Con un’originale rilettura del capolavoro letterario FRANKENSTEIN la regista e drammaturga Ivonne Capece al Teatro Cantiere Florida di Firenze, intreccia la storia del Dottor Frankenstein e della Creatura con quella dell’autrice Mary Shelley, e delle sfide che dovette affrontare come donna e artista nel XIX secolo. Cruciale il rapporto con la madre, la celebre scrittrice e attivista femminista Mary Wollstonecraft, morta ne darla alla luce, fantasma ingombrante e musa ispiratrice. Il dialogo ossessivo con lei si dipana in una sofferta elaborazione del lutto e della perdita, tanto presente nella vita dell’autrice e, di riflesso, nella sua opera letteraria. Cuffie wireless, ambientazioni virtuali e audio in binaurale, permettono un viaggio immersivo e onirico nel romanzo e, al tempo stesso, nella mente e nell’emotività della sua autrice, con un risultato sorprendente, a tratti volutamente disturbante e densissimo di spunti di riflessione.
Articolo a cura di Sandra Balsimelli e Alessandra Panzini
Contenuti
FRANKENSTEIN: l’intreccio tra biografia e narrazione

Un palco vuoto, passi risonanti nel buio, al centro un telo che diventa via via pagina bianca o schermo di proiezioni, luci di taglio che danzano con i gesti dell’artista. Il contrasto netto tra buio e luce accompagna tutta la rappresentazione, evocando i toni esasperati e salvifici di un quadro di Caravaggio. L’attrice in scena con un manichino nero, con cui intesse un dialogo come fosse un Avatar o un Cyborg, racconta in prima persona la vita di Mary Shelley e la nascita della sua opera più celebre, tragicamente intrecciata ai lutti che costellano la sua vita: orfana di madre, morta di parto, madre mancata di figli perduti alla nascita. Il percorso interiore della protagonista si affianca al gesto ricorrente di disvelamento del telo, a cui si toglie uno strato leggero come un velo ma accompagnato con la lentezza e la fatica con cui si scarnifica la coscienza, come un macigno.
La realtà aumentata e il confine con la finzione
La scena scarna si presta ad essere popolata da realtà aumentate, spazi virtuali multidimensionali evocati dalle proiezioni olografiche, che arrivano a sovrapporsi alla realtà presente fino a far perdere il confine esatto tra l’una e l’altra. Il tema della scissione percorre la scena e la drammaturgia, portandoci a vivere, insieme a Mary Shelley, il dramma della dicotomia tra l’ineluttabilità del suo talento e la coercizione alla rinuncia imposta dal suo tempo. La spinta alla femminilità e alla maternità, inseguita come un’utopia che sempre sfugge di mano, confligge con l’incapacità di dare e conservare la vita per le sue creature. La lucida indagine sui moventi dell’animo si accosta a momenti di emotività lacerante e intensissima, ma offerti di taglio, come non legittimati a prendere la scena, nel momento in cui è invasa dal dolore della perdita. L’elaborazione del lutto viene condensata in istanti che sembrano frutto di una castrazione emotiva autoimposta.
il rapporto negato con la creatività femminile in FRANKENSTEIN

Molti temi convergenti si stringono ad un unico fil rouge, il rapporto tormentato e negato con la creatività femminile in tutte le sue forme, declinate nel rapporto con la madre, la maternità, la produzione artistica. Il tema dello strappo e del tentativo struggente di ricucire, risanare, attraversa la storia dell’autrice e della sua opera, condannate all’impossibile tentativo di rimettere insieme i pezzi e ridar loro una vita che non sia un surrogato o una smorfia di umanità. La storia della Creatura sembra nascere dal sangue del parto che ha dato vita all’autrice. Il racconto della morte della madre, causata dalla setticemia indotta dall’indifferenza e l’imperizia di un medico, sembra speculare al Dott. Frankenstein che cerca di rimettere insieme frammenti umani e restituirli alla vita.
Un viaggio dentro di sè: Mary Shelley
Forse vita e letteratura si intersecano nel tentativo della Shelley di guarire, attraverso la scrittura, lutti insanabili che la divorano. Il viaggio dentro Frankenstein è un viaggio di auto-esplorazione, che richiama per contrasto molti spunti contemporanei di riflessione femminile e femminista su questi temi: dal capolavoro irriverente di Lanthimos Povere creature, dove il corpo della madre morta suicida diventa utero per la mente trapiantata della figlia e grembo del suo percorso di gioiosa e anticonformista autoaffermazione; alla struggente elaborazione del lutto femminile espressa da Chloé Zhao in Hamnet dove morte, maternità, corpo, terra, bosco si fanno un tutt’uno nella ritualizzzazione sciamanica della soglia tra vita e morte e dove il razionalismo scientista del mondo patriarcale cede il passo alla trasmissione di saperi femminili passati di madre in figlia; fino al testo iconico di Donna Haraway Manifesto cyborg, in cui scienza e tecnica cessano di espropriare il corpo femminile del suo potere e vengono proposti con ironia e gusto dello spiazzamento, come onde da cavalcare per emancipare le donne dalla condanna di genere, dalla loro alterità e sudditanza biologica. Ivonne Capece attraversa a ripetizione le fratture di questa ricerca, disegnando una sorta di uroboro della perdita, morte e nascita, senza lasciare risposte, ma solo complesse domande, suono di passi rimbombanti nelle stanze della mente e l’immagine levitata ed enigmatica della Creatura, una giovane donna contemporanea che aleggia proiettata nello spazio, come un un personaggio fluttuante di Chagall.
FRANKENSTEIN: multimedialità in scena

L’impiego costante di suggestioni virtuali e multimediali spinge questo spettacolo al confine mobile tra i generi. Il corpo e l’interpretazione intensa dell’attrice dialogano costantemente con presenze e suoni virtuali diffusi in ogni angolo del teatro: il delirio frammentato di una mente ossessionata, abitata da fantasmi, tesa nello sforzo di ricucire una coerenza tra la memoria e il desiderio. La volontà di ristabilire un’unità perduta, forse, parte proprio dalla separazione originaria dalla madre che, nel suo caso, ha anche voluto dire l’impossibilità di integrarla, emanciparsene. Le tecniche sonore utilizzate costringono il pubblico a mantenere la concentrazione su più livelli: il dipanarsi della narrazione sul palco e le voci, i passi, le presenze che si muovono intorno e letteralmente addosso allo spettatore, portandolo a seguire il flusso disordinato dei pensieri della protagonista. L’uso simultaneo di tutti gli strumenti tecnici è perfettamente sincronizzato al movimento dal vivo e funzionale a creare la suggestione della scena.
L’artificio del teatro

Ci si potrebbe chiedere: è ancora teatro un‘opera così fitta di artificio? Sì, perché il teatro stesso nasce da questo paradosso. Come la Creatura dell’opera di Mary Shelley, così, anche l’opera teatrale e forse ogni opera artistica, si costituisce di frammenti, tenuti insieme con art-ificio, per dare l’illusione della realtà. Luci, fondali dipinti, giochi di ombre cinesi, proiezioni olografiche: ogni epoca ha creato mezzi tecnici per scomporre e ricomporre la vita in modo da farla sembrare vera. La sensazione che ci resta è che la Capece, attraverso il viaggio cerebrale e caotico nella mente Shelley, voglia interpretare anche il delirio creativo di ogni artista, che si strugge per trovare il nesso, il nucleo, la perfezione, senza rassegnarsi alla constatazione che la verità è più della somma delle sue parti e la logica che scompone tutto in frammenti non basta a spiegarne il mistero. Ne esce un’esperienza totale e multidimensionale che sembra voler coinvolgere più la mente del cuore come se la vicenda narrata volesse farsi oggetto di studio per lo spettatore stesso, trasformato suo malgrado nell’analista di una narrazione, in cui ogni pensiero è spaccato in quattro per osservarlo con lucidità, tenendo a freno la tentazione autoassolutoria dell’empatia col personaggio, deciso a negarsi fino in fondo questo conforto.
FRANKENSTEIN
Regia Ivonne Capece
Con Maria Laura Palmeri (in scena), Lara Di Bello e Giuditta Mingucci (in video)
Drammaturgia Ivonne Capece
Assistente alla regia Micol Vighi
Sound designer Simone Arganini
Scenografie Micol Vighi
Costumi Micol Vighi
Postproduzione video Cristina Spelti
Light designer Cristina Spelti
Riprese video Lorenzo Salucci
Tecnica Angelo Generali
Produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale
Location video Fondazione Gualandi a favore dei sordi, Museo di Palazzo Poggi Bologna
Spettacolo con tecnologia audio binaurale in cuffie wireless.
Progetto europeo Play-On – New Storytelling with immersive technologies


