La mostra ETTORE SCOLA – NON CI SIAMO MAI LASCIATI è appena terminata e noi di Gufetto ne vorremmo fare un bilancio “a bocce ferme”.
Organizzata per i dieci anni dalla morte del cineasta, l’esposizione ha raccontato il regista in tre sezioni: l’uomo, l’artista e il suo rapporto con la città di Roma, ma come mette in guardia Giuseppe Tornatore, nel testo lasciato in ricordo per l’amico, Ettore Scola non ha mai voluto l’autocelebrazione di una biografia e “chiunque si accinga a costruire una mostra, una retrospettiva, un volume o un documentario su Scola deve essere consapevole di muoversi su un terreno delicato”.
Contenuti
UNA MOSTRA A QUATTRO MANI PER ETTORE SCOLA
A curare la retrospettiva sono stati Alessandro Nicosia e la figlia Federica, insieme a Silvia Scola e al figlio Marco Scola di Mambro il quale custodisce e conserva tutti gli oggetti personali e professionali del maestro, suo nonno.
La prima parte della mostra è indubbiamente la più bella, perché se ne percepisce la cura autentica: l’amore di chi, a quegli oggetti, associa ricordi di vita, di gesti e di sguardi. Altrettanto però non possiamo dire delle altre parti della mostra, che ripercorrono in modo un po’ didascalico, a nostro parere, l’opera di un maestro che era troppo complesso per lasciarsi raccontare prevalentemente dalle locandine dei suoi film, per quanto memorabili.

IL TALENTO DEL VIGNETTISTA
L’apertura della mostra ci ha narrato di uno Scola inedito, regalotoci nella veste di disegnatore umoristico che sapeva cogliere, con guizzo risolutore, una situazione quotidiana. Abbiamo scoperto dunque quello che diventerà un ingrediente fondamentale di tutti i film del grande regista, delle sue sceneggiature e della sua visione politica: saper trovare nello schizzo umoristico e tagliente – e nella vignetta satirica – la distanza giusta tra la realtà e la sua visione critica.

ETTORE SCOLA E IL MARC’AURELIO
La prima parte della mostra ha raccontato in modo davvero interessante un aspetto fondamentale del regista, il quale a 16 anni era stato assunto dal periodico satirico Marc’ Aurelio e che dunque svolse il suo apprendistato come disegnatore umoristico presso la nota rivista. Questa capacità di cogliere “la macchietta” trasmigrerà successivamente nella capacità narrativa sottoforma di sceneggiatura e solo alla fine approderà, matura, nel linguaggio più complesso della ripresa cinematografica, regalandoci lo stile inconfondibile, ironico e melanconico di Scola.

IL TRANELLO DELLA COMMEMORAZIONE
Superata questa – toccante – prima parte della mostra, l’esposizione rischia di scivolare nella commemorazione. Le belle locandine realizzate a mano da meravigliosi coloristi, le facce di Mastroianni, di Albertone, di Troisi che noi tanto amiamo, smuovono i nostri ricordi – e non potrebbe essere altrimenti – perché noi li abbiamo vissuti, quei film…ma ad un quindicenne, che cosa possono mai trasmettere queste pareti così diligentemente imbandite?
Temo Nulla. La mostra buca l’obiettivo di avvicinare le nuove generazioni al cinema del grande maestro.
ETTORE SCOLA, ROMA E PALAZZO BRASCHI
L’ultima parte della mostra è stata affidata alla rappresentazione della Città Eterna, alla sua trasformazione, alla sua incarnazione: come se Roma fosse un personaggio in carne ed ossa, di cui Scola amava seguire la crescita. Ed è qui che l’esposizione mostra qualche incertezza in più.
A nostro parere, uno degli aspetti meno riusciti è il rapporto con il Museo di Roma – Palazzo Braschi, dove è stata allestita la retrospettiva. Il luogo, riempito di pannelli certo funzionali al racconto, sembra essere stato considerato soprattutto come uno spazio espositivo, senza che le sue caratteristiche entrassero davvero in dialogo con il percorso della mostra.

LA MOSTRA DI ETTORE SCOLA E IL MUSEO DI ROMA
Come aveva messo in guardia Tornatore: il racconto di Scola rischia di trasformarsi nel suo “tradimento“.
Secondo il nostro punto di vista, la mostra avrebbe potuto e dovuto instaurare un dialogo più stretto con il luogo espositivo, giocando anche con le opere della collezione permanente: insomma, concedersi qualche azzardo in più. L’esposizione avrebbe potuto restituirci il grande maestro del cinema anche attraverso il suo spirito curioso e irriverente — spesso persino scomodo — andando oltre la ricostruzione filologica e cercando di restituirne anche lo sguardo, l’energia e la personalità.

ETTORE SCOLA E IL SUO SGUARDO “FATTO DI FINESTRE E NON DI SPECCHI“
Ci saremmo aspettati, per esempio, che la trasformazione di Roma, registrata così bene nei film di Ettore Scola, fosse messa in parallelo con la sezione museale dove i quadri e le fotografie, interessantissime, registrano le demolizioni di Borgo o del Teatro di Marcello.
Durante quella violenta operazione, umbertina prima e fascista poi, migliaia di romani furono deportati ai margini del sistema, con la promessa di una condizione di vita migliore.
Si crearono, con una succulenta operazione finanziaria, i quartieri dell’INA-CASA di Tuscolano, Tiburtino, Ponte Mammolo, ma gli sfollati si unirono alle migliaia di immigrati e mentre Roma si imbellettava per l’arrivo del Fuhrer, i cosiddetti baraccati diventavano quello che Ettore Scola magistralmente ha descritto in Brutti, Sporchi e Cattivi.

Non era questa la lezione del grande regista? Portare ciò che ha una dimensione intima a dialogare con l’esterno?
ETTORE SCOLA E LE RELAZIONI NON BANALI
Saper narrare la dimensione intima, legandola al contesto sociale, è uno dei grandi pregi dei film di Scola, come il saper raccontare concretamente ed in modo non banale le relazioni: l’utilizzo di attori memorabili ( Gassman, Mastroianni, Manfredi, Troisi, Sordi, Tognazzi) si accompagnava alla capacità di creare personaggi che sono rimasti indelebili nella nostra memoria.
Dunque come perdersi l’occasione di accostare queste maschere, questi “casi umani” messi a fuoco dall’occhio apparentemente impietoso di Scola – e invece così umano – alla bellissima galleria di ritratti psicologici in marmo presenti nel Museo? Il genio scultoreo di Francesco Mochi e di Pietro Tenerani coglie le smorfie e le personalità di ricconi pasciuti, prelati soddisfatti e principi annoiati: occhi alzati al cielo, bocche tradite dalla piega schifata delle labbra, animi sornioni dal sopracciglio alzato…

SPUNTI NON BANALI
Ed infine peccato non cogliere l’occasione di accostare la festa per la parata di Hitler di “Una Giornata Particolare” alla grande tela che commemora la parata per Cristina di Svezia, perché – come faceva notare umilmente Ettore Scola – non sono i suoi film ad essere sempre attuali, ma i difetti degli uomini a essere sempre gli stessi!

ETTORE SCOLA CON LE PAROLE DI TORNATORE
Da una retrospettiva su Ettore Scola avremmo voluto ritrovare non solo le immagini, ma anche – usando ancora il ricordo di Tornatore – “il grande talento di raccontare i difetti dell’Italia, senza smettere di amarla (…) inseguendo l’epica minima delle vite quotidiane, dei fallimenti, delle illusioni perdute, delle amicizie tradite, delle speranze consumate dal tempo”.
Invece siamo usciti da Palazzo Braschi, respirando un’aria tutt’altro che fresca, siamo saliti in macchina pensando a come sbarcare il lunario e facendo i conti con le infinite ingiustizie del mondo, ma soprattutto ritrovandosi a fare l’ennesima, amarissima citazione: “volevamo cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato noi“.
In che date si è svolta la mostra?
La mostra dedicata a Ettore Scola a Roma, si è aperta il 20 maggio e si è conclusa il 13 settembre 2026
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