FRANKENSTEIN, di Guillermo Del Toro: un mostruoso rapporto tra padre e figlio

«Only monsters play God.»

Presentato all’82ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia e accolto da 13 minuti di standing ovation, Frankenstein, la nuova pellicola gotica di Guillermo Del Toro (Il labirinto del Fauno, La forma dell’acqua) è una rivisitazione del classico di Mary Shelley visivamente opulenta (alla Creamson Peak), sorretto da un cast di grande talento, che sceglie di spostare il focus della storia dal rapporto dell’uomo con i propri limiti (che la scienza permette di valicare) al rapporto dell’uomo con gli altri uomini e dei limiti interni che, talvolta, risultano invalicabili quanto quelli della fisica e della chimica.

Il rapporto padre-figlio e il trauma generazionale

Nella pellicola di Del Toro, il mito si trasforma nel più umano e doloroso dei cliché familiari. Discostandosi dai fatti narrati nel libro e calandosi in una tematica molto più cara al pubblico contemporaneo, Victor diventa l’erede di un rapporto familiare tossico: cresciuto tra un padre autoritario e una madre-oggetto, utile solo a produrre eredi, non riesce a fare altro che riprodurre lo schema che conosce. Quando riesce a dare vita alla sua creazione, risulta del tutto incapace di prendersene cura, lo picchia, lo deride e, alla fine, lo abbandona.

Come spiega lo stesso Oscar Isaac, interprete di Victor Frankenstein, parlando del suo personaggio:

«[…] It’s as if [Victor] created his broken, inner child and then wanted to reject it. And his inner child had to grow and chase him to the ends of the earth just to forgive him.» The Independent

È come se Victor avesse dato vita al suo stesso bambino interiore, spezzato, e poi l’ha voluto rigettare. Così il suo bambino interiore si è trovato costretto a crescere e dargli la caccia fino alla fine del mondo, soltanto per perdonarlo.

La Creatura non è solo un oggetto rifiutato da chi lo ha creato ma è anche, e soprattutto, lo specchio delle sue mancanze. Pertanto, insopportabile alla vista, come una parte di noi stessi che teniamo celata al mondo (o incatenata in cantina) perché nessuno possa giudicarci come sbagliati.

La codardia di Frankenstein

Victor è, infatti, al di là del suo genio, un codardo sul piano morale: teme la responsabilità, preferendo nascondersi dietro la scienza, dietro i soldi, dietro la promessa di poter diventare qualcosa di grande, anziché guardare in faccia la sofferenza che ha generato. La pellicola gli concede fascino, bellezza, dialoghi ispirati, eppure gli toglie il coraggio dell’etica. Victor è personaggio con molte qualità superficiali (particolarmente apprezzate in una società come quella contemporanea) e certamente del talento, ma è anche prontissimo a trincerarsi dietro le scuse (la scienza, il dolore, il destino) non appena gli si chiede di prendersi delle responsabilità. Victor manca di coraggio ed è la sua vigliaccheria a invertire le parti e renderlo il vero mostro della storia.

Diversità tra libro e film: cosa cambia e perché conta

«I’ve lived with Mary Shelley’s creation all my life. For me, it’s the Bible. But I wanted to make it my own, to sing it back in a different key with a different emotion.» Netflix

Ho vissuto con la creazione di Mary Shelley per tutta la vita. Per me, è la Bibbia. Ma volevo renderla mia. Cantarla in una scala diversa, con un’emozione diversa.

Del Toro non tradisce Shelley nei grandi snodi ma crea una propria visione personale: la creatura qui è più umanizzata della sua controparte letteraria, puntando sull’esplorare le conseguenze emotive delle azioni di creatura e creatore. Si tratta di una scelta che rende la parabola più contemporanea: meno orrore, più tragedia come responsabilità sociale.

Elizabeth: voce della cos­cienza e affinità con l’emarginato

Interessante, all’interno del contesto, la figura di Elizabeth, interpretata da Mia Goth. All’esterno, la donna è uno squisito ornamento vittoriano: il parallelo è con gli insetti, utilizzati all’epoca per abbellire gli abiti con i loro colori cangianti. Così appare lei stessa, visivamente accattivante, con abiti sgargianti sullo sfondo cupo delle scenografie. Ma sotto la superficie patinata dell’ornamento vittoriano, Del Toro ne fa il baricentro morale del racconto. Eterea ma tagliente, distaccata eppure in grado di comprendere molto meglio di Victor e di tutti gli altri uomini intorno a lei; figura che ascolta la Creatura più di quanto sappia farlo suo “padre”; è Elizabeth l’unica in grado di riconoscere dolore dove gli altri vedono orrore. È un’alleanza tra emarginati. Lei, sensibile, amante delle forme di vita più fragili, comprende e risponde alla sofferenza della creatura in una forma di empatia che smaschera la società nel suo rifiuto del diverso.

La guerra come fabbrica di corpi e il corpo come campo politico

La pellicola di Del Toro non è esente neanche dal messaggio politico. Dove una creatura viene prodotta assemblando la carne di altri esseri umani, la carne stessa va attinta da quella che è la vera fabbrica di morte del mondo: il campo di battaglia. Victor Frankenstein e il suo finanziatore, che dalla guerra si è arricchito a dismisura, passeggiano per i campi gelati, segnando i corpi adatti al loro esperimento come fossero capi di bestiame da comprare.

Oggetti, nient’altro, utilizzati per l’interesse di un singolo potente che, incapace di mettere un freno ai propri istinti, non esita a impiegare le proprie risorse solo a scopo egoistico. In questo senso «fabbrica di corpi» non è un’espressione figurata: il film mette in scena l’orrore industriale della morte e dell’uso del corpo come risorsa (di consumo o di esperimento) per arricchire chi detiene il potere. Un orrore che è concreto e mai neutro, ma sempre e da sempre funzionale a qualcuno.

Cosa funziona e cosa stona

Visivamente e sensorialmente il film è Del Toro al massimo: scenografie pratiche, makeup, scelte cromatiche e colonna sonora che esalta. Tuttavia, la spettacolarità a volte soffoca il ritmo narrativo, sbilanciato sul primo atto, e alcune scelte melodrammatiche possono apparire eccessive. Non un film per lo spettatore che cerca la fedele trasposizione letteraria ma un’interpretazione personale che parla al 2025, in alcuni punti in modo evidente, ma con l’intelligenza e la cifra stilistica che contraddistinguono il suo autore.

Conclusione

Il Frankenstein di Del Toro è un’accusa contro i legami familiari tossici, contro la viltà dei potenti, contro l’emarginazione, la guerra e l’oggettificazione del corpo. È un film che mette in scena la pietà come pratica politica: chi ha orecchie per ascoltare la voce dei «diversi» (Elizabeth, la creatura stessa) potrà riconoscere una lezione, anche scomoda. Non è un’operazione neutrale, e non vuole esserlo: è un film con uno specifico messaggio che spinge anche lo spettatore a prendere una posizione o, quantomeno, a porsi delle domande.

Regista: Guillermo Del Toro

Sceneggiatura: Guillermo Del Toro

Fotografia: Dan Laustsen

Scenografia: Tamara Deverell

Distribuzione: Lucky Red – Netflix

Durata: 149 minuti

Cast: Oscar Isaac, Jacob Elordi, Christoph Waltz, Mia Goth

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