Affrontare Beckett significa accettare un patto: entrare in un luogo dove l’assurdo è una condizione quotidiana e la realtà si riflette come in uno specchio incrinato. Il Finale di partita diretto da Gabriele Russo al Teatro Bellini ripropone quel patto con rispetto e intelligenza, riportando il testo a una concretezza sorprendentemente vicina al nostro presente.
Contenuti
FINALE DI PARTITA – Entrare in Beckett

Si entra in platea e la scena è chiusa, non dal sipario – ahimè, visto il mio viscerale amore per quel tendone – ma da un telo nero che, al momento di iniziare, si solleva. È la serata pensata per la stampa, ma il teatro è praticamente pieno, e già questo dice qualcosa del rispetto che ancora oggi porta con sé un titolo come Finale di partita.
Avere a che fare con Beckett, senza metterci a descrivere ora il suo stile e il suo teatro, ci lascia la libertà di interpretare ciò che avviene così come lo “sentiamo”. È un teatro che assomiglia sempre a un dialogo in cui dobbiamo metterci dentro qualcosa di nostro, fare attenzione a quali corde risuonano in noi, sapendo che non saranno necessariamente le stesse per gli altri. Ogni volta, a priori, questa cosa mi attrae, mi coinvolge e un po’ mi spaventa, quasi come se in scena dovessi andarci anche io.
Gabriele Russo parte proprio da qui: non da un Beckett-museo, ma da un Beckett-vivo, che ci chiede di sporcarci le mani – e la testa – con quello che vediamo.
FINALE DI PARTITA – Il contesto e la “trama”
Cominciamo riassumendo il contesto della “trama” – se così la possiamo chiamare – ben noti ai più: Hamm è un uomo maturo, cieco, su una sedia a rotelle; Clov è il suo giovane servo/figlio putativo; Nagg e Nell sono i genitori di Hamm, che hanno perso le gambe in un incidente in bicicletta e ora vivono con il figlio, relegati ai margini, per disprezzo ma anche un po’ per vendetta.
Tutti loro sono apparentemente nel mondo gli unici sopravvissuti a “qualcosa” di non meglio specificato, una catastrofe di qualche tipo, la cui natura non è veramente interessante nello svolgimento del testo, se non per la curiosità irrisolta che lascia nello spettatore, stimolato a fare le più svariate ipotesi. Intorno al loro spazio claustrofobico sembra non esserci “nulla”, in senso fisico e metaforico insieme, a volte più fisico, a volte più metaforico. Di sicuro anche tutte le provviste rimaste al mondo sono tutte e sole quelle accumulate (in un imprecisato tempo e modo) e gelosamente conservate da Hamm.
L’originalità è nella scenografia di FINALE DI PARTITA

Grande elogio al lavoro di Roberto Crea, perché le scelte scenografiche sono forse il vero elemento da cui scaturisce l’originalità. Vediamo una sorta di scatola posta sul palco, quasi un bunker o un container, in cui si snoda tutto l’appartamento orizzontalmente (cucina, soggiorno, bagno e una dispensa chiusa con una combinazione che non vediamo mai), e i bidoni della spazzatura del testo originale qui sono una vasca da bagno, che scompare a tratti dietro una tenda sudicia.
Non ci sono pareti interne, come se tutto fosse un unico lungo respiro forzato. L’immagine globale rende perfettamente il senso claustrofobico del dentro contrapposto a un “esterno” che non esiste.
Questo interno unico e continuo sottolinea il peso della convivenza, di un “dentro” che non lascia scampo dalle relazioni e dalle interazioni, che pure però sono completamente inefficaci e snervantemente vuote. Un vuoto dentro un altro vuoto.
L’arredamento (o quello che se ne intuisce) è quello di una qualsiasi “casa della nonna” italiana, con la carta da parati nell’ingresso e nel soggiorno, la porta di legno con il vetro al centro, la tenda da doccia bianca e invecchiata. E questa scelta di dettagli riconoscibilissimi dal pubblico è chiaramente fatta per proiettarci tutti immediatamente in un qualsiasi appartamento che ben conosciamo e in cui siamo stati costretti a passare troppo tempo senza poterne uscire.
Il riferimento alla pandemia viene dunque naturale, ma in realtà soprattutto perché lo leggiamo nelle note di regia. È più un’evocazione che una rappresentazione.
Infatti, per quanto la “prigionia in casa propria” ci appaia familiare, in realtà la collocazione di questa messa in scena resta universale, seppure concretizzata e avvicinata alla realtà in forza di un’esperienza collettiva di reclusione molto recente che Beckett non avrebbe mai potuto prevedere. Potrei dire che Russo coglie questa opportunità, ne approfitta, e fa bene.
Le luci e la resa della quarta parete Beckettiana in FINALE DI PARTITA

Le luci si intrecciano con la scenografia, facendone parte: si può distinguere essenzialmente in luce interna e luce esterna: quella interna viene dal grosso lampadario retrò al centro della scatola/appartamento, è calda e opprimente; quella esterna invece è fresca e chiara, si ha quasi la sensazione di percepire l’aria limpida, ma trapela solo dalle finestre aperte occasionalmente.
Durante una delle riflessioni finali di Hamm poi la luce tutta cala, si fa quasi cupa, come se il mondo, anche quello interno, per un istante scivolasse ancora più giù, forse chiuso dietro gli occhi offuscati del personaggio.

Netta la percezione della quarta parete come fatta di un tessuto in cui, in qualche punto, le maglie sono state allargate: di tanto in tanto il pubblico viene coinvolto nella scena, ma in modo non eclatante né netto. Ci ritroviamo esattamente in quella posizione di “osservatore-osservato” di cui scriveva Alberto Pellegrino in un breve saggio del 2019: siamo dentro e fuori insieme, costretti a non poterci illudere di essere estranei a quella stanza chiusa.
FINALE DI PARTITA – la non-fine di una famiglia disfunzionale
I quattro personaggi sono di fatto una famiglia: Nell e Nagg sono i genitori di Hamm – anche se, nonostante l’ostentato sentimentalismo, non sembrano aver avuto moltissimo a cuore il loro ruolo – e Clov è una sorta di figlio adottivo, che Hamm tuttavia chiama così solo in un momento di solitudine e non-udita tenerezza, continuando per il resto a trattarlo da servo e a deriderlo cinicamente.

Clov, appare studiato per trasmettere inquietudine ed esaurimento, nella sua impossibilità di sedersi – per via del tutore alla gamba destra – e condannato ad assecondare le richieste continue e contrastanti di Hamm senza sapere davvero perché neanche lui. Forse solo in nome di un quieto vivere che però non arriva mai, in una convivenza forzata da cui non sa sottrarsi, convinto che non esista un altro posto dove andare.
La descrizione di un “esterno” praticamente vuoto può far considerare normale questo suo timore, ma se ci si abbandona a sentire il personaggio senza troppi ragionamenti, vediamo un figlio traumatizzato, insicuro, incapace di lasciare un nido dove però viene torturato – come sappiamo succedere in tante famiglie disfunzionali che non hanno bisogno di apocalissi per fare danni.
Generazioni a confronto in FINALE DI PARTITA
Le tre generazioni mi appaiono a confronto: tutte sono destinate a finire, senza possibilità di sviluppo, e nessuna vuole farlo serenamente. Ma non sono uguali.
Nagg e Nell muoiono come se la cosa non avesse nessuna importanza, e prima possono perdersi nei loro malinconici ricordi, rimpiangendo quando ancora si poteva fare una gita su un lago.

Hamm affronta questo lunghissimo finale che non vuole concludere alternando disperazione filosofica e cinismo pigro, attaccandosi ai suoi riti quotidiani e al gusto di torturare Clov, cercando di mantenere un ruolo di prevalenza che non ha più alcun senso, come se ci fosse ancora qualcosa da “vincere”.
Clov, invece, non può aggrapparsi a nulla: non ha un passato da ricordare, non ha un futuro in cui credere, non ha alcun tipo di sollievo. Le uniche cose a cui può attaccarsi sono l’abitudine e la magra consolazione di sentirsi utile, ad Hamm almeno, e magari a una pianta che prova invano a far nascere. Continua a tentare di andarsene: è una minaccia per Hamm, per ferirlo e guadagnare un po’ di rispetto, ma è anche fugace incoraggiamento per sé stesso, come a volersi convincere di avere ancora qualche scelta.

Nell’epoca storica che viviamo, pandemia a parte, questo confronto tra giovani, vecchi e più vecchi appare molto calzante e, guardandoci intorno, sembra applicabile perfettamente alle generazioni attualmente viventi (dai Boomers alla generazione Alpha, passando per X, Y e Z) e a tante famiglie incapaci di costruire legami sani, di ammettere le proprie responsabilità, di avere il coraggio di cambiare.
Un gioco al massacro fatto di recriminazioni e immobilismo che molti conoscono anche senza essere mai passati per una vera apocalisse globale. Un Finale di partita che è, di fatto, un’agonia incessante: tra chi vuole negarla e chi ne anela solo la fine, ma con un flebilissimo, egoista e quasi inconsapevole respiro di speranza bastarda che non permette di darle il colpo di grazia e fare spazio a qualcosa d’altro che non ci appartiene.
FINALE DI PARTITA – Gli attori e la percezione

Gli attori, esperti professionisti, sono tutti bravissimi e molto convincenti. Su tutti, Michele Di Mauro: uno splendido Hamm, insieme irritante e quasi tenero, che contiene benissimo vittima e carnefice, causa ed effetto di quella condizione assurda che vediamo rappresentata – specchio di qualsiasi situazione assurda in cui ci si possa sentire.
Giuseppe Sartori dà a Clov una stanchezza nervosa e dolente che regge lo spettacolo sul piano emotivo, mentre Alessio Piazza e Anna Rita Vitolo, pur relegati in una vasca, riescono a dare a Nagg e Nell quella malinconia quasi patetica che rende ancora più crudele l’indifferenza di Hamm.
Direi che tutti insieme rendono i veri protagonisti dell’opera: percepiamo nettamente durante lo spettacolo tutta la pesantezza, l’insofferenza, la noia, l’inerzia, l’immobilismo, la claustrofobia che Beckett intendeva trasmettere, come se restare lì seduti a sopportare fosse a tratti insostenibile. Eppure, quando le luci si accendono, ci accorgiamo che sono passati ben 90 minuti e non ce ne eravamo accorti: non era affatto uno spettacolo noioso. Era semplicemente straordinariamente fedele a un testo che fa dell’agonia una forma di verità universale.
FINALE DI PARTITA – Gabriele Russo ci avvicina a Beckett
È in effetti una versione molto fedele alle intenzioni e al testo di Beckett, che Gabriele Russo ha rispolverato e attualizzato con discrezione, agendo soprattutto sull’estetica e sulla concretezza degli spazi. Lo fa in modo elegante e coerente, intercettando la “frequenza” dell’esperienza del pubblico in sala ed entrandoci in armonia, trasformando l’assurdo dell’opera in qualcosa di fisico, che si sente tanto vicino da poterlo toccare, ricordare, riconoscere. E che per questo è ancora più assurdo.
Gabriele Russo attraversa questo copione, lo avvicina al nostro presente, ne mostra i diversi livelli: la famiglia, le dipendenze, la paura di cambiare.
Nel mio piccolo, credo che Beckett avrebbe molto apprezzato.
Visto il 14 novembre 2025
Dal 13 al 29 novembre
Teatro Bellini di Napoli
FINALE DI PARTITA
di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
regia Gabriele Russo
con Michele Di Mauro (Hamm), Giuseppe Sartori (Clov), Alessio Piazza (Nagg), Anna Rita Vitolo (Nell)
scene Roberto Crea
costumi Enzo Pirozzi
disegno luci Roberto Crea e Giuseppe Di Lorenzo
musiche e progetto sonoro Antonio Della Ragione
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo
Foto di scena Flavia Tartaglia
Durata Spettacolo: 90 minuti
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