derisione, sogghigno e ilarità, pronti a lisciarci il capo mentre disprezzano la nostra povertà così miseramente normale. Sempre però col sorriso sulle labbra – seppur all’occorrenza iniettate di collagene dagli improbabili effetti collaterali. Dal proscenio non esitano a lanciare al pubblico ossi o finte banconote, noccioline e banane prima di trasformarsi essi stessi in animali in un circo sul quale aleggia un’aura macabra e mortifera, culminata nell’uccisione delle bestie per opera delle donne bracconiere sul palco.
GARDEN PARTY: la sovversione dei valori

Passo dopo passo, una giostra luttuosa va delineandosi davanti ai nostri occhi ma ormai un meccanismo comico per contrappasso è stato innescato e il pubblico non smette di assecondare il riso degli artisti in un esercizio collettivo di esorcismo dei mali e dei vizi del benessere del nostro presente. L’unica ragione di pianto e disperazione è la fine dello champagne, assurto a totem valoriale, icona del godimento hic et nunc, subitaneo ed irrinunciabile. Andare a recuperarne una nuova bottiglia si trasforma pertanto in una missione impossibile degna di Umberto Nobile, con tanto di sporta a ruote per affrontare la tempesta sulle note di My heart will go on suonate dagli attori/ottavinisti in scena. Solo la comparsa della tanto agognata Magnum, Sacro Graal del XXI secolo, riuscirà a riportare la serenità. E allora è il momento della disco e del ballo sfrenato mentre Raffaella Carrà, sorrentinianamente e perentoriamente, chiede a noi di cominciare a far l’amore in versione remix.
In GARDEN PARTY non si salvano nemmeno i nobili sentimenti
C’è spazio anche per la parodia di più nobili sentimenti in questo GARDEN PARTY. Di fronte all’amore che uno degli invitati esprime e dichiara alla donna che vuole come compagna di vita – pronta tuttavia a festeggiare baciando poi tutti gli uomini presenti – nessuno può restare indifferente e serve celebrare i promessi sposini. In un frangente di commedia genuinamente sincera e comicamente riuscita, i due sono appesi ai due argani manovrati dagli altri per lasciarli volteggiare goffamente mentre cercano di intonare la melodia de La Bella e la Bestia, cliché esso stesso deriso dell’innamoramento da libro Harmony.
GARDEN PARTY: chi semina vento raccoglie tempesta

In una spirale vorticosa ed inesauribile, la vera chiave di volta è il maggiordomo, alter ego di ognuno di noi e sinistro personaggio che, nella sua quasi invisibilità fino alla chiusura, sembra tramare contro gli scapestrati invitati, come da tradizione. Ci pensa lui a render pan per focaccia ai debosciati che si fanno beffa dell’umanità: se vi divertite così tanto a gettare merda sulla genuinità dei sentimenti e dei valori, quella meritate vi sia servita. In un finale che rimanda immediatamente alle pasoliniane Giornate di Sodoma, gli artisti mangiano per poi rigettare quella sostanza ripugnante perché in fondo non possono farne a meno: non riescono a smettere di gettare merda sul mondo, a costo di restarci dentro fino al collo. E tutto sommato non sembrano nemmeno disprezzarla, in una sorta di assuefazione estrema al male e al suo peggio.
GARDEN PARTY: una parodia universale in grammelot
Con GARDEN PARTY Pavlata ed il suo nutrito gruppo di eclettici artisti ed artiste (Benjamin Bernard, Stéfania Brannetti, Grégory Corre, Carole Fages, Matthieu Lemeunier, Fabrice Peineau, Hélène Risterucci, Frederic Ruiz, Charlotte Saliou) hanno mischiato con maestria caricatura, parodia e satira di un presente che è universale come il grammelot, linguaggio inesistente – poche le incursioni in altre lingue europee – fatto di versi, grida, gestualità e suoni. La comunicazione col pubblico si è quindi posta su un livello quasi pregrammaticale, primitivo, dove la musica ha assunto un ruolo fondamentale – non solo le melodie pop già citate ma financo Wagner e le sue Valchirie – in quanto forma d’arte priva di confini geografici ed intellettuali. Ad accompagnare e a caricare di enfasi fino all’iperrealismo, le luci curate da Aurélien Lorillon, efficaci e complici della stupidità preponderante. Un vaudeville felliniano amplificato all’ennesima potenza con ferocia ed irriverenza in salsa di cattiveria che prende a sua volta in giro se stesso: non potremmo che definire così il party cui siamo stati invitati. E, strano a dirsi, anche noi ci siamo divertiti, nonostante tutto.
Visto al Teatro Metastasio (Prato) il 23 marzo 2025
GARDEN PARTY
un progetto di Alexandre Pavlata
con Benjamin Bernard, Stéfania Brannetti, Grégory Corre, Carole Fages, Matthieu Lemeunier, Fabrice Peineau, Hélène Risterucci, Frederic Ruiz, Charlotte Saliou
coreografie Philippe Ménard
luci Aurélien Lorillon
costumi Stéfania Brannetti e Jeanne Guellaff
produzione Compagnie N°8
assistenza alla creazione e co-produzione Le Fourneau – CNAR en Bretagne – Brest (29), Le Moulin Fondu – CNAR de Noisy-le-Sec (93), L’Atelier 231 – CNAR de Sotteville-lès-Rouen (76), Les Usines Boinot – CNAR en Poitou-Charentes – Niort (79), Le Boulon – CNAR Vieux-Condé (59), La coopérative De Rue et De Cirque/2R2C – Paris (75), Le Temps des rues – Paris (75), la D.R.A.C. Ile de France, ministère de la culture et de la communication
Spettacolo internazionale in collaborazione con Gruppo Colle


